Capitolo 1
Il cuore degli altri
Guardava i propri occhi nello specchio dell’ingresso, ma lacrime non ce n’erano. Di là, in sala, sentiva i singhiozzi ininterrotti e inarticolati della mamma, sprofondati per la malattia in una specie di rauco miagolio. Suo padre era seduto sulla panca, vicino alla porta: attendeva in silenzio.
Marco non piangeva. E non si stupiva di questo, perché lui era sempre stato così - come forse deve essere un fratello maggiore - d’un pezzo.
Dalla stanza in fondo al corridoio vide giungere un giovane vestito di nero che lo salutò cortesemente e proseguì fino a dove era seduto suo padre per sussurragli qualcosa.
Poi Marco vide il papà trasalire e gli parve improvvisamente invecchiato di dieci anni. Fu in quel momento che lui alzò gli occhi spenti incrociando lo sguardo di Marco. Con un gesto lo chiamò.
- Aiuta la mamma a mettersi il soprabito, gli disse appena si era avvicinato.
Marco si alzò e s’incamminò verso la madre la cui testa ciondolava di qua e di là, perduta dietro a ombre che non vedeva.
Sara, sua cognata, le stava a fianco.
- È ora di andare…, non fu quasi sicuro di avere pronunciato queste parole.
Sollevò la madre dal divano, quasi di peso.
- Avanti, andiamo, disse dolcemente.
La mamma si alzò con lentezza e Marco sentì il suo corpo gravargli sul braccio; osservò il fazzoletto umido di lacrime stretto nella mano chiusa.
Erano tutti nello spazio dell’ingresso, quando, dal fondo buio del corridoio, Marco vide emergere due uomini nella nera divisa dei becchini, che spingevano su un piccolo catafalco munito di ruote la bara di suo fratello Giorgio, più giovane di lui di quattro anni.
- Aiutami a tenere la mamma…, esclamò il figlio rivolto al padre.
La mamma, infatti, vedendo avanzare il feretro verso di lei, si era lasciata cadere a terra, muta e priva di forze. Fu fatta sedere sulla panca. Farfugliava: “…Hai guardato che ore sono, devi andare a prendere Giorgio a scuola, è tardi, non vorrai lasciarlo solo davanti ai cancelli chiusi…?”
Rivolse gli occhi smarriti al marito, al figlio maggiore. Immagini piene di ombre risalivano dalla sua memoria confusa. “…Non devi dire queste cose di tua madre, un giorno te ne pentirai…”, aggiungeva con tono severo. E si metteva a piangere:
- Oh, mio Dio! Oh, mio Dio!
I becchini cominciarono a scendere le scale. Portavano a spalla la bara e le loro voci facevano una strana eco che riempiva lo spazio. Sarebbero sembrati facchini in un trasloco, se dietro le loro voci non si fosse sentito il continuo singhiozzare della mamma e di Sara, la vedova, che ora piangeva sommessa seduta su un gradino.
Vestita a lutto, la famiglia salì in auto seguendo lentamente il carro funebre.
Dietro, due vetture seguivano.
Nel cielo terso di quella giornata primaverile, alcuni stormi d’uccelli passavano velocemente, diretti verso mete ignote. Attraversarono il campo diafano del parabrezza, rapidi e leggeri, in piccoli gruppi. La madre rammentò con commozione l’amore che Giorgio aveva per i piccoli animali, l’attenzione che fin da bambino aveva mostrato verso il canto degli uccelli più minuti, che le mattine dei giorni di primavera ancora si sentivano cantare dagli alberi del giardino condominiale.
- Non gli piacevano i grandi sparvieri che ad ali tese dominano i cieli. Quel frullare di piccole ali dimostrava la nobile fatica che gli esseri più fragili devono fare per volare alte sulla terra, disse.
Lei temeva che la malattia le portasse via la memoria. Giorgio (era da poco malata) la condusse in cima al colle di San Luca, in un piccolo piazzale da cui si vedeva, lungo l’intero declivio, il tenue e dolce sfavillare delle lucciole. Davanti a quel delicato sciamare, con il figlio che la teneva sottobraccio, si promise che non avrebbe mai dimenticato quella sera di tarda primavera. E per gli strani scherzi, per i misteriosi labirinti che costruisce la memoria, nei quali la coscienza si smarrisce senza poter dire nulla, neppure quando, come una sorpresa, ritrova la consapevolezza di un ricordo, ciò era stato vero: aveva dimenticato nomi e cognomi di amici e parenti, pezzi importanti della sua vita, che andavano e venivano come sughero sommerso e riemerso dalla superficie di un profondo mare, ma quei nugoli di lucciole ancora lumeggiavano piccoli e delicati nel buio della sua memoria.
La coscienza che il figlio aveva della meraviglia che si annida nelle piccole creature era la forma dell’anima che la mamma ricordava, in quel frangente di morte. Sospirò profondamente, seguendo nel cielo terso e lontano lo stormo di quei piccoli uccelli persi nell’azzurra lontananza.
La strada scorreva sotto l’auto che la portava al terribile appuntamento della sepoltura; nera e ruvida d’asfalto, l’avvicinava inesorabilmente alla meta.
Prese la mano del figlio maggiore, che era alla guida, e la strinse, in cerca di conforto. Marco era un uomo forte, solido. Aveva condotto innanzi la sua vita con orgoglio e fierezza, costruendosi con le proprie mani una splendida carriera, una invidiabile posizione economica. Giorgio invece tutto questo non lo aveva mai voluto e il tempo lo aveva dedicato ad altro.
Guardò Marco negli occhi. Il volto del figlio, seppure non avesse alcun segno di pianto o rossore, era come scolpito in un blocco di cera. Marco guardò la madre senza battere ciglio, era ignara di tutto. Poi distolse lo sguardo e pensò al segreto che soltanto lui e Sara custodivano: avevano promesso a Giorgio di non svelarlo mai a nessuno. Ripensò a quello che era accaduto. Lo vide scorrere davanti ai suoi occhi ancora una volta e si chiese se non avesse fatto qualcosa di così atroce da non poterselo mai perdonare. Aveva promesso. Mai avrebbe svelato che cosa era accaduto. E soprattutto ora, davanti agli occhi di sua madre, così stanchi e così assenti.
Sua madre ricominciò a farfugliare. Non avevano mai litigato Giorgio e Marco. Soltanto una volta si erano accapigliati furiosamente. Lo aveva dimenticato, ma ora ogni particolare le tornava alla mente. Pareva non dovessero parlarsi mai più, per tutta la vita, dopo quelle scenate. Invece…
- Ti ricordi di quella volta che avete litigato per Antonio e Domenico?, la sua voce fu appena udibile.
Li vedeva ancora mentre urlavano uno contro l’altro, faccia a faccia, come cani che ringhiano e mostrano i denti. Marco aveva dato un calcio alla porta della cucina prima di andarsene, sfondandola.
- Dopo che te ne sei andato – aggiunse la madre – e avevi sfondato la porta con quel calcio, Giorgio aveva detto: Dovrò aggiustarla questa porta.
Quel buco rimase lì per circa un mese. Poi si presentarono entrambi, una domenica, in pantalonacci e scarpe da ginnastica, la smontarono e, ridendo e canzonandosi, insieme, la rattopparono.
- Era davvero impossibile rompere definitivamente con Giorgio, disse Marco con voce più ferma che mai.
- Cercava di fare pace fino a quando non la spuntava; era una forma di testardaggine anche questa, aggiunse. Poi divagò, forse volutamente o forse le parole gli uscirono dal petto autonomamente:
- Certo che, sul momento, quella faccenda di Antonio e Domenico pareva proprio una follia, una follia rischiosa e stupida…
Sul momento, replicò la mamma stringendo forte la mano del figlio maggiore.
- Sì, mamma, solo sul momento, confermò.
- Ora dove sono? È tanto che non li vedo?, chiese la mamma.
- Sono al cimitero che ci stanno aspettando con tutti gli altri, rispose Marco.
Era successo che una sera (con Sara si erano appena trasferiti in una casa decente, per la quale pagavano un corposo mutuo, e il piccolo Filippo aveva da poco iniziato le scuole elementari), Giorgio disse alla moglie che aveva firmato delle carte e che era ufficialmente il tutore di due ragazzini, di nome Antonio e Domenico, che avevano assoluto bisogno di qualcuno che avesse cura di loro. Senza aspettare l’effetto delle proprie parole, corse in sala da cui tornò con una bottiglia di vino bianco che aveva acquistato apposta per festeggiare l’avvenimento.
Ma Sara non bevve neanche un sorso e andò a letto stralunata, dopo aver messo a dormire il figlio. Quella notte la presenza del marito al suo fianco, nel letto, la infastidì.
Giorgio le si accostò con cautela e le disse:
- Se vuoi ti racconto che cosa è successo, qual è la loro situazione, come….
Ma lei si era girata dall’altra parte. Non trovava nemmeno le parole, per dire quello che sentiva.
- Non me lo avresti permesso, se te lo avessi chiesto…, cercò di giustificarsi.
Ma lei non riuscì a proferire parola e fra rabbia, ansia e delusione, trascorse la notte.
La mattina, la bottiglia di vino era ancora sul tavolo. Ne mancava solo un bicchiere, quello che in solitudine aveva bevuto Giorgio, guardando fuori dalla finestra il traffico che rumoreggiando scorreva per le strade notturne illuminate da fiochi lampioni.
E pensava a quei due ragazzi rimasti senza niente e nessuno, strappati appena in tempo da un dolore innominabile, da una follia che germogliava e si radicava sempre più potentemente nelle loro giovani anime. E che era poco, era tutto molto poco, questo che lui faceva, e che forse era tardi, ma che lo avrebbe fatto come fosse una grande cosa e che di loro avrebbe avuto cura con tutto il suo cuore, così come cercava di fare con Filippo, o sua madre, o Marco, o Sara, o suo padre o tutti coloro che la vita gli aveva messo vicino.
Le auto sciamavano nella notte tagliata dalla luce dei fari e lui pensava che lo avrebbero osteggiato per questa cosa dei due fratelli. In alto, forse, fra le linee rette dei condomini che quadrettavano il cielo, una chiazza luminescente poteva essere la luna. Lui sentiva di aver vinto il proprio narcisismo, di non voler dimostrare nulla a nessuno, nemmeno più a se stesso. Non aveva desiderio di fama, di migliorare il mondo con proclami umanitari. Astrattezze, pensava. Lui amava le piccole cose, fin da bambino. Salvare la vita alla lucertola braccata dalla crudeltà dei compagni. Aiutare un amico, contando sul suo piccolo stipendio da impiegato. Donarsi per soddisfare il bisogno concreto di una persona concreta. Quante parole sprecate! Quanto tempo sprecato a dire parole inutili su questioni astratte fingendo di parlare di grandi principi! Magari anche d’amore! Lui era un semplice artigiano della vita, pensava.
Quando la mattina seguente sulla porta di cucina apparve la moglie, silenziosa e preoccupata, disse tutto:
- Sono due ragazzi rom.
La moglie si sentì tradita. Avevano un figlio di sei anni e questo andava a perdersi dietro due ragazzi rom!
- Ma ne hai parlato con Marco? O hai fatto anche questa volta di testa tua? Gli hai chiesto che rischi corri? Ma chi sono, due ragazzi rom? Rom…?
Si sedette e aggiunse:
- Non abbiamo un soldo, Giorgio, tu lo sai.
Alla fine, sconsolata, confessò:
- Non ne voglio sapere niente, io. Io fra poco ricomincio a lavorare e voglio pensare solo a quello, al mio lavoro e a Filippo. A nient’altro, Giorgio, a nient’altro!
Aspettò che uscisse il caffè dalla macchinetta. Fissando il liquido nero che fumava nella tazzina, lo guardò diritto negli occhi e gli disse:
- Sai di aver fatto una cazzata, può succedere, ora però liberati di questi due ragazzi… come si chiamano? No, non me lo dire, non lo voglio neppure sapere il loro nome.
Bevve in fretta il caffè e sparì nella penombra del corridoio per prendere Filippo che giocava in camera e condurlo a scuola.
Sara era sulla porta di casa. Giorgio la chiamò e le disse, con tristezza e dignità:
- Si chiamano Antonio e Domenico.
In auto Sara telefonò a Marco, perché facesse ragionare il fratello minore. Erano entrambe persone pratiche e si intendevano immediatamente. Organizzarono di andare tutti a cena, quella sera stessa, dalla madre, a cui il fratello maggiore avrebbe subito telefonato per “averla dalla loro parte” e costringere Giorgio a rinunciare a questa incosciente e patetica follia. Poi avvertì il marito che la cosa sarebbe stata discussa, la sera, in famiglia.
Ma alla cena c’era troppa allegria nel cuore di Giorgio per poterlo prendere al varco delle sue responsabilità e per inchiodarlo alla sua pazzia. Ma quale paura poteva avere la moglie, era sempre così preoccupata di tutto, è vero che abbiamo già il nostro Filippo, ma che c’entra? La questione di Antonio e Domenico non avrebbe cambiato nulla nella vita familiare. Non era certo un’adozione (lo avrebbe fatto se avesse potuto), ma come sarebbe stato possibile?
- E poi, sono rom, mica sono delinquenti, la delinquenza mica uno se la porta dietro come i tuoi occhioni azzurri, diceva al fratello accarezzandogli allegramente la testa…
- Comunque… ora ve li presento, disse.
- Come ora ce li presenti?, fecero in coro tutti gli altri. La mamma ridacchiava sotto i suoi occhi dolci.
Fece una telefonata con il cellulare e dopo un minuto suonò il campanello.
Dalla porta entrarono due ragazzi bruni, magri e alti, vestiti con delle felpe raccattate chissà come e uno dei due, il maggiore, aveva delle scarpe da ginnastica che Sara riconobbe essere quelle del marito. Eppure, non avevano nulla dei ragazzi educati che uno si aspetta entrino nelle case borghesi con i pavimenti lucidati e le anticaglie sui mobili di famiglia. Il più grande, Antonio, aveva uno sguardo felino, tagliente, e gli occhi verdi scuro, bellissimi. Domenico, invece, pareva vittima di un mare che lo dominava, nel quale, a mala pena riusciva a non annegare, e pareva di sentirne i marosi, improvvisi e potenti, infrangersi con forza nel suo petto e la risacca portarlo via, alla deriva.
Come le persone da sempre povere che entrano in casa di gente benestante se ne stanno immobili e mute, cercando di svanire come il pulviscolo che aleggia nell’aria, i due fratelli divennero statue.
I ragazzi si sedettero a tavola, uno di fianco all’altro, fissando il brasato che dominava nel centro tavola. E alle domande di rito risposero a monosillabi. Chiedevano acqua “per cortesia” e non si abbuffarono.
Giorgio s’alzò dal tavolo per riempire una brocca d’acqua. Marco le seguì in cucina. Anche Sara si alzò da tavola dicendo che doveva preparare le coppe di gelato.
Così si ritrovarono tutti e tre, Marco e Giorgio e Sara, in un silenzio imbarazzato, mentre dalla sala proveniva la voce della mamma che, per mettere a loro agio i due ragazzi, raccontava episodi della sua gioventù.
- Alla mamma piacciono molto, disse Giorgio, per rompere il ghiaccio.
- Anche al papà, mi sembra, aggiunse Marco.
Sara non fiatava e allineava le coppe vuote sul tavolo di cucina, affinché accogliessero la crema di gelato.
Giorgio si schiarì la voce e disse rivolgendosi al fratello:
- Tu non li vedi, ma adesso alcuni brutti fantasmi stanno mordendo l’anima di mia moglie – e guardò Sara che continuava il suo lavoro con il gelato come se non si stesse parlando di lei.
- Andrà tutto bene, Sara, non ti preoccupare: lo proteggo io questo ragazzaccio di tuo marito!, disse allegramente Marco.
Sara era rimasta con il cucchiaio di gelato in mano, che stava iniziando a sciogliersi.
- Ehi, attenta amore mio – disse Giorgio – questo gelato sta per finire sul pavimento!, e, preso dalla mano della moglie il cucchiaio, si mise in bocca, con occhi allegri e stravaganti, l’intera nocciola di crema.
Sara non aveva torto a preoccuparsi. Si ricordava quello che era accaduto nei mesi precedenti. Capiva che il dolore dei due ragazzi attirava Giorgio come dentro un vortice. Giorgio faceva lunghe file negli uffici comunali, al Tribunale dei minorenni, andava a trovarli spesso, dalla loro zia, dove risiedevano, con due borse piene di spesa, parlava con i professori, li aiutava a fare i compiti.
Una sera tornò a casa stravolto. Era andato a prendere Antonio al commissariato. Aveva preso a calci un’automobile. All’agente cercava di spiegare che il ragazzo ne aveva passate di tutti i colori nella sua vita e che aveva “una capacità di controllo un pochino bassa”, cercava, si sforzava di stare silenzioso e buono, in tutti i modi:
- Ma la rabbia dentro era enorme e se qualcosa lo pungeva più forte del solito dava sfogo al suo desiderio di spaccare ogni cosa, disse.
Giorgio si sarebbe aspettato che l’agente gli chiedesse che cosa fosse accaduto al ragazzo, negli anni lontani della sua terribile infanzia, invece lo guardò fisso negli occhi, quasi con disprezzo:
- Ma perché perde tanto tempo dietro a questo qui.
Tornando a casa rifletteva che era proprio così, che tutti la pensavano come quell’agente: l’impiegata comunale che con indifferenza cercava il certificato di residenza fra le sue carte, il medico che lo trattava senza il rispetto che assicurava agli altri, l’assistente sociale che si era ormai indurita, che aveva fatto il callo e prendeva ogni cosa come un fatto esclusivamente professionale. E capì davvero e fino in fondo la solitudine di Antonio e Domenico, la loro totale solitudine, il loro isolamento e pensò che forse erano già condannati.
Fu proprio in quel periodo la mamma si ammalò. Aveva iniziato dimenticandosi perché era andata a fare la spesa dal macellaio, dal quale tornava senza carne, o dal fruttivendolo, che le diceva:
- Signora, compri qualcosa altrimenti suo marito che cosa pensa quando tornerà a casa, che ha l’Alzheimer? E rideva. Ma era proprio così.
In pochi mesi solo rari frammenti emergevano dalla sua incoscienza buia, come specchi aguzzi che riflettevano bagliori malinconici e le rivelavano che la sua vita era ormai affidata a quegli sporadici frammenti. Solo il nome dei figli ricordava con chiarezza. Marco, il grande Marco, e Giorgio, il dolcissimo Giorgio. Erano i suoi fiori diceva: la rosa e il tulipano.
E ora andavano verso il cimitero, e nel vaso un fiore non c’era più.
- Lo sai che mi veniva a trovare spesso – disse la mamma –, soprattutto dopo che mi sono ammalata.
Marco lo sapeva. Dapprima, la cosa lo faceva un poco soffrire, serpeggiava in lui un sottile senso di colpa, di cui, comunque, si faceva una ragione, poiché c’era il suo ufficio, il suo studio ben avviato, i suoi dipendenti, le citazioni del suo nome sulle riviste di settore. Ma adesso, adesso che Giorgio non c’era più restava soltanto l’amore, quello dato, come un dono e un privilegio e non importava da chi. Restava solo questo saldo positivo: l’amore che avevi messo nel mondo reale.
- Antonio e Domenico ci stanno aspettando al cimitero, ripeté Marco, come un’eco del suo pensiero.
- Me l’hai già detto, figlio mio. Sono io che ho l’Alzheimer!, disse la madre, senza riuscire a sorridere.
Marco, estraniandosi dalla situazione in cui era, come catturato da un pensiero dominante, ricordò gli avvenimenti di qualche giorno prima. Lo inseguivano come un segugio, in qualsiasi ombra lui scappasse. Ma era stato Giorgio che glielo aveva chiesto…
“È il tuo estremo gesto d’amore per me, gli aveva detto Giorgio. Che fratello sarei stato! Che fratello sarei stato se non avessi fatto come voleva lui, se non avessi fatto di tutto… era il suo ultimo desiderio…”
Poi Marco tornò presente a se stesso.
- Certo che, senza Giorgio, chissà che fine avrebbero fatto ora Antonio e Domenico, e invece… Tu stesso gli hai trovato un lavoro, te lo ricordi?, disse la madre.
Un pomeriggio Giorgio andò a trovarlo in ufficio. Chiuse la porta dietro di sé.
- Che succede?, chiese il fratello.
- Ascolta, tu la sai la storia di Antonio e Domenico? Te l’ho già raccontata, no?
Il fratello annuiva…
- Bene! Ora apri le orecchie perché te la racconto un’altra volta! E gli disse tutto ancora una volta. Gli disse che erano ragazzi “abusati”, cioè in parole povere che erano stati violentati dal padre fin dalla più tenera età. La sorella maggiore era nel reparto psichiatrico dopo aver tentato tre volte il suicidio. Era una pazza ormai. Antonio aveva sedici anni da due mesi. Aveva smesso di andare a scuola. Doveva andare via dalla casa della zia, che non faceva altro che urlare. Doveva diventare autonomo subito. A Domenico ci avrebbe pensato lui stesso, in qualche altro modo; avrebbe parlato con Sara, per questo.
- Se mi vuoi bene trovagli un lavoro!, disse al fratello, incalzandolo.
- Ci sto provando, ma ho mille cose da fare…, disse Marco, quasi scusandosi; ma poi non si adoperava quanto era necessario.
Il caso volle che si rivedessero la sera dai genitori. Litigarono. Giorgio accusò Marco di pensare solo a se stesso. Questi rispose di non poterne più d’un fratello petulante, piantato lassù, in quel suo piedistallo di superiore bontà, pronto a far sentire tutti gretti ed egoisti. Giorgio si sentì ferito. Sibilò:
- No, no… tu non sei mio fratello! Non ti riconosco adesso!, e se ne andò.
Con un calcio, dato per sfogarsi e per far sentire al fratello la sua rabbia, Marco sfondò la porta di cucina.
Ma dopo neppure venti giorni Antonio aveva un lavoro.
Giorgio ne fu contento e passato qualche tempo richiamò il fratello. Gli disse che Antonio il lavoro era riuscito a tenerselo; che non aveva dato di matto, non aveva spaccato tutto e, disse a Marco,
- La sua rabbia sta a poco a poco passando…
Quella rabbia che finalmente vedeva defluire oltre l’immane diga di dolore che l’aveva fino ad allora trattenuta.
- E c’è anche la fidanzata?, chiese la madre, mentre i suoi occhi si perdevano chissà dove oltre il finestrino dell’auto.
- Ci sono tutti, mamma, rispose Marco.
E lei appoggiò la testa allo schienale, ripensando ai fiori che Marco le portava e al giorno in cui andò a trovarla con Antonio e che quel giorno Antonio conobbe la commessa della fioraia e che dalla finestra lei vedeva andare via il figlio e però lei aspettava lì, ancora un poco, che il chiosco dei fiori chiudesse e passasse Antonio a prenderla, quando era quasi sera.
A casa della madre Giorgio passava il sabato pomeriggio e la domenica mattina. Facevano le parole crociate e lui prendeva uno dei fiori dal mazzo che ogni settimana le portava e insieme addobbavano una giacca, un cappello. La mamma si metteva davanti allo specchio con quella giacca che aveva al bavero il fiore o con quel cappello che sulla tesa aveva un giglio e insieme ridendo dicevano quanto fosse bella quella avvenente signora allo specchio.
- Ma perché stai tanto tempo con me?, gli chiese lei un pomeriggio.
- Che cosa dovrei fare? Filippo è fuori con gli amici, Sara ha mille impegni il fine settimana…, rispose.
Ma la madre sapeva bene che non andava da lei perché non avesse altro fare.
In fondo al viale, sulla destra, s’imboccava la via che portava al cimitero. Il carro funebre rallentò e imboccò la via che conduceva al cimitero.
Andando lentamente dietro al carro che portava il feretro, Marco ricordava Giorgio che, poco prima della fine, gli aveva detto:
- Non so se ne sono stato capace, ma ho cercato di essere nella mia vita una specie di artigiano degli affetti e dei sentimenti.
“Lavorandoli, è riuscito a farli diventare belli”, pensò Marco.
Il carro funebre valicò l’ingresso del cimitero e attese la famiglia. Ma la sepoltura era lontana, nell’area nuova: c’era da fare un lungo percorso.
Marco non riusciva a non pensare a quelle parole di suo fratello. E ci era riuscito a diventare un abile artigiano dei sentimenti, si diceva, e lui, Marco, avrebbe potuto giurarglielo, ma a Giorgio non era ancora bastato.
“Altrimenti non me lo avrebbe chiesto”, pensò Marco.
Così ricordò quando, da quel letto di ospedale, emaciato, quasi sfatto, Giorgio trovò la forza di dirgli:
- Marco, è andato tutto in malora dentro di me, solo il cuore, mi hanno detto i medici, solo il cuore è ancora davvero buono.
E poi aggiunse:
- Io ho questo cuore, Marco, ho avuto solo e sempre il mio cuore. Né onori, né ricchezze, solo il cuore. Nella camera a fianco c’è un ragazzo di vent’anni che sta aspettando un cuore da giorni e giorni e se non potrà fare il trapianto entro una settimana… capisci, fratello mio, a vent’anni…
Gli strinse le mani:
- Cosa me ne faccio io, ora, di un cuore? Quel ragazzo di là, invece..., aggiunse, sorridendo.
Poi, concluse, con dolcezza:
- Si chiama come te, Marco. Si chiama come mio fratello… Dài, portami via da qui e facciamola finita prima che sia tardi! Poi, se riusciamo, poi, se tu riesci, cerca di farlo arrivare a lui. È una cosa che vale la pena che facciamo.
Al fratello sembrava una follia. Ma amare è essere folli. Avrebbe mosso tutte le pedine che poteva per esaudire il desiderio del fratello.
Il giorno seguente fece firmare a Giorgio le dimissioni dall’ospedale. Il viaggio fino alla Svizzera fu silenzioso e dolce. E le mani si stringevano mentre un paesaggio maestoso mostrava un cielo celeste e intenso, variegato di bianchissime nubi.
La sera avvenne il trapasso. Fino a quel momento, Marco e Sara non dissero nulla: non commentarono, non giudicarono, soltanto aspettarono insieme che quel grande cuore cessasse di battere. Poi li unì un profondo pianto.
Quando il carro funebre arrivò al luogo della sepoltura a fatica riusciva a passare fra la folla. Marco osservò i volti di tutti quegli sconosciuti che si avvicinavano, e seppe che il fratello era vivo nel cuore degli altri.
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