Storia · capitolo 1

Capitolo 1

Brad di Barbara Becheroni

BRAD

Di Barbara Becheroni


Ci mettemmo in marcia che albeggiava, con una luce di fuoco che inondava la selva come una cascata impalpabile. Sotto agli alberi ci avvolse l’ombra eterna e umida che regna là, dove il cielo è coperto dalle foglie. Il profumo di natura in decomposizione accompagnava i mille richiami degli animali. Faticavo a respirare e i miei passi erano pesanti. Era come violare un mondo che non ci appartiene. La mia guida, un atletico fotografo di un’importante rivista internazionale, procedeva di buona lena, mentre io ero incatenato alla sua schiena con gli occhi, perché temevo di smarrirmi in quel labirinto primigenio. Dopo cinque ore di marcia forzata si fermò.

«Possiamo fare colazione.»

Io scivolai a terra, fradicio di sudore e di pioggia. Lui mi sorrise e mi disse: «Penso che sia meglio più in là. Quella tarantola potrebbe non apprezzare la tua compagnia. Attento a quel tronco putrido, ho intravisto un serpente corallo e siamo sprovvisti di antidoto».

Io saltai in piedi e masticai il mio tramezzino tremando, mentre lui scattava le foto ai pericoli che avevo appena sfiorato.

«Avanti, tra un paio d’ore saremo sul luogo dell’avvistamento. Prepareremo il campo e cercheremo il nostro obiettivo.»

Ogni muscolo del corpo doleva e protestava, tuttavia ricominciai a seguire il biondo fotografo quasi di corsa: troppa era la paura di perdermi. La pioggia non ci dava pace e i versi delle bestie selvagge sembravano provenire dagli inferi.

«Quindi sei uno scrittore.» Fece la mia guida senza voltarsi, e io: «Sì!».

«Interessante. Adoro gli scrittori che scendono sul campo per toccare con mano la fonte dell’ispirazione. Un po’ come me: solo che io rubo l’attimo, fermo il tempo. Hai già raccolto del materiale per il tuo lavoro?»

Presi fiato prima di riuscire a soddisfare la sua curiosità: «Sì!».

Si fermò, si voltò piano e mi scrutò con una faccia poco promettente: «Ti sto sulle palle? O non sai dire altro che sì?».

Cercai di non sprofondare nella poltiglia morbida e scura che copriva il suolo, e diventai paonazzo: «Cammini troppo in fretta. Non ce la faccio a parlare». Biascicai pieno di vergogna.

Si girò e ricominciò a camminare. Non parlò più fino a che raggiungemmo il luogo dell’accampamento, lo ripulì a colpi di machete, preparò la tenda e il fuoco, mentre io guardavo, non so se più morto per la stanchezza o l’imbarazzo.

«Siediti lì. Se riesci, puoi parlare.» Mi incoraggiò, da buon superuomo.

«Ho raccolto molto materiale per il mio libro, ma non è nulla a paragone di questo nuovo soggetto che ci hanno indicato. Mi occupo di interazioni tra specie differenti. Sono uno zooantropologo. Il libro è una raccolta di esempi di bambini che vengono allevati da animali. Esistono molti casi di adozioni di questo tipo. Alcuni sono solo leggende, altri invece realtà.»

Il fotografo seguiva con attenzione. All’improvviso sbottò: «Come Amala e Kamala! Ma in quel caso si trattò di un espediente per recuperare denaro!».

«Già» risposi io. «Un espediente che funzionò.»

«Come Romolo e Remo!» Continuò, soddisfatto di un esempio così illustre.

«I gemelli allevati da una lupa che fondarono niente meno che la Città Eterna. Sono casi piuttosto antichi. Di recente, nel periodo che seguì la caduta dell’ex Unione Sovietica, alcuni bambini abbandonati sono stati salvati e cresciuti da branchi di cani anch’essi lasciati al proprio destino. Anche bambini molto piccoli. Casi di grande interesse che ho accuratamente studiato.»

«Si dice che in Africa ci siano bambini allevati dalle scimmie.»

«Mmm, più che allevati dalle scimmie, hanno sfruttato le riserve alimentari di scimmie non aggressive per sopravvivere, non si è trattato di novelli Tarzan, di moderni Mowgly, per intenderci.»

«Una cosa come questa, se non è una bufala, è veramente unica! Andiamo, invece di perdere tempo in chiacchiere!» Sentenziò alzandosi di scatto. Sospirai e impiegai circa il triplo del tempo per assumere la stazione bipede. Incurante del dolore che mi martoriava, mi avvicinai al fotografo che esaminava la chioma di un albero gigantesco. Con un balzo felino cominciò ad arrampicarsi, mentre io restai a guardare.

«Nulla. Solo il nido di un tucano.»

Scese e ricominciò a esplorare altri colossi arborei, mentre io fissavo la sua figura atletica che rovistava tra il fogliame. Era quasi buio quando potei ascoltare il grido di giubilo.

«È qui. L’ho trovato!»

Mi avvicinai. Ero troppo emozionato e, nello stesso tempo, temevo che il fotografo si stesse prendendo gioco di me.

«Non stai scherzando, vero?»

«Ma che dici! Li ho scovati tutti e due: madre e figlio adottivo. Li sto immortalando. Non ti fidi di me? Siete tutti così, voi scrittori?»

Colsi le fiammate innocenti dei molti flash che risplendevano tra i rami.

«Anche se cammini lento, grazie a te le mie foto saranno in non so quante copertine, sei una persona utile.» Proseguì.

Sceso dalle fronde, mi mostrò la collezione di immagini raccolte.

La madre era un bradipo, noto anche come “poltrone”, animale che in Brasile chiamano “preguiça” cioè pigrizia. Il bradipo attuale non è quello gigante dei film di animazione sull’era glaciale, ma un animaletto della grandezza di un cane, con braccia molto lunghe e unghie enormi, ricurve e fortissime. Il pelame è scuro e lungo, gli occhi piccoli e neri, il naso lucido. La testa tonda ricorda vagamente quella umana, vista attraverso la lente smerigliata del caricaturista. Il bradipo vive aggrappato ai rami degli alberi della foresta pluviale sudamericana, cibandosi di larve che estrae dalla corteccia grazie agli artigli potenti. La caratteristica principale risiede nel metabolismo, lento all’inverosimile. Sono bestiole pacifiche, con forte legame affettivo tra madre e prole. In questo caso, la prole era rappresentata da un bel ragazzo di pelle chiara, con una folta e lunga chioma castana, completamente nudo, di età adolescenziale e un serafico sguardo ceruleo.

«Come lo battezziamo?» Domandò il ladro di attimi fuggenti.

«Brad.» Risposi senza rendermene conto. Non avevo pensato al nome da imporre al cucciolo d’uomo scovato nella foresta. In realtà, non credevo che la notizia dell’avvistamento fosse vera, ma che si trattasse di una bugia utile a ricevere una mancia.

«Hai sempre una risposta pronta, vero? Ti piacciono i film di avventura? Hai un debole per gli attori dal fisico aitante?»

Rimasi un istante bloccato, poi dissi: «Pensavo al diminutivo. Non all’attore. Però, se fosse stato una femmina, Penelope non sarebbe stato male. Adoro le donne latine.»

Le due creature erano rimaste immobili. La femmina di bradipo e il fanciullo umano erano abbracciati in una posizione che ricordava quella in cui i grandi artisti del passato ritraevano abbracci ben più importanti. Pensai alle Pietà, alle Maternità uscite dalle mani dei geni della pittura e della scultura. Rimasi incantato a osservare quei due rappresentanti di specie filogeneticamente lontane, unite da qualcosa che non osavo definire con la fredda logica. Eppure era talmente evidente che rabbrividii. No, non ci potevo credere. Era veramente possibile, oppure la mia stanchezza unita all’emozione della scoperta mi faceva sragionare, e stavo contemplando solo l’ottuso sgomento di due menti primitive che cercano un briciolo di conforto l’una nell’altra? Come è noto, gli animali sono molto inferiori dal punto di vista mentale agli uomini. Ergo, ero io quello che creava fantasmi, solo perché li volevo vedere. Una femmina di bradipo semplicemente non può provare vero amore per il suo cucciolo, ma esclusivamente istinto materno.

Il fotografo mi tolse dall’impasse con un colpo di flash che immortalò l’abbraccio.

«Madonna con bambino.» Disse soddisfatto, «sarà sulla copertina del prossimo numero della rivista. Gioco sull’ambiguità dell’immagine: non si capisce chi sia la madre e chi il figlio. I lineamenti dei volti sono completamente in ombra.»

Un brivido percorreva a lenti passi le mie vertebre.

«Portiamoli dentro, potrebbero scappare.»

Ubbidii. Dopo un pasto frugale, ci accucciammo nei nostri sacchi a pelo, tenendo tra noi le due creature, che ci osservavano nella penombra con occhi colmi di mute domande. Rimasero abbracciati l’intera notte. Evidentemente l’istinto della femmina e la mancanza di adeguata educazione nel ragazzo impedivano loro di elaborare una difesa o il tentativo di fuga di fronte a una situazione nuova.

La strada del ritorno fu, se possibile, ancora più faticosa dell’andata. Quante volte, durante la marcia forzata sotto la pioggia, ho maledetto il mio lavoro e la mia voglia di fama! Perché, mi dicevo, invece di scrivere un libro così complicato e pieno di esperienze dirette non mi ero messo a tessere le avventure galanti di due adolescenti nell’hinterland di una grande città? O le vicende di un ispettore sulle tracce di un truculento serial killer? Tutte cose di grande riposo per lo scrittore, di molto diletto per il lettore e di somma gloria per il regista capace di trasformare le parole in celluloide.

Oltre alla pioggia, al fango, alle zanzare, agli ululati dei predatori, al peso dello zaino, mi toccò sorbirmi l’onere di portare mamma bradipo in braccio. Non ci fu verso di far marciare il giovane umano. L’abitudine di stare fermo tra i rami gli aveva causato una sorta di inerzia nella deambulazione, oppure era una gran lenza e opponeva tutta la resistenza passiva di cui era capace a chi lo voleva rapire alla vita selvatica. Confesso di non aver provato la benché minima invidia per fotografo che, già carico all’inverosimile di zaino, tenda e macchine fotografiche, prese il ragazzo e lo issò sulle spalle, trasportandolo come fa il mulo con il basto. Affondava fino ai polpacci nella fanghiglia, inneggiava caldamente il proprio malcontento con una sfilza di bestemmie mai udite in precedenza, ma procedeva con destrezza tra la verzura e io, come sempre, faticavo a stargli dietro.

Pensavo che la superiorità umana nei confronti degli esseri filogeneticamente inferiori era così lampante da essere quasi commovente. Due eroi stavano sfidando gli elementi, solo per portare a termine il proprio desiderio di realizzare un sogno! Mi si inumidirono gli occhi e le lacrime scivolarono via con la pioggia.

Raggiunto il campo base fummo accolti col dovuto onore. Il mio compagno di avventura impedì a chiunque di fotografare la nostra esclusiva scoperta, che portammo, per eludere sguardi e fotografi indiscreti, nella baracca principale. Un team di illustri scienziati ci attendeva. Prelevarono dei campioni di materiali organici (sangue, feci, urine e peli) sia dal bradipo che dal ragazzo. Io annotavo accuratamente ogni comportamento del giovane, che lasciò fare, senza mostrare sorpresa o aggressività, come la madre adottiva.

Consuelo, una giovane ricercatrice, mi sorrise: «Sa cosa ho scoperto?» Domandò con occhi gonfi di ammirazione, e io feci segno di no.

«Un aereo civile cadde nella zona dove avete catturato i due soggetti.» Fece una pausa allusiva, poi: «Nel mese di luglio di diciassette anni fa. Le squadre di soccorso non riuscirono a trovare nessun sopravvissuto. Alcuni cadaveri erano stati rosicchiati dalle fiere. All’appello mancava un bambino di otto mesi. La colpa venne attribuita ai giaguari.»

«Ai giaguari!» Esclamai, accarezzando il manto del bradipo. Tra giaguari, anaconda, boa e altri mostri, una piccola femmina di bradipo era riuscita a insinuarsi tra le lamiere contorte di un aereo caduto. Data la lentezza con cui queste bestiole si muovono, ero esterrefatto. Aveva udito il flebile lamento di un neonato e aveva sfidato il proprio lento metabolismo per portare aiuto al cucciolo in difficoltà? Impossibile. Era chiaro che lei aveva appena perduto il figlio, predato da un carnivoro. Per sopire i richiami dell’istinto aveva preso la prima cosa che le era capitata: il bambino dell’aereo precipitato. Lo aveva cresciuto col proprio latte, come se fosse stato suo. Si trattava semplicemente di un evento meccanico. Il bambino si era dimenticato della vera famiglia, adattandosi alla nuova e scomoda vita, grazie alla superiorità dell’uomo, eclettico e tenace in ogni circostanza.

Presi appunti nel mio note-book, che gran piacere, la civiltà! Un tetto sopra la testa, lenzuola in cui riposare, pasti caldi, bagni e computer!

Il mattino successivo atterrò il Cessna che ci avrebbe riconsegnati all’università in cui lavoravo. Addio selva tropicale! Addio pioggia e belve, tagliatori di alberi e ladri, puttane e indios, cibo schifoso e fanghiglia tra i piedi! Si torna a casa! Missione compiuta.

Il fotografo si accomiatò con un sorriso. Si fermava ancora in quel luogo selvaggio per immortalare l’accoppiamento di una rana destinata all’estinzione a causa della deforestazione. Salutai e benedissi il velivolo che si librò nell’aria con il suo carico di vite riportate alla civiltà. In basso il verde cupo della selva era ferito in più punti dagli artigli della civilizzazione, che grattavano il manto di foglie col fuoco e con l’accetta. Ero lieto di aver trovato il mio tesoro prima di qualche taglialegna, la cui ignoranza avrebbe potuto causare la rovina del mio prossimo best-seller.

Madre e figlio sedevano vicini, stretti nel consueto abbraccio. Io abbracciavo il frigo portatile in cui erano conservati i preziosi campioni biologici. Consuelo era al mio fianco e io notai che, oltre alla notevole ambizione, aveva altri interessanti argomenti, a malapena celati dal top di cotone bianco e dagli short kaki.

L’entrata in facoltà fu trionfale. Non riuscii a contare il numero di operatori di televisioni nazionali e internazionali che documentavano l’evento straordinario. Pensavo al mio libro, alle copie che avrei venduto, all’eventuale film che ne sarebbe sortito.

Dopo la conferenza stampa, dopo i ringraziamenti agli sponsor, dopo i complimenti venati dal veleno dell’invidia dei colleghi, potei, finalmente, mettermi al lavoro.

Il primo esperimento che dovevo compiere era quello di dividere la famigliola. Il bradipo venne così posto in una bella gabbia spaziosa dotata di tutti i comfort, il ragazzo messo nelle mani di alcuni appositi pedagoghi, specializzati nell’insegnamento del linguaggio umano a persone con problemi di apprendimento. I due cercarono di opporsi alla separazione, ma l’intervento di alcuni muscolosi infermieri, precedentemente addestrati in luoghi per la cura delle malattie mentali, restituì l’ordine necessario allo svolgersi della ricerca scientifica.

Negli intervalli tra le lezioni intervenivano i medici, che, grazie a moderni mezzi diagnostici per immagini, dovevano verificare lo stato di salute dei centri cerebrali del giovane, con speciale riguardo a quelli della parola, della scrittura e del comportamento sociale.

Nel mentre, i capitoli del mio libro si facevano sempre più sostanziosi: la gloria era alle porte.

In quanto alla mia piccola e deliziosa ricercatrice, la misi subito all’opera, dopo una cenetta a lume di candela in un rinomato ristorante cittadino, per cercare l’albero genealogico del mio Brad.

Passati pochi, interessanti giorni, in cui riuscimmo a scoprire che il livello di cortisolo prodotto da mamma bradipo era incredibilmente aumentato, come se fosse in preda a grave stress (evento non spiegabile, dato il confort che disponeva in gabbia), oltre al fatto importantissimo relativo al perfetto stato di salute dei centri cerebrali del ragazzo, Consuelo mi comunicò che era riuscita a scovare l’origine di Brad.

«Incredibile, capo. So tutto di lui.» Mi informò con voce gravida di entusiasmo «È norvegese. Ha perso l’intera famiglia nel disastro. Tutti tranne il nonno materno, che, purtroppo, è defunto pochi giorni fa. Ho parlato con l’avvocato del vecchio: mi ha detto che quando l’anziano avo ha sentito al telegiornale del ritrovamento di Brad, si è sentito male. Sostiene pure di averlo riconosciuto nella foto di copertina della nota rivista del suo amico fotografo. Ha fatto appena in tempo a cambiare il testamento ed è schiattato. Il ragazzo eredita una somma incredibile: novanta milioni di euro. Ci sarebbe la clausola della compatibilità del DNA, ma il nonno ha scritto esplicitamente che non gli importa, di dare tutto al ragazzo, perché è sicuro che si tratti di suo nipote.»

Io ero sbiancato. Tentai faticosamente di balbettare qualcosa, ma non riuscii. Lei continuò: «Ho inoltre parlato con l’amministratore delegato della ditta…»

«Della ditta?» Sbottai, sempre più incredulo.

«Oltre ai liquidi, il nostro Brad è proprietario di una catena di aziende che si occupano di rifiuti. Sono leader mondiali del riciclo di materiale a partire dai rifiuti. Una cosa da non credere: non solo vetro, plastica e carta, ma oli esausti, metalli, semiconduttori, e poi anche produzione di humus dall’umido, di biogas e non so che altro. Per non parlare di una quantità di immobili e terreni… Se volesse, potrebbe comprare tutta quanta la nostra piccola facoltà. E gli rimarrebbe ancora un capitale da sceicco.»

«Per fortuna che non sa parlare! E che non capisce un accidenti di quello che diciamo.» Feci appena in tempo ad esclamare, sentendomi, non so perché, un tantino sollevato. Davo le spalle alla finestra. Consuelo impallidì e indicò lo spazio che mi stava dietro. Così mi girai, incuriosito dal suo atteggiamento.

Brad era incorniciato dal telaio della finestra. Stava appeso a testa in giù, le gambe saldamente agganciate ai rami del ficus che ombreggiava la vista.

«Potrei sapere dunque qual è il mio nome autentico?» Domandò sprezzante, «Perché questo Brad proprio non mi va a genio.» Sospirò, prima di continuare con un ghigno poco promettente: «Dovrebbe chiedere un aumento di stipendio per i suoi pedagoghi. Li ritengo particolarmente in gamba. Anche se ho ancora qualche problema con la scrittura. Ma li risolverò prestissimo.»

Io non trovai nulla di degno per ribattere. Consuelo, invece, riuscì a sillabare: «Olaf…»

«Olaf come? Se non vado errato, anche in Norvegia è in vigore l’uso del cognome.»

«Sørensen.»

«Carino, anche se piuttosto comune. La foto del nonno, ora.»

Cercai di intromettermi nella conversazione, ma Olaf fece cenno di no col dito: «Per il momento non ho intenzione di acquistare la baracca per cui tu lavori. Mi riservo di deliberare con l’avvocato del nonno. In ogni caso, preparati: ho alcuni progetti per te.» Ciò detto tese la mano e afferrò la foto che Consuelo gli porgeva. Quindi sparì tra le fronde del ficus. La sua voce riecheggiò un’ultima volta: «Assumete al più presto un buon insegnante di norvegese. Però, questa volta, che sia di sesso femminile e di età compatibile con la mia.»

Non senza imbarazzo sorrisi a Consuelo: «Mi sembra che questi pedagoghi abbiano superato le previsioni, in materia di insegnamento del linguaggio!»

«Già! Probabilmente la mente del giovane era particolarmente fertile!»

Quindi emettemmo entrambi una risatina soffocata. Ci vollero solo pochi minuti per essere costretti ad ascoltare dei colpi alla porta inferti con un certo nervosismo.

«Avanti.» Dissi senza il minimo entusiasmo.

Era uno dei biologi che stava studiando mamma bradipo.

«Il ragazzo ha aperto la gabbia e si è preso Perla.» Perla era il nome con cui l’equipe aveva battezzato il bradipo. «Ci ha minacciati aspramente, affermando che, se le era stato torto anche un solo pelo, avremmo potuto cominciare a piangere, perché ce la saremmo dovuti vedere con lui.» Si contemplò a lungo le unghie, prima di continuare: «Ma è vero che ha comprato l’intera facoltà? Mi ha detto che i nostri stipendi saranno ridotti al minimo sindacale, però per le feste comandate è previsto l’incentivo di cento grammi di salmone norvegese a testa…»

«Dove si trovano, adesso?» Tentai di gridare, ma la voce era strozzata.

«Stanno su qualche albero dei giardini, là fuori.»

Mentre sentivo la mia pressione sanguigna che aumentava pericolosamente, corsi fuori dalla stanza. Scesi i gradini quattro a quattro, seguito da un codazzo di illustri studiosi, autorevoli autori, eminenti professori e intraprendenti assistenti. Percepivo l’adrenalina che scorreva nei nostri corpi, vedevo i volti paonazzi e ascoltavo il fiato corto di ognuno di noi. L’agitazione aveva raggiunto livelli incontrollabili. Chi strillava frasi incomprensibili, chi si strappava i capelli… Ci riversammo in strada come un fiume che rompe gli argini. Una marea di camici bianchi si diresse alla volta del piccolo parco sito al di là della strada. Subito ci dovemmo scontrare con il muro di automobili che percorreva l’arteria stradale. Molti clacson risuonarono, qualche veicolo improvvisò una frenata con gran stridere di pneumatici.

Olaf era dall’altra parte. Teneva Perla tra le braccia, accarezzandole la guancia con tenerezza invidiabile. Erano apparentemente immobili, come è tipico dei bradipi: solo il lento ritmo del respiro costringeva le costole ad un rilassato su e giù. Olaf sedeva mollemente su un grande ramo di un albero di mango e su di lui la piccola Perla poteva essere scambiata per un enorme gatto, non fosse stata l’assenza delle orecchie triangolari. L’insieme era unico. Attraverso la parete mobile e puzzolente della strada carica di traffico, assumeva un ché di mistico. Ricordava un istante di paradiso perduto. Non so perché, ma quella visione smosse qualche invisibile molla dentro di me. Di colpo il frastuono del traffico che mi stava davanti, fino allora compagno inscindibile della mia esistenza, mi sembrò insopportabile. L’aria carica di gas tossici, satura di anidride carbonica, gonfia di odori chimici mi parve irrespirabile. Alzai gli occhi al cielo e non ne sopportai il colore grigio in cui guizzavano tristi ombre di fosforo. Intorno a me colleghi e assistenti sfogavano la propria ira con urla, brutte parole e gesti osceni.

Ammutolii. Chinai il capo per non osservare la scena. Mi girai, ingobbito dal peso degli eventi e tornai al mio studiolo.

Consuelo mi stava aspettando. Ci scambiammo uno sguardo pieno di significati.

Senza una parola tornammo alle nostre stanze per preparare il bagaglio, uno zaino a testa, leggero, comodo, in cui trovava posto solo l’indispensabile. Poi partimmo.

Siamo felici, ora.

Olaf non si limitò a far sua la facoltà dove lavoravamo, ma con pochi soldi ben investiti comprò una bella porzione di foresta, quella stessa che lo ospitò per tanti anni.

«Qui riposano i miei genitori. È giusto che continuino a farlo in pace per l’eternità.» Così mi disse il giovane mentre viaggiavamo.

Il mio nuovo compito, insieme a Consuelo, fu di assumere il comando della squadra di riforestazione. Il nostro progetto, apparentemente troppo ambizioso, consiste nella completa protezione della maggior parte possibile di selva pluviale. Stiamo tamponando le ferite imposte dalla sete di ricchezza. Dove prima gli alberi venivano tagliati col ronfo stridente delle motoseghe, dove la fiamma ingorda divorava rami e toglieva la vita, ora noi piantiamo teneri germogli. Anche così gli uomini trovano lavoro. Pure così campano, in barba alle affermazioni tenaci e semplicistiche di politici e demagoghi.

Il nostro impegno sfama molte bocche, molte più di prima, al ritmo dei giganti che si sfracellavano al suolo. Stiamo progettando un sito di turismo ecologico, insieme ad alcuni indios scampati a chi ci aveva preceduti.

Da qualche tempo è arrivato un giaguaro. Non posso dire di averlo visto davvero, ma so che il suo manto fatto di mille occhi mi osserva mentre cammino tra gli alberi. L’ho detto al mio amico fotografo, che spesso viene a trovarci per documentare la nostra impresa. Lui si è appostato per una notte intera, poi un’altra e un’altra ancora, ma sulle immagini non ho visto altro che vento.

Scrivo ancora. A mano, su quaderni che invecchiano subito per l’umidità. Ho imparato anche a disegnare, come faceva Darwin: ritraggo le piante che libero nel terreno, quelle nuove che scopro nella selva, animali, fiori… e poi Consuelo, ninfa e musa insieme.

Conosco l’ala del colibrì che gioca con i raggi del sole, mentre si appropria del nettare dei fiori. Riconosco gli insetti, ammutolisco per la fatica eterna delle formiche, per le cattedrali delle termiti. Un giaguaro mi segue mentre cammino tra gli alberi.

Quando ho scovato i resti dell’aereo, sepolto sotto il peso della vegetazione, Olaf era lì. Abbracciava sua madre, seduto immobile su un residuo di carlinga.

Ho visto anche il giaguaro, in quel momento. Era una femmina e stava allattando due cuccioli.

Olaf è molto impegnato, non è facile riuscire a incontrarlo. Viaggia spesso, tiene conferenze e organizza nuovi siti come quello in cui mi trovo io. Appena riesce, torna a casa sua, che è la selva.

Olaf non si è mosso dalla carlinga, anche se so che mi ha visto. Così anch’io mi sono fermato. Il giaguaro ha continuato a nutrire i suoi piccoli. I colibrì a volare tra i fiori. Un pappagallo ha fatto sentire la sua voce, mentre i tucani si lisciavano le piume. Un cascavel ha agitato la sua coda carica di sonagli. Un pecari ha attraversato il sentiero.

Ho sentito che il mio cuore batteva in quel momento. Sono rimasto a lungo ad ascoltarlo.

Fermo, immobile come fanno i bradipi. Soltanto dopo molto tempo me ne sono andato.

Olaf mi ha sorriso.

Io ero felice.

Un giaguaro mi accompagnava tra gli alberi.

FINE

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