Storia · capitolo 9

Capitolo 9 - 4. In attesa per l’eredità (III° Situazioni inimmaginabili)

Dietro le sirene - Un libro sulla vita. Sulla fragilità. Sulla forza che non ti aspetti. di Filippo Fogarin

Dalle grandi vetrate dell’attico la città sembrava un’altra: riconobbi il Palazzo della Ragione e, più in là, le cupole del Santo. Il resto mi appariva estraneo.

In quell’attico silenzioso ci accolse la badante di una novantacinquenne.

La signora riposava in camera: pallida e magra, con pochi capelli; una flebo al braccio e la sacca per l’urina appesa alla sponda del letto.

Nell’attico lussuoso c’erano solo loro due.

L’anziana non parlava, non reagiva alle domande. Non appariva confusa né sofferente: solo assorta.

La badante, robusta e gentile, spiegò di aver chiamato perché, pur avendo pressione e saturazione stabili, qualcosa era cambiato: era diventata improvvisamente muta.

«È sempre stata di poche parole» spiegò, «ma da metà pomeriggio non ha più detto più nulla. Al massimo annuisce.»

Effettivamente la signora appariva lucida, ma seria e pensierosa.

Considerando anche l’ora tarda, esitammo sul trasporto.

La badante disse che i parenti, avvisati, insistevano perché fosse portata in ospedale.

Così ci organizzammo: con la sedia a rotelle e poi con la barella, la accompagnammo fino all’ambulanza.

I pochi rumori che facevamo rimbombavano nel silenzio. Lentamente, e con estrema precauzione, raggiungemmo il Pronto Soccorso.

Durante il tragitto, anche la badante — seduta davanti, con in mano una borsa di farmaci e documenti — divenne silenziosa.

Una volta arrivati, io e un collega la accompagnammo al triage, mentre gli altri due restarono fuori.

La badante non si staccava dalla signora, lo sguardo fisso su di lei.

Per trasferirla dal lettino alla barella del Pronto Soccorso chiedemmo l’aiuto di un’infermiera, usando il telo scivolo.

Ci congedammo con cenni brevi.

La signora non aveva ancora pronunciato una parola, se non qualche lamento quando l’ambulanza superava un dosso.

Usciti dal Pronto Soccorso, trovammo una decina di persone: uomini e donne, giovani e adulti, alcuni eleganti in giacca e cravatta.

Tutti fermi, come in attesa.

Il gruppo ci fissò e si mosse verso di noi.

Io rallentai, intuendo che erano i parenti.

«Ha detto qualcosa?» mi chiese una signora impettita, profumata, con un abito da sera troppo scollato per il contesto. Sorrideva con una punta di malizia.

«Sì, sì…» rispose il mio collega, «ha detto che lascia tutto ai preti».

Poi spinse la barella con decisione verso l’ambulanza.

Partimmo subito. Dal finestrino li vidi ancora lì, immobili, come cuccioli smarriti quando la madre, stanca, rifiuta di allattarli.

Sorridemmo come due complici, forse avevamo esagerato, ma sorvolammo.

 

Solo al mattino, firmando i moduli di fine turno, ripensai allo sguardo della signora.

E compresi.

Forse aveva intuito che, proprio ora che portava con sé il suo carico di vita, i parenti mostravano solo interesse materiale.

Il suo silenzio non era vuoto: era dolore, ed era insieme una denuncia.

Era la voce muta di chi sa che, alla fine, conta più l’eredità che la persona.

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