Storia · capitolo 8

Capitolo 8 - Avrei voluto chiedere perdono (I° La morte in faccia)

Dietro le sirene - Un libro sulla vita. Sulla fragilità. Sulla forza che non ti aspetti. di Filippo Fogarin

A differenza di tante altre, quella casa di riposo era ordinata, pulita e ben organizzata.
Dalla strada, si vedeva solo una facciata anonima, con finestre che si illuminavano a intervalli. Ma appena varcato il portone, la città rimaneva fuori.

Padova sembrava fermarsi sempre sulla soglia delle case di riposo.

Quella notte ventosa di primavera l’edificio mi appariva più grande del solito. Forse perché, nell’atrio illuminato, non c’era anima viva e regnava un silenzio assoluto.

Conoscevamo a memoria il corridoio che portava agli ascensori grandi, quelli per salire con le barelle.

Il codice era giallo. Entrammo in tre.  Il cigolio delle ruote della barella rimbombava nel corridoio mentre correvamo verso gli ascensori, dove un'infermiera ci attendeva in camice bianco e zoccoli. Ci fece un segno deciso. Salimmo.

Io salii con lei, portando la barella e lo zaino; gli altri due presero le scale. Il quarto rimase fuori, pronto a caricare il paziente.

La camera era silenziosa, illuminata da una luce bianca uniforme. Nei quattro letti giacevano altrettanti anziani, supini e immobili, avvolti in lenzuola bianche. Le teste, appoggiate su cuscini sottili, disegnavano pieghe nel tessuto.

Vedendoci incerti, l’infermiera si accostò al secondo letto a destra.

L’uomo aveva la bocca socchiusa, gli occhi sbarrati e il volto pallido. A ogni respiro i muscoli del collo si tendevano.

«Saturava 94, pressione bassissima, respira con difficoltà. Ho aumentato l’ossigeno, ma va portato subito a fare un controllo» e aggiunse con tono più basso «Ha un solo figlio, vive in Germania. È venuto otto mesi fa. Lo abbiamo chiamato, ma non risponde. D’altronde anche lì è notte».

Parlava rapidamente, mentre preparava le lenzuola per spostare il fragile corpo dal letto alla barella.

Una volta steso e coperto, ci congedò:

«La strada la conoscete. Fate attenzione alla flebo e alla bombola d’ossigeno, e controllate che gli occhialini restino fissi al naso. Nella hall troverete la mia collega. Buonanotte» disse con voce monotona.

Entrammo nell’ascensore, stretti tra la barella e le pareti a specchio che moltiplicavano le nostre figure e distorcevano le nostre facce. In silenzio, seguivamo con lo sguardo il volto di quell’uomo impotente, che fissava il soffitto metallico.

Per un attimo mi parve che ci guardasse tutti e tre negli occhi.

Un filo di voce smorzato uscì dalle labbra. Il petto fece un lieve sobbalzo.

Poi si spense.

La vita di quell’uomo finì lì, in quel grande ascensore, con attorno tre sconosciuti vestiti di blu, che non sapevano nulla di lui.

Non era la prima volta che vedevo morire qualcuno, ma fu l’unica in cui gli sguardi si intrecciarono, per un attimo e per tutta la mia vita.

Il mio sguardo passò dai suoi occhi al soffitto freddo, come se stessi vedendo qualcosa volare via.

Arrivati al piano terra, seguimmo il protocollo. Contattammo la centrale.

Due di noi posero il corpo a terra.

Battito e respiro assenti. Iniziai il massaggio cardiaco.

Alla prima compressione le costole scricchiolarono.

Un rumore che non si dimentica.

Rimasi pietrificato.

Dentro di me gli chiesi perdono.

Ma perdono… perché?

Per avergli rotto qualcosa?

O perché era morto lontano dai suoi familiari?

Non lo sapevo.

Un collega gli chiuse le palpebre. Attendemmo con ansia il medico, che arrivò pochi minuti dopo. Senza toccare il corpo, decretò il decesso e iniziò a compilare i moduli.

Venti minuti più tardi, per caricare la barella vuota — con sopra la sola coperta marrone piegata — aprimmo il portellone posteriore dell’ambulanza. Fuori pioveva leggermente. «Chissà se anche in Germania sta piovendo?» disse uno di noi, sedendosi in ambulanza.

Per la seconda volta desiderai chiedere perdono a quell’uomo.

Ma perdono per cosa?

Forse perché avrebbe voluto dire delle parole?

O perché morire in un ascensore non è naturale?

O forse perché morire non è mai naturale?

Ancora non lo sapevo.

Partendo per tornare in sede, il volontario alla guida comunicò via radio alla centrale il codice 24 — il numero che indica il decesso.

Spegnemmo le luci interne.

Nell’ambulanza, insieme al buio, calò anche il silenzio.

Fuori, la città continuava a scorrere: auto con a bordo persone ignare percorrevano le vie illuminate.

Nei codici 24 non ci sentivamo mai soccorritori.

Nei codici 24 ci sentivamo solo testimoni: testimoni della vita che finisce.

Pensai che forse la cosa più innaturale era proprio morire da soli. 

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