Storia · capitolo 7

Capitolo 7 - 2. Avere solo diciott’anni (VII° Nuovi orizzonti, nuove speranze)

Dietro le sirene - Un libro sulla vita. Sulla fragilità. Sulla forza che non ti aspetti. di Filippo Fogarin

Alle due di notte, dal gelo del mercato agroalimentare, arrivò la chiamata: “ragazzo a terra con dolori”.

Appena arrivammo, aprendo il portellone dell’ambulanza, ci apparve un formicaio di giovani dalla pelle scura, avvolti in sciarpe e berretti. Si muovevano rapidi nel piazzale, trasportando cassette di frutta e verdura dal magazzino ai furgoni. Sembrava caos, ma in realtà si scansavano con naturalezza, avvolti dal vapore caldo del respiro.

Con lo zaino in spalla e la barella a mano, ci dirigemmo verso una delle grandi entrate del magazzino, illuminato a giorno.

Due braccia robuste, agitate in aria, ci indicarono un giovane steso a terra, rannicchiato. Tremava e stringeva le spalle, la fascia in testa gli copriva le orecchie, il giubbetto era sgualcito. Lo adagiammo sulla barella e lo coprimmo con lenzuola e due coperte marroni. In ambulanza accendemmo il riscaldamento al massimo, aprendo tutte le bocchette dell’aria.

I parametri erano nella norma: aveva solo freddo, tantissimo freddo.

Salì anche il ragazzo dalle braccia robuste: era il fratello maggiore. Erano indonesiani. Lui era in Italia da tre anni e parlava abbastanza bene; il fratello minore aveva compiuto diciotto anni il mese prima ed era appena arrivato. Non sapeva una parola d’italiano.

Il loro progetto era semplice, come i loro occhi: lavorare tanto, inviare soldi a casa, restare cinque anni in Italia per poi tornare e aprire un’officina. Ci raccontarono di aver lavorato fin da piccoli nell’officina dello zio, in Indonesia.

A Padova dormivano in un appartamento vicino alla stazione, in una stanza con letti a castello, insieme ad altri tre connazionali. Ogni notte, in bicicletta, percorrevano circa sette chilometri per raggiungere il mercato di Padova Est.

Dopo il triage, lasciammo il giovane — che nel frattempo si era addormentato profondamente — in un letto in area verde, con il fratello accanto.

Non facemmo in tempo a uscire dall’ospedale, che arrivò un’altra chiamata: codice giallo in una discoteca.

Nel piazzale, vicino all’ingresso, un ragazzo era appoggiato a un’auto. Attorno a lui, un lago di vomito. Ubriaco e probabilmente sotto l’effetto di sostanze, si piegava come un pendolo sul cofano, continuando a vomitare. Indossava solo una camicia. Il volto era arrossato, il fiato pesante di alcol.

«Stiamo festeggiando il suo compleanno» dissero ridacchiando quattro amici. «Compie diciotto anni. Ha bevuto troppo. L’abbiamo portato fuori, altrimenti rovinava i divanetti».

«Con tutto quello che ha bevuto, non sente nemmeno il freddo» aggiunsero, anche loro in camicia, con una sigaretta o un bicchiere in mano.

Caricammo il neomaggiorenne in ambulanza. Singhiozzava e biascicava parole incomprensibili. Era smarrito, forse non si rendeva nemmeno conto che era salito su un mezzo di soccorso. Gli amici rientrarono in discoteca; nessuno ci seguì fino all’ospedale.

Lo sistemammo seduto sulla barella, schienale rialzato, gambe distese, con un sacchetto per il vomito ben aperto davanti alla bocca. Lo riempì completamente durante il tragitto.

Mi chiesi: si sentirà solo, ora?

Dopo il triage, l’infermiera ci indicò di porlo nel letto accanto al ragazzo indonesiano, ancora immerso in un sonno profondo. Il fratello, ci disse, era dovuto tornare al mercato per terminare il lavoro e recuperare le biciclette:

«Ha detto che sarebbe tornato tra quattro ore circa» spiegò, «ma è riuscito a parlare con il medico».

A quell’ora, nel Pronto Soccorso, la luce era soffusa. Anche il nuovo arrivato si addormentò subito. Nella penombra, due ragazzi supini respiravano profondamente, i loro respiri si intrecciavano. Apparivano cosi simili ma in realtà appartenevano a pianeti diversi, uno aveva attraversato il mondo per costruirsi un futuro, l’altro si era perso fuori dalla discoteca.

 

Ancora oggi, ogni volta che mi avvicino al reparto frutta e verdura di un supermercato, penso a quei due fratelli. Per un attimo li immagino in un’officina, con le braccia robuste, il volto sporco d’olio e gli stessi occhi determinati.

Spero con tutto il cuore che abbiano realizzato il loro sogno.

Mi rendo conto che sapere che la frutta e la verdura arrivano nei supermercati passando per campi, camion e mercati agroalimentari, resta un sapere astratto. Un po’ come sapere che il mondo è rotondo.

Forse anche la maggiore età è una forma di sapere astratto. Perché non basta compiere diciott’anni per sentirsi davvero consapevoli e responsabili. 

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