Capitolo 6 - 1. Fuori, un mondo sconosciuto (III° Situazioni Inimmaginabili)
Primo intervento: una ragazza giaceva distesa a terra, addormentata accanto alle pompe di benzina. Era stata segnalata all’1-1-8 da alcuni passanti. Appena le toccai il polso sentii il battito accelerato, freddo come l’asfalto notturno. La ragazza, costretta a prostituirsi, quando vide arrivare i carabinieri fuggì correndo tra i campi dietro al distributore, sparendo nel buio. Era solo l’inizio.
Secondo intervento: rissa fuori da una discoteca. Caricammo in ambulanza un trentenne con un taglio sulla guancia procurato da una bottiglia rotta. Sanguinava molto, ma era stato fortunato: pochi centimetri più in alto avrebbe perso un occhio, più in basso la vita.
Terzo intervento: due ragazze si erano chiuse, impasticcate, nel bagno di un club. Solo l’arrivo dei carabinieri – con la minaccia di buttare giù la porta – le convinse a uscire. Barcollanti, malconce, semivestite, continuavano a ridere e inveire contro “questa vita mediocre”, indignate verso una società che non le meritava e che sognavano di lasciare per l’Inghilterra o l’Australia.
Quel venerdì notte d’inverno avevo nettamente la sensazione che Padova fosse più piccola di quanto la conoscessi. Le strade verso l’ospedale mi sembravano più corte, cosa che non accadeva mai quando le percorro da solo. Erano piene di auto che correvano, rallentavano, si fermavano e ripartivano, accompagnandoci nei tragitti. Dopo i tre interventi eravamo esausti e affamati. A mezzanotte, appena usciti dal cancello del Pronto Soccorso, dopo aver lasciato le due ragazze in area verde, il cellulare suonò di nuovo: “codice verde, suora con diarrea”. Ci scambiammo automaticamente uno sguardo di stizza.
Si usciva malvolentieri per chiamate come diarrea, mal di denti, vertigini. Ma quella sera eravamo particolarmente provati, desiderosi di sederci finalmente a tavola per mangiare la pizza che ci aspettava – sicuramente fredda – nei cartoni, nella sede della Croce Rossa.
Arrivammo all’istituto di suore, piccolo, a due piani, compreso tra la chiesa e una scuola materna, in una parrocchia a nord di Padova. All’ingresso ci attendeva una suora alta e magra, che ci invitò a salire in ascensore.
Dentro, un calore esagerato, quasi soffocante. In tre salimmo al primo piano. Nella cameretta ci aspettava una suora anziana, pallida ma robusta, aiutata da due consorelle.
Decidemmo di utilizzare la sedia a rotelle presente in ambulanza per trasportarla. Così, accompagnato dalla suora alta e magra, tornai giù con l’ascensore.
«Vi ammiro, voi volontari. Siete visibilmente stanchi» mi disse affettuosamente, appena si chiusero le porte automatiche.
«Grazie, madre, lo siamo. È dalle 20.15 che siamo fuori, e questo è il quarto intervento» risposi, cercando di mostrare gratitudine, nonostante la stanchezza, la fame e il caldo.
«Tre interventi avete già fatto! Immagino» disse lei con tono comprensivo. «D’inverno, con il freddo che c’è fuori, sicuramente c’è tanta gente che ha la diarrea».
La fissai, ma non risposi. Lei guardava i pulsanti luminosi, probabilmente nemmeno si aspettava una risposta. Le porte si aprirono e mi diressi verso l’ambulanza per recuperare la sedia.
Alle 1:30 finalmente mangiammo la pizza: fredda, ma buona.
Quella notte non uscimmo più. Padova si era addormentata, e io avevo già visto quattro mondi in poche ore.
Rimanemmo a riposare nel silenzio della sede: chi sui divani del salotto, chi nei letti a castello.
Alle 6:40 le voci dei volontari del turno del mattino ci svegliarono.
Ho pensato molto alla considerazione della suora: inizialmente mi fece sorridere, ma col tempo ho capito che nascondeva un fondo di verità. Molti ignorano cosa accade nelle strade, tra i palazzi, all’interno delle case di una città di medie dimensioni come Padova.
Forse anche per questo ho sentito il bisogno di scrivere: per raccontare almeno un frammento di quella città invisibile. Fatta di luoghi, vie e angoli che, una volta visti, non ti lasciano più come prima.ere…
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