Storia · capitolo 5

Capitolo 5 - Premesse per comprendere il contesto

Dietro le sirene - Un libro sulla vita. Sulla fragilità. Sulla forza che non ti aspetti. di Filippo Fogarin

Quattordici anni di volontariato

Nei trentuno capitoli di questo libro ho raccolto interventi svolti tra il 2007 e il 2021 nel Servizio di Urgenza ed Emergenza Medica (SUEM) della Croce Rossa di Padova. Con l’ambulanza ho scoperto palazzi, vie e piazze della città che non conoscevo. Non avrei mai immaginato quante realtà sociali vi fossero: conventi, case di riposo, centri sportivi, patronati, parrocchie. Padova non mi appariva più grande, ma più densa, più dinamica, più plurale; e allo stesso tempo più distratta, più veloce.

All’epoca eravamo circa ottocento volontari, ciascuno con mansioni diverse. C’erano i Pionieri, ragazzi minorenni; le infermiere volontarie; e soprattutto i volontari del SUEM – il gruppo più numeroso – che prestavano servizio in ambulanza, tra cui anch’io.

Esisteva anche il servizio Penelope, attivo nei fine settimana nella zona della stazione ferroviaria, per interventi di prevenzione. In media, ogni volontario svolgeva due turni al mese. Io prestavo servizio soprattutto di notte o nel pomeriggio, solo raramente al mattino.

Oggi, ripensandoci, credo che il vero dono non siano stati gli interventi in sé, ma ciò che hanno lasciato dentro di me.

È difficile immaginare cosa accada all’interno di edifici che vediamo ogni giorno solo dall’esterno. Eppure, possono rivelare ambienti sorprendenti – nel bene e nel male – realtà che restano invisibili fino a quando non si è chiamati a entrarvi.

Ogni turno era una finestra aperta su mondi sconosciuti.


Gli odori del soccorso

Nel raccontare gli interventi, ho cercato di restituire immagini, sensazioni ed emozioni. La descrizione degli odori, invece, ho scelto di anticiparla in questo breve capitolo.

Gli odori sono una cosa strana: alcuni non si dimenticano, generano emozioni profonde, spesso difficili da esprimere a parole.

A volte sorprendono – come quelli nei conventi del centro.

A volte rattristano – come nelle case delle persone sole.

Altre volte quasi immobilizzano – come l’odore del sangue mescolato a quello degli escrementi.

Gli odori più densi si fissano sotto il naso, impregnano maglione e sciarpa, entrano nelle narici e restano impressi nella mente. Non ti lasciano per tutto il turno, a volte nemmeno il giorno dopo, condizionando i pensieri.

Durante gli interventi si incontrano gli odori delle case chiuse, della polvere, dei vestiti non lavati, dei luoghi abbandonati.

C’è l’odore del fango nei fossi delle strade periferiche. Quello della miseria, respirata nei bagni delle stazioni, dove la dignità è stata calpestata. E ancora l’odore acre della benzina mescolata al sangue negli incidenti stradali.

Poi ci sono gli odori inaspettati, a volte sconosciuti: profumi di spezie e di cibi esotici. Quelli rassicuranti della vita domestica, delle buone maniere, delle candele accese. Odori capaci di commuovere.

Ma poteva capitare di varcare la soglia di abitazioni dove si avvertiva l’odore del vizio, del lusso, dell’abbondanza, persino della sfrontatezza, quasi offensiva. Pavimenti in marmo bianco venato di rosa, arredamento griffato, arazzi, statue. Sale da pranzo con lunghi tavoli in cristallo, dove marito e moglie sedevano distanti, ciascuno al proprio capotavola, serviti da due maggiordomi silenziosi.

In un solo turno si potevano attraversare mondi opposti, e respirare gli odori: dal miniappartamento alla villa, dalla fabbrica alla chiesa, dal carcere alla discoteca, dalla stazione dei treni fino a un attico.

Sempre correndo, stretti nelle divise blu o rosse, per le strade di Padova, di giorno o di notte, col caldo o col gelo.


Come funziona davvero il 118

Il Servizio di Urgenza ed Emergenza Medica è attivo in tutta Italia, 24 ore su 24, 7 giorni su 7, tramite il numero unico 1-1-8.

Il servizio è composto da volontari, infermieri e medici, che operano con ambulanze e automediche.

Durante il corso per volontari ci insegnarono a dire “uno-uno-otto” invece di “centodiciotto”: era più facile da memorizzare, soprattutto per i bambini. È per questo che lo riporto così anche in queste pagine.

A Padova la centrale operativa si trovava – e si trova tuttora – interna all’ospedale. Qui gli infermieri ricevono le chiamate, valutano la situazione e assegnano un codice di priorità: verde, giallo o rosso. Poi attivano l’ambulanza più vicina della Croce Rossa o della Croce Verde, che partono dalle rispettive sedi esterne.

In caso di codice rosso, oltre all’ambulanza partiva anche l’automedica, con a bordo un infermiere e un medico, che raggiungevano i volontari direttamente sul luogo dell’intervento.

A Padova Croce Rossa e Croce Verde svolgono attività identiche, ciascuna nella propria zona, con due ambulanze operative per parte.

L’organizzazione del servizio SUEM prevedeva la divisione della giornata in tre turni:

·  Mattina (7.00 – 14.00)

·  Pomeriggio (14.00 – 20.00)

·  Notte (20.00 – 7.00)

I volontari si dovevano presentare in sede mezz’ora prima per controllare i presidi e i medicinali in dotazione nell’ambulanza e nello zaino da soccorso.

Durante i corsi si imparava l’uso dei presidi e si ripetevano all’infinito le manovre di primo soccorso. In particolare il massaggio cardiaco – con il pallone per le insufflazioni (Ambu) e la cardiolina per monitorare il battito – veniva esercitato decine di volte su un manichino.

Tutto il procedimento doveva restare impresso nella memoria come una preghiera, perché sul campo la concentrazione era messa a dura prova dal panico, dall’adrenalina e dagli imprevisti che puntualmente si presentavano.

Negli interventi si usciva in quattro: due davanti e due nel vano sanitario. A volte saliva anche un familiare, ma solo se le condizioni lo permettevano.

In codice rosso, invece, saliva il medico e l’infermiere dietro nell’automedica, a sirene spiegate.

Le forze dell’ordine potevano accompagnare i pazienti, come detenuti o arrestati feriti.

Quando l’ambulanza ripartiva verso il Pronto Soccorso, il centralino indicava se portare il paziente all’ospedale Centrale oppure al Sant’Antonio, detto “ospedale del Santo”.

Padova, d’altronde, è la città dei tre senza: il Santo senza nome, il prato senza erba e il caffè senza porte.a scrivere…

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