Capitolo 39 - Riflessioni finali - I volontari e la vita nei turni
Sono entrato in Croce Rossa perché invitato e sollecitato da due amici del mio comune.
Con il primo svolsi solo pochi turni, mentre il secondo mi accompagnò per tutti gli anni del mio periodo di volontariato.
All’inizio sapevo poco o nulla del mondo che stavo per affrontare. Scoprii presto che il SUEM non era solo volontariato, ma un salto a piedi pari dentro la realtà più cruda.
Ricordo ancora la mia prima lezione, gli esami finali, il mio primo tirocinio in ospedale e il mio primo intervento operativo.
All’epoca, per diventare volontario SUEM, il percorso era impegnativo: un corso di circa un anno e mezzo, con esami intermedi e numerose simulazioni. Una volta operativi, era comunque necessario frequentare aggiornamenti specifici.
Non ho mai contato con precisione i massaggi cardiaci eseguiti, né le donne vittime di violenza incontrate. Non ho contato i tossicodipendenti o gli ubriachi soccorsi, né gli incidenti stradali affrontati con i miei compagni. Ma ricordo con precisione: un intervento in rianimazione pediatrica, due in abitazioni di accumulatori compulsivi.
Ricordo quattro interventi in carcere, dove carcerieri e carcerati, entrambi vite denudate, convivono all’interno dello stesso involucro.
Ho assistito a due tentati suicidi, cinque suicidi e ho svolto nove turni durante il lockdown.
Non ho mai assistito a un parto. Ma in certi momenti inattesi ho visto la vita ricominciare.
Durante i quattordici anni e mezzo ho incontrato circa cinquanta volontari nei vari turni: uomini e donne di ogni età, con o senza figli, pasticcieri, camionisti, biologi, idraulici, banchieri, assicuratori. Ognuno con il proprio mestiere di giorno, e con la stessa divisa di notte.
Tutte persone che avevano deciso di mettere a disposizione della collettività parte del loro tempo, delle loro energie e del loro entusiasmo.
Alcuni di loro avevano iniziato ancora quando non esistevano né i navigatori e né i cellulari. I loro racconti, fatti di mappe stradali e di campane per la sveglia, mi apparivano inverosimili, quasi leggendari.
Ogni turno era composto da almeno nove persone: quattro nelle rispettive ambulanze e una al centralino che registrava le uscite. Per coprire assenze, il capoturno contava su una squadra allargata di una dozzina di volontari.
Tra un intervento e l’altro si parlava poco di lavoro o di vita privata: le conversazioni ruotavano quasi sempre intorno agli interventi svolti o ai corsi da sostenere.
Nei turni di notte c’era più tempo per stare insieme, e gli argomenti si allargavano alla politica, al tempo libero, ai commenti sui film visti al cinema.
Durante gli interventi, il rapporto con i volontari era fatto di sguardi: sguardi rassicuranti, di approvazione, di timore. Le parole erano poche.
In sede, oltre al centralino, c’era una sala con un tavolone, due divani, tre distributori di bibite e snack e una televisione.
Nei turni di notte si mangiava la pizza d’asporto, e se il telefono non squillava, si passava il tempo sul divano o sulle panche all’esterno.
Dopo cena, alcuni preferivano riposare sulle poltrone; altri nei letti a castello presenti nelle camerate.
Io, dopo mezzanotte, ero tra quelli che preferivano stendersi nei letti: avevo la sensazione che, dormendo e venendo svegliato all’improvviso, sarei stato più reattivo.
Altri, invece, restavano svegli per la stessa ragione.
Terminato il turno, dopo aver firmato tutti i moduli relativi agli interventi, si andava tutti insieme a fare colazione.
Usciti dalla sede, la mente si proiettava subito agli impegni quotidiani: si tornava alla consuetudine, alla famiglia e al lavoro.
Gli interventi sembravano dissolversi: seduti al bar, raramente si parlava di quanto accaduto nella notte.
Al massimo si facevano commenti generali, si confrontavano le statistiche delle uscite o si accennava a qualche episodio insolito.
Ma la mente era già altrove.
Il gruppo di volontari con il quale avevo iniziato il percorso – frequentando i corsi e poi salendo in ambulanza – dopo quattordici anni ormai si era dissolto.
Quei pochi che erano rimasti operavano solo nel quarto venerdì notte: l’unico turno che avevo scelto di mantenere.
Con i nuovi volontari, formati con un tirocinio diverso, era più difficile creare affiatamento.
Nel corso degli anni, alcuni mi sono sembrati un po' euforici, persino esaltati: si presentavano con torcia e coltellino multiuso alla cintura. Altri, alla fine di ogni intervento, sentenziavano sull’operato.
Ma verso la grande maggioranza nutrivo rispetto.
Più li conoscevo, più li ammiravo.
Con molti mi sentivo quasi protetto, al sicuro.
Avevano dedizione, pazienza, professionalità, disinteresse, costanza, comprensione e una forza silenziosa.
Erano i Volontari della Croce Rossa.
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