Storia · capitolo 37

Capitolo 37 - Il Cuore sotto le nostre mani (VII Nuovi orizzonti, nuove speranze)

Dietro le sirene - Un libro sulla vita. Sulla fragilità. Sulla forza che non ti aspetti. di Filippo Fogarin

Il massaggio cardiaco deve iniziare entro pochi secondi. Si pratica solo quando si è certi che il battito e il respiro sono del tutto assenti. Mani intrecciate, braccia tese, il protocollo è chiaro. Ma ogni istante che passa, la vita che hai di fronte sfugge.

Durante i corsi di formazione e di aggiornamento, questa manovra salvavita veniva trattata con grande attenzione.

Doveva essere eseguita in perfetta sincronia da tutto il gruppo dei volontari, come se si stesse suonando lo stesso spartito: non c’è il tempo per pensare, si deve agire, alternando con precisione compressioni toraciche e insufflazioni d’ossigeno.

Negli ultimi anni del mio servizio fu introdotto anche l’uso del defibrillatore. Per fortuna, non mi è mai capitato di doverlo utilizzare in un cuore vero.

Ho praticato circa trenta massaggi cardiaci, soprattutto su persone anziane o di mezza età – e in due occasioni su ragazze.

Non è possibile fare statistiche attendibili sulla mia piccola esperienza, ma in tre di quegli interventi, proprio quando la morte si stava affacciando, il cuore riprese a battere.

Non lo riporto per vantarmi, ma per raccontare cosa prova un volontario quando si trova davanti un corpo immobile, senza respiro e senza battito, e riesce a portarlo in Pronto Soccorso con un cuore che torna a pulsare a mille.

Anzi, con i cuori che battono a mille: quello del paziente e i nostri che – prima per l’adrenalina e il panico iniziale, poi per la consapevolezza – cominciano a martellare come un tamburo, un suono antico quanto il mondo.

In tutti e tre i casi, siamo intervenuti quando il corpo era ancora caldo, grazie alla prontezza di familiari o amici che avevano subito chiamato l’1-1-8.

Due volte intervenimmo insieme al medico e all’infermiere: il medico si occupava delle insufflazioni, noi – a turno – delle compressioni toraciche.

Una terza volta invece il medico arrivò alcuni minuti dopo – circostanza molto rara – e riuscimmo da soli a ridare colorito al volto dell’anziano.

I tre interventi si svolsero in contesti molto diversi.

 

PrimoIl compleanno interrotto

Durante la festa di compleanno di uno dei numerosi nipoti, il nonno ebbe una fitta al torace.

Lo trovammo steso nel letto matrimoniale della sua elegante villetta di periferia.
I parenti furono fatti uscire dalla camera, ma rimasero a osservare ansiosi dalla porta, che continuava ad aprirsi e chiudersi, mentre altri andavano in giardino per sbirciare dalle finestre.

Il battito e il respiro erano assenti. Lo stendemmo sul pavimento, come da protocollo. Attaccammo al torace gli elettrodi e iniziammo il massaggio.

Durante le insufflazioni praticate dal medico e le iniezioni dall’infermiere, noi volontari ci alternavamo nelle compressioni.

Non ricordo quante ne feci, ma fu proprio durante il mio turno che sentii, sotto i palmi, il cuore riprendere a battere. Forte, improvviso.

Mi fermai subito. Vedevo il tracciato sul monitor, ma lo percepivo anche sotto le mani: pulsava frenetico nel torace caldo e sudato.

Era come toccare la vita che tornava.

Mi sentivo sospeso, attraversato da una forza che non sapevo d’avere.

Uscendo di corsa dalla stanza, portando il nonno in barella verso l’ambulanza – io con lo zaino in spalla a tirare, gli altri due a spingere, uno con la flebo e uno con la bombola – incrociai lo sguardo sorridente di un uomo, con gli occhi gonfi di lacrime.

Tornai con i piedi per terra solo a fine turno.

 

SecondoIl bar d’estate

Un pomeriggio d’estate, un uomo cadde da uno sgabello fuori da un bar nella zona universitaria di Padova, sbattendo sul marciapiede.

Il medico praticò le insufflazioni, l’infermiere posizionò gli elettrodi.

Il battito riprese quasi subito.

Le compressioni furono eseguite da un solo collega. Io e gli altri tenevamo a distanza la trentina di curiosi.

Caricammo il paziente in ambulanza. Al momento della partenza, un vigile si avvicinò e mi diede una pacca sulla schiena, con un sorriso.

 

 

TerzoLa notte e il risveglio

A notte fonda, la moglie, svegliata da un sobbalzo del marito, capì subito e chiamò.

Lo trovammo a letto. Lo portammo sul pavimento e cominciammo le manovre.

Io mi occupai delle insufflazioni, i colleghi posizionarono gli elettrodi e iniziarono le compressioni.

Il monitor iniziò a pulsare all’arrivo del medico che – terminato l’intervento – davanti all’ingresso dell’area rossa, ci fece i complimenti.

Tornai alla realtà solo giorni dopo, sospinto dal ricordo di quel battito improvviso sul monitor.

 

Mi chiedo ancora che fine abbiano fatto queste tre persone: se vivono ancora o se abbiano vissuto a lungo, o magari solo per alcuni mesi.

Ma gli anni, i mesi o anche solo i giorni che hanno vissuto dopo l’infarto… mi auguro li abbiano vissuti intensamente. Investendo tutto nella semplicità e nell’amore.

Io ho acquisito una prospettiva nuova della vita.

In quei tre interventi, l’ho vista aggrapparsi con una forza commovente: fragile e ostinata.

Mi sono sentito un privilegiato, un testimone silenzioso, profondamente grato. 

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