Storia · capitolo 36

Capitolo 36 - Mondo sospeso (III Situazioni inimmaginabili)

Dietro le sirene - Un libro sulla vita. Sulla fragilità. Sulla forza che non ti aspetti. di Filippo Fogarin

Non ricordo un silenzio simile.

Nemmeno di notte a Natale, nemmeno in montagna.

Durante il Covid il silenzio era ovunque: nelle strade, negli ospedali, perfino dentro di noi.

Tutto era sospeso: il tempo, i rapporti, la fiducia.

Poi c’erano coloro che erano contrari alle vaccinazioni. Soccorrerli non era semplice. Spesso ci accoglievano con ostilità, diffidenza, parole taglienti. Aiutare chi ti guarda con sospetto scava dentro.

Le loro convinzioni granitiche, la chiusura totale al dialogo, mi mettevano alla prova.

A volte mi sembrava avessero smarrito il senso critico, confondendo la realtà con narrazioni costruite.

Poi ho capito: mesi chiusi in casa, isolati, con solo televisione e social a fare da finestra sul mondo… erano devastanti.

Futuro sospeso, lavoro assente, paura ovunque.

Panico che diventava certezza: certezza della malattia.

E poi noi, vestiti da astronauti, con tute bianche, visiere, stivali gialli.

Eravamo lì perché chiamati dagli stessi pazienti che rifiutavano il vaccino, ma che ora avevano bisogno di noi.

Dovevamo affrontare un compito nuovo, con protocolli nuovi, in un mondo completamente cambiato.

Strade vuote. Silenzio rotto solo dal vento nel finestrino e dal rumore delle ruote.

Semafori rossi, non si sa per chi.

In ospedale sembrava di entrare in una base lunare.

Pazienti allineati nei corridoi, ciascuno con la propria bombola d’ossigeno.

In ambulanza eravamo in due, non quattro: uno alla guida, l’altro dietro col paziente.

Fine di un intervento, ne arrivava subito un altro. Sei, sette, dieci in un solo turno.

Correvamo ovunque: appartamenti, ospedali, case di riposo, conventi, campi nomadi.

Bombole d’ossigeno da sostituire, una dopo l’altra.

Due volte il paziente crollò a terra accanto a me al Pronto Soccorso.

Termometri bollenti. Visiera e occhiali appannati. Guanti doppi.

Moduli del triage da compilare da solo, infermieri al limite.

Pazienti ritrovati come li avevo lasciati l’intervento prima.

Il mondo era fermo, noi no.

All’inizio avevo paura. Poi la riorganizzazione rapida, la forza dei colleghi e l’arrivo dei nuovi protocolli e dei vaccini mi restituirono energia.

La forza di restare.

La determinazione di andare avanti.

 

Primo intervento - La signora anziana e le figlie

Ricordo in particolare una signora anziana, in forte difficoltà respiratoria.

Aveva fronte e collo sudati.

Appena salita in ambulanza, ci confessò di aver voluto vaccinarsi, ma le figlie glielo avevano impedito.

Nel frattempo, le figlie continuavano a darci ordini su come intervenire e quali presidi utilizzare, mentre la madre iniziava a boccheggiare, masticando l’aria.

Le somministrammo ossigeno in dose massiccia.

Riacquistò colore e si tranquillizzò.

Durante il trasporto mi prese la mano, poi quella del collega.

Non sembrava spaventata. Cercava solo un contatto umano: il semplice bisogno di stare vicino a qualcuno, dopo settimane di solitudine.

 

Secondo InterventoIn area Covid

Venerdì pomeriggio. Qualche mese dopo il lockdown.

Donna con febbre alta, sudata, saturazione bassa. Tirava i muscoli del collo per respirare. Sintomi chiari. Destinazione area Covid.

In ambulanza pretese la mascherina per l’ossigeno, non gli occhialini come da protocollo.

La portammo direttamente lì.

Trasferita nel letto, lei – distesa – afferrò il medico per il braccio.

Alzandosi la mascherina con l’altra mano, disse con voce soffocata:

«Dottore, non voglio essere vaccinata. La prego».

Il medico, pronto e lapidario, rispose:

«Tranquilla, signora. Noi qui non vacciniamo. Qui intubiamo solo».

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