Capitolo 34 - Dietro le apparenze (III Situazioni inimmaginabili)
All’ingresso sembrava tutto normale. Ma dietro quelle facciate si nascondeva un’altra verità.
Durante i vari interventi ho incontrato persone di ogni età e provenienza, in situazioni in netto contrasto con quella che era, o era stata, la loro esperienza di vita, con ciò che apparivano.
Cerco di spiegarmi riportando, così come mi tornano alla mente, alcuni esempi accaduti in varie circostanze:
I. Il Generale
Soccorremmo un generale in pensione. Era immobile nel letto, nella sua casa in centro città. Poteva muovere solo la testa, aggrottando le sopracciglia. Con un tono della voce cadenzato e basso ci spiegava la situazione.
Si rendeva conto di avere bisogno di tutto, ma non era abituato a chiedere.
Capiva che non aveva più il controllo di nulla, nemmeno dei suoi escrementi.
Sua moglie, in disparte, visibilmente rattristata, ci confidò che il marito era abituato ad “impartire ordini”, a “comandare eserciti”.
II. L’ex professore
In un altro intervento, entrammo in uno spazioso e ben arredato appartamento di un condominio nel centro storico.
L’edificio era alto e mi fermai un attimo a osservare Padova da quella prospettiva notturna. In alcuni punti si distinguevano le ombre dei portici.
All’interno trovammo un signore in confusione, seduto in una sedia a rotelle, con un forte decadimento cognitivo. La moglie precisò subito che non si trattava ancora di Alzheimer.
Riportando i dati nel modulo di intervento, il mio collega riconobbe l’uomo: era il suo ex professore universitario, tanto stimato e ricordato.
III. L’assessore e il comandante
Capitò di soccorrere una persona che specificò d’essere assessore comunale.
Alcuni anni dopo soccorremmo anche il comandante della polizia locale di un comune dell’hinterland padovano.
Entrambi non avevano esposto il numero civico della propria abitazione.
Una circostanza che, in entrambi i casi, causò ritardi negli interventi.
L’assessore si giustificò con motivi di riservatezza e di privacy.
Il comandante dei vigili, alzando le spalle, ci rispose che era del tutto inutile esporre il numero civico, commentò: “Tanto oggi ci sono i navigatori”.
IV. Casa di riposo
Un pomeriggio fummo chiamati in una casa di riposo. Un uomo, cadendo dal letto, si era procurato degli ematomi sulla spalla e sul gomito.
Lo trovammo steso, con lo schienale leggermente rialzato. Sopra il comodino c’era una tazza di tè piena.
L’infermiera, che parlava come un manuale di Pronto Soccorso, disse, tra le poche cose, che era inutile portargli del tè, perché non lo avrebbe bevuto.
In realtà l’anziano aveva una sete incredibile. In ambulanza ci confidò con voce bassa e triste che era caduto da tre giorni e, con il solo braccio sano, non riusciva ad afferrare la scodella.
V. Ragazzi ubriachi
Erano frequenti anche gli interventi per soccorrere ragazzi e ragazze ubriache durante le feste di laurea, nelle quali inevitabilmente i genitori affermavano con una convinzione granitica che il loro figlio beveva pochissimo e non fumava.
Se in quel momento stava vomitando, era solo perché aveva preso un colpo di freddo allo stomaco e per nessun’altra ragione.
Ma lo dicevano mentre il figlio era stravaccato su una sedia, o steso su una panca, o in ginocchio sul water del bar, bianco in volto, con un filo di bava che gli colava sulla camicia già macchiata di vomito.
VI. Residenza per minori
Infine, un venerdì sera d’estate, assieme al medico e infermiere, intervenimmo in una struttura di accoglienza residenziale per minori femminile.
Una ragazza aveva perso le forze, la vedemmo accasciata nello stretto corridoio della zona notte.
Si sentiva debole, era pallida, con la pressione bassissima. Non era sudata.
Non aveva né pranzato né cenato, ci dissero le sue compagne.
Caricammo la ragazza in ambulanza e l’infermiere le fece una flebo.
Prima di partire verso il Pronto Soccorso, il medico ritenne opportuno informare direttamente un genitore.
Con il cellulare del centro d’accoglienza, telefonò più volte alla madre, che solo dopo molti tentativi rispose.
Sentimmo forte il ritmo incalzante di una musica assordante.
Il medico si allontanò dall’ambulanza. Probabilmente, dovendo alzare il volume della voce, non voleva che la figlia ascoltasse. Non so se riuscì davvero a comunicare il contesto.
Ma tutti sentimmo quella musica. Anche la ragazza, distesa sulla barella, che cominciò a piangere in silenzio.
Sono stati tutti interventi che mi hanno fatto riflettere sulle apparenze.
La madre, assente, irresponsabile; i genitori che si improvvisavano sindacalisti dei figli, cercando di giustificare di fronte all’evidenza; i due ufficiali pubblici che non rispettavano i regolamenti che essi stessi dovevano far rispettare ai cittadini.
E infine, il decadimento fisico o mentale del nostro corpo.
Questi interventi mi sono serviti per rivolgere l’attenzione verso me stesso.
Per interrogarmi sui miei comportamenti.
Per capire se, nel mio agire, sono responsabile oppure se cerco giustificazioni.
Mi servono per autogiudicarmi, e magari, per cambiare.
Per ricordarmi che dietro ogni volto c’è sempre una storia. E soprattutto che chi ha più anni merita sempre rispetto.
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