Storia · capitolo 33

Capitolo 33 - Due storie simili, due emozioni uniche (V Quando il dolore non spezza)

Dietro le sirene - Un libro sulla vita. Sulla fragilità. Sulla forza che non ti aspetti. di Filippo Fogarin

Capitava spesso, nello stesso turno, di fare interventi simili, ma mai identici: ad esempio nelle case di riposo per trasportare l’anziano in ospedale, oppure per soccorrere persone sole nelle loro abitazioni.

Eppure, per quanto somiglianti, ogni intervento si distingueva per un particolare, per qualche dettaglio inatteso che lo rendeva unico.

Ci si stancava molto, ma il contatto con le persone, nel loro momento di bisogno, lasciava sempre qualcosa.

Quando entro nello stesso fosso, nello stesso punto, non mi bagno mai nello stesso modo”, diceva un filosofo greco cinque secoli prima di Cristo.  [1]

 

In questo capitolo, invece, racconto due interventi distinti per dinamica ma quasi sovrapponibili per le conseguenze, e indimenticabili per ciò che rivelarono.

Mi commossero entrambi.

Accaddero a pochi mesi di distanza, entrambi di notte: il primo un venerdì, il secondo un giovedì.

Due ragazze, una diciottenne e una ventiduenne: entrambe, cadendo, si ruppero il setto nasale, il labbro superiore e i denti incisivi.

Entrambe avevano un piercing tra il labbro e il naso, che nell’impatto causò ulteriori danni.

Nessuna perse conoscenza.

Ma avevano anche qualcos’altro che le accomunava profondamente.

La prima era in un capannone della zona industriale trasformato in discoteca. Ballando su un tavolino, si lanciò tra le braccia del ragazzo, che non la resse. Caddero insieme: lei batté il volto contro un tavolo vicino.

La seconda, studentessa spagnola in Erasmus, scendeva in bici dal cavalcavia davanti alla stazione. Perse il controllo e cadde sul cordolo della pista ciclabile, schiantandosi sull’asfalto.

Eppure ciò che mi colpì davvero, e che unisce profondamente questi due interventi, fu che entrambe, doloranti e con la bocca piena di sangue, stese prima nella barella e poi nel lettino in ospedale, dicevano solo la stessa e unica cosa:

«Dov’è mia mamma? Voglio chiamarla. Devo dirle tutto… spero che non si arrabbi». 

La mamma della ragazza caduta in discoteca la vidi due ore dopo, rientrando in Pronto Soccorso per un altro intervento.

Nell’area verde, semibuia, la figlia dormiva con un respiro irregolare e rumoroso, segnato dalle labbra spaccate e dai denti mancanti.

La madre era seduta accanto a lei, dritta sulla sedia, le mani poggiate sulle ginocchia, lo sguardo fisso sulla figlia.

Tutto attorno era silenzio. Lei vegliava, immobile, come volesse tenerla al sicuro.

Avrei voluto restare lì, a osservarle: un quadro antico ma sempre attuale.

Ma dovetti andare.

E so che, anche se me ne sono andato, lei è rimasta.

A vegliare.

Sempre.


[1] Eraclito

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