Storia · capitolo 32

Capitolo 32 - Un mondo parallelo (III Situazioni inimmaginabili)

Dietro le sirene - Un libro sulla vita. Sulla fragilità. Sulla forza che non ti aspetti. di Filippo Fogarin

La città è il luogo delle mille storie, mille vicende che, intrecciandosi, disegnano una geografia sempre nuova. Ma è anche il luogo di mondi che convivono a stretto contatto senza mescolarsi mai.

Ricordo due interventi, a distanza di tre anni, entrambi di venerdì notte, d’estate. In tutte e due le occasioni soccorremmo cittadini cinesi che lavoravano in abitazioni di quartieri residenziali. E in entrambe le scene, mentre noi prestavamo soccorso, gli altri continuarono a lavorare imperterriti, come se nulla fosse accaduto.

 

Primo Intervento - Il laboratorio del pellame

Era un codice giallo, in una casa gialla a due piani, non lontana dalla chiesa di un comune nella cintura urbana di Padova.

Il cancelletto pedonale e il portoncino d’ingresso erano aperti. Entrammo chiedendo permesso, ma nessuno ci rispose.

Ci trovammo in un unico ambiente: nessuna parete divisoria, nessun ingresso. La grande sala era stata ricavata demolendo tutte le stanze interne, lasciando solo i tre pilastri portanti.

In un angolo c’era una cucina in legno, nell’altro la scala che portava al primo piano. Al centro una decina di tavoli, a ciascuno dei quali uomini e donne erano chini, intenti a tagliare pellami. Solo due donne, sedute vicino alla cucina, parlavano tra loro, non in italiano.

Ondate di odore di mastice e pelle si alternavano al sudore acre.

Rotoli di pellame, grezzo e lavorato, di vari colori occupavano tavoli e pavimento.

La luce proveniva da un lampadario sull’angolo della cucina e da tante piccole lampade sopra ogni tavolo. Finestre chiuse, tapparelle abbassate, tranne una accostata vicino alla cucina.

Alla nostra sinistra, a terra, una fila di materassi di varie dimensioni. Su uno di essi un uomo magrissimo, di mezza età, era rannicchiato: con una mano si teneva lo stomaco, con l’altra ci chiamava.

Balbettava parole incomprensibili, tirava il collo e stringeva i denti. Aveva già i documenti pronti in tasca.

Rilevammo i parametri, lo caricammo sulla barella e andammo via.

Nessuno ci rivolse la parola: tutti continuarono a tagliare la pelle, come se la nostra presenza non li riguardasse.

Ma non era così.

Uscendo, notai un maxischermo fissato a un pilastro, diviso in sei quadranti: mostrava le immagini dell’esterno della casa. Come a tracciare un confine invisibile tra il loro mondo e il nostro.

Il perimetro della casa era interamente sorvegliato dalle telecamere. 

In uno dei quadranti si vedevano il cancelletto aperto e l’ambulanza coi lampeggianti accesi.

Il mio collega commentò: Chissà quanti soldi ci sono qui dentro!

Io provai invece disagio: eravamo stati osservati, controllati e probabilmente anche registrati fin dall’inizio.

 

Secondo interventoStudio fotografico

In un vecchio condominio del centro città ci aprì una ragazza che, senza una parola, ci fece cenno di seguirla.

Ci ritrovammo in un labirinto di carrelli appendiabiti carichi di abiti da sposa bianchi e rosa, accostati l’uno all’altro.

Avanzammo in fila indiana. Io, che soffro un po’ di claustrofobia, mi sentii soffocare.

Arrivammo in una stanza illuminatissima, adibita a set fotografico: oltre al fotografo, quattro ragazze vestite da sposa. Una posava, le altre stavano accostate alla parete.

Tutte le finestre erano chiuse. Appoggiato alla parete un ragazzo sanguinava dalla nuca. Era cosciente e spiegò di essere inciampato in un cavo, sbattendo contro uno specchio.

Lo soccorremmo, disinfettando e bendando la ferita.

Poi lo accompagnammo fuori, attraversando ancora quella selva di abiti da sposa.

Nessuno si mosse. Gli scatti fotografici continuarono, imperterriti.

 

Frequentavo spesso il Centro Ingrosso Cina, in zona industriale a Padova, e avevo sempre ammirato la dedizione e la costanza dei cinesi al lavoro, anche se li percepivo distanti dalla città.

In quegli interventi compresi che la dedizione può trasformarsi in ossessione.

O peggio: in schiavitù.

Oggi, ripensandoci, non ho più la sola sensazione di essere entrato in un mondo parallelo, ma in due piccole gabbie.

E mi domando se quelle telecamere fossero lì per vigilare sugli ingressi o per impedire le fughe, se quel labirinto servisse davvero a accatastare abiti o piuttosto a rallentare chi era all’interno, e voleva uscire.


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