Storia · capitolo 30

Capitolo 30 - Quando si può anche sorridere (VI Sorrisi imprevisti)

Dietro le sirene - Un libro sulla vita. Sulla fragilità. Sulla forza che non ti aspetti. di Filippo Fogarin

In Croce Rossa non ci sono solo interventi tristi o violenti. A volte capita persino di ridere, e quei sorrisi inattesi cancellano per un attimo la fatica.

Questo capitolo vuole essere più leggero, per strappare un sorriso. La prima parte ha come protagonista il vomito; la seconda il telo barella, usato in situazioni insolite.

 

Primo Intervento – Il malore in piscina

Un venerdì pomeriggio di luglio, poco dopo pranzo, ci chiamarono per un intervento in una piscina comunale.

Un anziano, entrando in vasca, si era sentito male: probabilmente un’indigestione.

Ci accolsero negli spogliatoi, dove l’uomo ci aspettava in accappatoio e ciabattine.
Lo stendemmo sulla barella, rilevammo rapidamente i parametri e lo caricammo in ambulanza, portando con noi anche la borsa con i vestiti, consegnata dal personale della piscina.

Era pallido e saturava poco. Lo sistemammo seduto sulla barella, con lo schienale alzato.

Sospettando l’indigestione, preparammo un sacchetto per il vomito, che posizionammo aperto sulle sue gambe, mentre per l’ossigeno usammo gli occhialini nasali.

Alla prima curva, però, rigurgitò a più riprese. Non centrò mai il sacchetto, e la quantità di cibo rimesso inondò la mia divisa – che da blu diventò grigia – e il pavimento dell’ambulanza.

Il sacchetto, comunque, non sarebbe bastato.

L’aspetto comico, che mi strappò un sorriso persino in quel momento, fu che, mentre l’anziano riacquistava un bel colorito roseo, la mia collega teneva la testa completamente fuori dal finestrino… vomitando sulla strada.

L’uomo, costernato, si scusò:

«Scusatemi tantissimo, ho mangiato un piatto di pasta troppo tardi».

Trattenendo la nausea, guardai la mia tuta, i miei scarponi e il pavimento e risposi:
«Sì, ha mangiato pasta… ma anche tonno, piselli e molto probabilmente cavoli».

La collega aprì tutti i finestrini per cambiare aria, ma continuava a tenere la testa fuori.

Al Pronto Soccorso entrò lei con l’anziano, che nel frattempo si era ripreso.

Ritornati in sede, i colleghi lavarono a fondo l’ambulanza, mentre io andai direttamente sotto la doccia con divisa e scarponi addosso, per liberarmi dalla nausea.

E per riderci su.

 

Secondo intervento – Il telo barella

Il telo barella è usato per trasportare pazienti impossibilitati a muoversi, in particolare negli appartamenti con corridoi o scale troppo strette per sedia o barella. Serve per portarli fino alla barella vera e propria, lasciata al piano terra.

Per una strana legge del destino, i pazienti erano quasi sempre anziani, robusti e abitavano ai piani alti senza ascensore.

Il telo è un rettangolo in polietilene irrobustito, con sei maniglie: quattro agli angoli e due centrali.

Tre volontari lo impugnano: due ai lati e uno ai piedi.

Prima della discesa controllavamo il percorso: vasi, tappeti, mobili.

Una volta dovemmo trasportare un paziente giù da una scala a chiocciola, l’unico collegamento con il piano terra.

Posizionato il paziente sul telo (e coperto con un lenzuolo), prima di sollevarlo gli chiedevamo sempre: «Per favore, può tenere le mani sopra il petto?».

I problemi arrivavano con scale strette, con corrimano sporgenti, gradini irregolari, e pianerottoli a piè d’oca.

In quei casi il paziente si agitava, e poteva cercare un appiglio.

A volte si attaccava alle nostre cinture. Altre volte… più in basso.

E in quei momenti non si sudava solo per la fatica.

In certi casi si improvvisava. In altri si buttava sul ridere.

Perché un sorriso resta la migliore medicina.

Un aneddoto restato impresso: una volta trovammo una donna che pesava, se ricordo bene, oltre duecentocinquanta chili. Il suo polpaccio aveva la dimensione del mio torace.

Provammo a farle passare il telo barella sotto il corpo, ma fu impossibile.

Quando arrivarono i pompieri, fecero tutto da soli: la caricarono direttamente su un loro mezzo, e noi li seguimmo fino al Pronto Soccorso.

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