Storia · capitolo 29

Capitolo 29 - L’ultimo gesto (I La morte in faccia)

Dietro le sirene - Un libro sulla vita. Sulla fragilità. Sulla forza che non ti aspetti. di Filippo Fogarin

1.       L’ultimo gesto

(I La morte in faccia)

 

Nei moduli d’intervento c’era una voce per indicare la posizione del paziente: “in piedi”, “seduta”, “prona”, “supina”. Qualche anno dopo comparve una nuova dicitura: “appesa”.

In quattordici anni e mezzo, la spuntai una sola volta.

Durante il volontariato intervenni in cinque suicidi.

Non so se siano tanti o pochi. So solo che li ricordo tutti: l’arrivo, i parenti che urlavano “fate presto”, poi i silenzi; i volti distrutti, i “perché”, gli occhi increduli pieni di lacrime. Ricordo l’odore di escrementi e di sangue. E soprattutto, gli occhi sbarrati dei defunti, che sembravano fissare la loro vita incompiuta.

Il medico non si limitava mai ad accertare la morte: si avvicinava sempre ai familiari, comunicava il decesso e si accertava delle loro condizioni.

 

Tra quei cinque episodi ci fu uno diverso: l’unico in cui non c’erano parenti, ma solo tanti vicini di casa.

Una donna sulla sessantina viveva da sola nella prima periferia di Padova, in una piccola casa a un piano con un giardino disordinato, recintato da pali e rete.

Un venerdì sera d’estate decise di farla finita, dandosi fuoco.

I vicini, spaventati, chiamarono i soccorsi: da oltre dieci minuti sentivano urlare «Mi do fuoco! Mi do fuoco!».

Arrivammo in codice rosso insieme all’automedica e, appena scesi, la vedemmo: avanzava verso di noi nel vialetto, la gonna già in fiamme.

Il panico mi paralizzò.

«Sto soffrendo abbastanza? Guardami. Sto soffrendo abbastanza?» 

Urlava, mentre le fiamme salivano verso la maglietta e i lunghi capelli.

Le sirene dei vigili del fuoco si avvicinavano.

Pregavo arrivassero subito.

Lei si fermò scalza, a pochi metri da noi, continuando a urlare.

Noi, fuori dal cancello, eravamo pietrificati. Furono secondi interminabili.

Alle nostre spalle, arrivarono i pompieri. Accesero il faro del camion, illuminando a giorno il piccolo giardino.

Tre di loro scavalcarono la recinzione e, in pochissimi attimi, la avvolsero in una grande coperta.

Le fiamme si spensero, le urla si fecero lamenti.

In quei pochi secondi ebbi la sensazione che la scena si svolgesse al rallentare.

Scavalcammo anche noi.

La donna era stesa sull’erba. L’infermiere e il medico sollevarono la coperta: vestiti bruciati, pelle nera, brandelli di stoffa appiccicati alla carne.

Un odore nuovo, mai sentito prima né dopo: denso, acre, soffocante. Odore di pelle e carne bruciata.

Il medico la sedò e la intubò all’istante. Le ultime parole che pronunciò furono: «Sto soffrendo abbastanza?»

L’infermiere ordinò di versare tutti i liquidi disponibili sul corpo per raffreddarlo, raccomandandosi di non chiedere acqua ai pompieri. In quel momento capii perché trasportavamo così tante sacche di soluzione fisiologica e glucosata.

Come una catena umana che passa sacchi di sabbia per costruire una diga, ci allineammo: l’ultimo apriva le sacche e le versava a cascata sul corpo immobile.

I pompieri forzarono il cancello per l’uscita della barella.

La signora, sedata e intubata, fu avvolta in un telo bianco. Il medico, teso, ordinò di partire subito in codice rosso verso il Pronto Soccorso centrale.

In quell’istante, i pompieri spensero il faro. Come al cinema, quando si accendono le luci a fine film, ci accorgemmo del pubblico: decine di persone in silenzio sul marciapiede, appena fuori dalla recinzione. Ombre lunghe si distinguevano sull’erba del piccolo giardino, proiettate dal lampione.

Durante l’intervento non mi ero accorto di loro. Erano forse venti, forse trenta.

Silenziosi e curiosi, assistevano alla sofferenza di una donna sola.

Non credo osservassero l’abilità dei pompieri, la tenacia del medico o la nostra dedizione.

Credo fossero lì per il dolore, per quel gesto contro natura che diventa spettacolo.

Arrivati in Pronto Soccorso, entrammo direttamente in area rossa.

Tolto il telo bianco, ricordo tutto come una foto mossa, tranne un dettaglio nitido: pochi centimetri di pelle giallastra, intatti, sul dorso del piede nero.

Li porto dentro come un frammento di vita che cercava di resistere e, allo stesso tempo, di essere ricordato. 

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