Storia · capitolo 28

Capitolo 28 - La coscienza pizzicata (II Vite sospese)

Dietro le sirene - Un libro sulla vita. Sulla fragilità. Sulla forza che non ti aspetti. di Filippo Fogarin

Quando una persona appare incosciente, indipendentemente dalla causa, si passa subito in codice rosso: pericolo di vita.

Per sincerarsi che un paziente sia cosciente, noi volontari possiamo provocare piccoli impulsi dolorosi: pizzicare le spalle, le guance, lobi delle orecchie o capezzoli. Se non reagisce, scatta l’allerta alla centrale, che decide se inviare l’automedica oppure farci rientrare immediatamente in ospedale, a sirene spiegate.

Non avrei mai immaginato di vedere quella tecnica applicata dal vivo in modo alternativo ma efficace.

 

Un venerdì sera di novembre, avevamo appena iniziato a mangiare i primi spicchi di pizza calda quando il telefono squillò:

“Codice verde: ragazzo ubriaco”.

Sotto i portici del centro, a pochi passi da Piazza delle Erbe, si presentò di fronte a noi un ragazzo robusto, steso supino sul selciato di trachite gelida.

Attorno a lui, chiazze di vomito verde scuro macchiavano le lastre, il giubbotto e i pantaloni.

Gli amici ci dissero che avevano fatto una “gara di grappa” e che, al dodicesimo bicchiere, lui aveva iniziato a vomitare, prima nel locale, poi lungo il portico, lasciando dietro di sé una scia nauseante.

Il ragazzo rantolava, la bocca sporca, la barba imbevuta.

Teneva gli occhi chiusi e non rispondeva alle nostre domande.

Provammo a stimolarlo pizzicandogli le guance e le spalle, ma nulla: reagiva solo con sforzi di vomito.

Chiamammo subito la centrale, che ci ordinò il rientro in codice rosso.

Durante il trasporto riempì un sacchetto di vomito, senza dire una parola. 

Entrammo direttamente in area rossa.

La dottoressa, pratica e diretta, eseguì a sua volta alcuni stimoli dolorosi: prima sulle guance, poi pizzicando i capezzoli.

Nessuna risposta.

Il ragazzo era steso sulla barella, con la testa inclinata. Non rantolava più. Gli occhi restavano chiusi.

La dottoressa lo osservò per alcuni secondi, poi aprì la cintura, abbassò i pantaloni e diede un pizzicotto all’inguine.

Il ragazzo reagì con una smorfia, strinse le labbra e aprì leggermente gli occhi.

C’è. È vivo. Non è incosciente. Bene” disse con sollievo, indicandoci il letto dove trasferirlo.

In ambulanza ci chiedemmo, con un sorriso tra il sarcastico e l’amaro, se alla fine la gara di grappa l’avesse vinta o persa.

E se anche l’avesse vinta, per cosa? Per sprofondare in uno stato di quasi incoscienza?

Quando rientrammo in sede, la pizza era ormai fredda.

Ma quella sera nessuno aveva più voglia di mangiare.

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