Storia · capitolo 27

Capitolo 27 - Il silenzio imbarazzato (III Situazioni inimmaginabili)

Dietro le sirene - Un libro sulla vita. Sulla fragilità. Sulla forza che non ti aspetti. di Filippo Fogarin

Raramente ci siamo trovati davanti a scene difficili da gestire, intime al limite del pudore.

In tutti i miei anni di volontariato, e anche dopo, ho sentito raccontare di numerosi casi arrivati al Pronto Soccorso con uno sfondo sessuale: episodi di autoerotismo o di coppia, talvolta di gruppo, nati dalla fantasia e dalle contorsioni, poi finiti in malo modo. Improvvisi incidenti tanto imbarazzanti quanto dolorosi, tali da richiedere l’intervento del SUEM.

In quattordici anni e mezzo di servizio solo due episodi di questo tipo mi sono rimasti impressi.

 

Il primo fu davvero disgustoso.

Istintivamente collegai l’immagine iniziale al quadro Masturbazione di Schiele: la stessa crudezza, la stessa fragilità.

Avevo la sensazione che l’odore del sangue portasse con sé quello del ferro. All’ingresso dell’appartamento ci accolse un uomo completamente nudo.

Magrissimo, con le costole sporgenti, rasato, la pelle ricoperta di tatuaggi e piercing di ogni tipo.

Aveva avuto la malsana idea di piantarsi un chiodo proprio lì, nella punta, usando un martello.

Fu uno dei tre interventi in cui camminai su un pavimento coperto di sangue.

Lo portammo via avvolto in un accappatoio, mentre teneva premuto un asciugamano per fermare l’emorragia. Disse di non sentire dolore e di aver voluto “provare piacere in modo alternativo”, ma non aveva previsto quanto sangue potesse uscire.

Forse è bene specificare che, da protocollo, i volontari non possono intervenire direttamente sui genitali dei pazienti.

 

 

Il secondo episodio mi riportò alla mente l’ultima lezione del corso da volontari, poco prima dell’esame finale.

Durante quella lezione, ci furono date alcune indicazioni sull’atteggiamento da mantenere in situazioni insolite e imbarazzanti.

Ricordo ancora le parole dell’istruttore:

Se vi capita di intervenire in un contesto in cui sono avvenuti rapporti con esseri pelosi dalle orecchie lunghe, non fate commenti o risatine”.

All’epoca non capii cosa intendesse. Forse ero troppo ingenuo o troppo timido.

Qualche mese dopo, durante un turno, chiesi spiegazioni a volontari più esperti. Mi dissero che poteva succedere anche due o tre volte l’anno.

A me successe una sola volta, un venerdì pomeriggio.

Due sorelle vivevano insieme in una bella casa.

Una di loro, rientrata, notò macchie di sangue al piano primo e, insospettita, chiamò l’1-1-8, che allertò anche i carabinieri.

Quando arrivammo, fu subito chiaro che si trattava di una paziente.

Salirono solo le nostre due colleghe, accompagnate da un carabiniere e dalla sorella. Io e il mio collega restammo al piano terra, nell’ingresso che si apriva direttamente sul soggiorno.

Era la prima — e unica — volta che mi trovavo in una casa con un cane di medie dimensioni, tranquillo, indifferente alla presenza di estranei. Restava accovacciato sulla sua cuccia a forma di poltrona, muovendo appena la coda.

Le nostre colleghe scesero poco dopo. Dissero che avevano disinfettato alcuni graffi sulla schiena della donna, che aveva rifiutato il trasporto in ospedale.

Uscimmo tutti insieme, un po’ imbarazzati.

Nessuno aggiunse altro. Né allora, né dopo.

In certi momenti non serve capire.

Dobbiamo sempre soccorrere il corpo, senza giudicare né il dolore né la vergogna, con rispetto. 

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