Storia · capitolo 26

Capitolo 26 - Il colpevole e la colpa (I La morte in faccia)

Dietro le sirene - Un libro sulla vita. Sulla fragilità. Sulla forza che non ti aspetti. di Filippo Fogarin

«È morto, e allora? Forse era arrivata la sua ora».

Parole e occhi che non ho mai dimenticato.

Quella risposta, pronunciata senza emozione, con disarmante naturalezza, per la prima e unica volta in quattordici anni di volontariato, mi fece desiderare di smettere di soccorrere.

Verso le 22:00 di un venerdì sera, ci eravamo appena seduti a mangiare la pizza, assieme a tutti i componenti del turno. Eravamo riuniti attorno al grande tavolo della sede della Croce Rossa, nello stanzone dove c’erano due divani e tre distributori automatici di caffè, bibite, pastine.

L’equipaggio dell’altra ambulanza, appena rientrato in sede, ci raccontò con toni concitati e increduli dell’intervento appena concluso: un grave incidente stradale in un incrocio cittadino, in cui aveva perso la vita un motociclista.

Un’auto sportiva, lanciata a tutta velocità, senza rispettare semafori, precedenze né segnali di stop, attraversò un grande incrocio in centro città. Colpì sul lato sinistro un’utilitaria ferma allo stop, guidata da una giovane donna riccia, che a sua volta, in un tragico effetto domino, travolse una moto ferma sul lato opposto della carreggiata.

I vigili del fuoco dovettero sollevare e spostare l’utilitaria per permettere l’estrazione del corpo del motociclista, privo di vita, morto sul colpo.

Il medico ne constatò il decesso, e ai nostri colleghi non restò altro che coprire il corpo con un lenzuolo bianco e rientrare in sede.

All’incidente erano intervenuti, oltre all’automedica, anche una seconda ambulanza della Croce Verde e i carabinieri, che arrestarono il conducente dell’auto sportiva: un uomo elegante e brizzolato, ritenuto responsabile della morte del motociclista.

Alle 4:30, quando era ancora buio, ricevemmo una chiamata in codice verde: “Persona in strada che chiede aiuto”, sempre in centro città.

Non c’era nessuno in giro a quell’ora. Fu facile individuare un uomo che sventolava le braccia mentre ci avvicinavamo.

Aprii la porta dell’ambulanza. Di fronte a me c’era un uomo elegante e brizzolato.

«Mi hanno colpito sul collo» mi disse immediatamente.

«Chi ti ha colpito?» chiesi, guardandomi attorno, senza vedere nessuno.

«I carabinieri. Mi hanno dato delle sberle sul collo e voglio denunciarli» rispose, con un piede già dentro l’ambulanza.

Non presentava alcun livido, alcun segno, né sul collo né sulle spalle, come confermarono anche al triage.

«Io sono quello dell’incidente, dell’incrocio»

«Ma…. è morto?» esclamai, incominciando ad intuire.

«No, io sono quello che gli è andato addosso. Si, l’altro è morto. E allora? Forse era arrivata la sua ora, cosa ti devo dire?».

Durante il tragitto verso il Pronto Soccorso, seduto nella barella, l’uomo ci raccontò esattamente la stessa dinamica dell’incidente che ci avevano descritto i nostri colleghi sei ore prima. 

Una volta concluso il triage, l’infermiere con occhi increduli e voce piena di amarezza, ci chiese di accompagnarlo in sala d’attesa.

Scorgemmo, nel primo letto dell’area verde a fianco del triage, una ragazza dai capelli ricci, seduta con il busto appoggiato allo schienale e con il volto coperto dalle mani.

«è stata portata qui dalla Croce Verde. Sono sei ore che piange e singhiozza. Non riesce a dormire, non riesce a darsi pace» - ci disse l’infermiera.

Lei non aveva colpa. Ma il peso che portava la stava attanagliando, da oltre sei ore.

E forse quel peso era ancora più gravoso di una detenzione in caserma. 

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