Storia · capitolo 25

Capitolo 25 - Penelope – Un camper nella notte (II Vite sospese)

Dietro le sirene - Un libro sulla vita. Sulla fragilità. Sulla forza che non ti aspetti. di Filippo Fogarin

Desidero far conoscere al lettore il servizio di prevenzione denominato “Penelope”, il cui nome richiama la figura mitologica della moglie di Ulisse: donna tenace, paziente e fedele.

All’epoca del mio volontariato, solo i comitati della Croce Rossa di Milano, Roma e Padova offrivano questo servizio, attivo il venerdì e il sabato sera, dalle 20:00 fino a mezzanotte, con un camper parcheggiato accanto alla stazione dei treni.

Il mezzo, ben riconoscibile grazie ai contrassegni della Croce Rossa, era attrezzato con alcuni presidi tipici di un’ambulanza.

I volontari del servizio Penelope, oltre ad aver completato la formazione per diventare operatori SUEM, frequentavano un ulteriore corso specifico, incentrato sulle dipendenze da droghe, sulla prostituzione femminile e maschile e sulle condizioni dei senza fissa dimora.

Anche io frequentai il corso Penelope. Mi furono raccontate storie reali, avvenute proprio nel camper: episodi che andavano oltre il mio immaginario e mi spaventarono. Alla fine decisi di non svolgere quel servizio, limitandomi al SUEM.

Nel camper erano presenti tre o quattro volontari.

Distribuivano preservativi a ragazze e ragazzi costretti a prostituirsi, fornivano siringhe sterili a chi si drogava per via endovenosa, offrivano tè caldo e coperte ai senzatetto, specialmente d’inverno.

Sono certo che i volontari di Penelope potrebbero raccontare episodi ancora più crudi ed estremi di quelli che riporto in questo libro, capaci di restituire uno spaccato da brividi della nostra società.

Durante la formazione ci spiegarono che, con il cambio delle amministrazioni comunali e regionali, qualche assessore metteva puntualmente in discussione l’utilità del servizio.

A costoro non veniva data una risposta teorica: si proponeva di assistere di persona, magari nascosti dentro il camper o osservando da vicino, seduti nella volante dei carabinieri, sempre presente.

Bastava una sola notte per spazzare via ogni dubbio.

Perché un ragazzo o una ragazza che sono costretti a prostituirsi (e risparmio le ragioni della loro costrizione) non si fermano per la mancanza di un preservativo.

E perché chi vuole drogarsi può usare una siringa sterile fornita da Penelope oppure — senza pensarci troppo — raccoglierne una usata chissà da chi, da un cestino o tra i binari del treno, correndo il rischio di contrarre infezioni mortali.

 

Intervento

Un venerdì sera d’inverno, i quattro volontari del servizio Penelope contattarono l’1-1-8 per una signora che si era avvicinata al camper chiedendo tè caldo e delle coperte, ma anche lamentando dolori diffusi.

Per coincidenza, il centralino mandò proprio noi dai nostri colleghi, per trasportarla al Pronto Soccorso.

Non ricordo la sua patologia. Ricordo che era anziana, si lamentava continuamente, indossava una lunga pelliccia grigia, tutta bagnata, e aveva addosso un odore acre e pesante di urina.

Con lei c’era il nipote: un bel ragazzo giovane, alto e robusto, con spalle larghe, capelli biondi e occhi azzurri. Zoppicava leggermente, ma senza nascondere la sua forza fisica.

Lei insistette perché il nipote la seguisse in Pronto Soccorso.

Contravvenendo al protocollo, lo caricammo in ambulanza — forse perché volevamo concludere in fretta, infastiditi dall’odore.

Venivano dalla Bosnia e dormivano vicino alla stazione di Padova da alcuni mesi.

Avevano due borsoni di indumenti.

La signora masticava l’italiano, mentre il ragazzo non diceva una parola: sorrideva soltanto, contento di salire sull’ambulanza.

Arrivati al Pronto Soccorso, portai il ragazzo a sedersi nella sala d’attesa, dove c’erano già cinque o sei persone.

Dopo il triage, l’infermiera ci chiese di aiutarla a togliere la pelliccia maleodorante, prima di sistemare la signora in area verde.

Non sapendo dove metterla, pensai di portarla al nipote, che era rimasto in sala d’attesa.

Lo trovai già addormentato sulla sedia. Dormiva profondamente.

Sulla sedia accanto, alla sua destra, era appoggiata la protesi della gamba — dal ginocchio in giù.

Rimasi immobile, forse venti secondi, con la pelliccia in mano.

Fissavo la protesi, con la scarpa ancora infilata, poi i pantaloni della gamba destra penzolanti dal ginocchio.

Posai la pelliccia sulla sedia alla sua sinistra.

Fissai la scena altri cinque secondi. Poi andai via.

Pensai a tante cose.

Soprattutto, a quanto sono fortunato a essere nato in questa parte del mondo.

Quella pelliccia sembrava il segno di un benessere passato, quella protesi la ferita destinata a condizionare il futuro. Al centro, un ragazzo ancora capace di sorridere. 

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