Capitolo 24 - Un padre che sapeva (V Quando il dolore non spezza)
La vita può offrire un’altra occasione?
E un padre deve comunque cercare un dialogo?
Un figlio può lasciare sempre una porta aperta a suo padre?
Padre e figlio possono ancora affacciarsi al futuro assieme, anche quando hanno vissuto l’oscurità più assoluta?
Era un venerdì pomeriggio autunnale, nuvoloso, con una pioggia leggera e fastidiosa. Fummo chiamati con codice giallo per un’aggressione.
Un istruttore ci attendeva appoggiato al cancelletto del giardino dismesso di una struttura residenziale di accoglienza per minori maschile, nei pressi del centro di Padova. Con voce rassegnata cominciò a spiegarci che il ragazzo coinvolto viveva lì da oltre un anno e che da pochi giorni aveva compiuto sedici anni.
«Pochi minuti fa ha scaraventato suo padre giù dalle scale. Eccoli là». Indicò due figure poco distanti, davanti all’ingresso della piccola struttura a due piani: il ragazzo con suo padre parlavano pacatamente, a circa sei metri da noi, sotto la pioggia sottile.
L’uomo teneva una mano sul gomito e il tallone sinistro leggermente sollevato.
Ci lanciarono uno sguardo rapido, come se la nostra presenza non li riguardasse, e subito dopo tornarono a conversare tra loro, con voce bassa e sguardo triste.
L’istruttore proseguì: il padre andava a trovare il figlio quasi ogni giorno. Le reazioni del ragazzo erano sempre aggressive: lanciava libri, posacenere, sedie o qualsiasi oggetto a portata di mano.
A volte lo scaraventava contro il muro.
«Questa volta l’ha fatto cadere giù dalle scale. Ha battuto la testa e ha un’escoriazione alla fronte» concluse l’istruttore, sempre più rassegnato.
Provammo ad avvicinarci, ma il padre ci fece segno con la mano di aspettare.
Solo dopo una ventina di minuti, e su sollecitazione dell’istruttore, il padre, zoppicando, accettò di farsi accompagnare all’ambulanza, sotto la pioggia fine. All’interno lo aiutammo a spogliarsi: aveva ematomi visibili al ginocchio e al gomito, oltre alla ferita in fronte.
«Per favore potete medicarmi qui? Non vorrei andare in ospedale» disse con voce sommessa e con uno sguardo assente.
Considerata la botta in testa, gli consigliammo un controllo, ma lui, sempre più a bassa voce e senza mai guardarci negli occhi, rispose:
«Preferisco restare con mio figlio. è violento, ma almeno mi parla ancora. Suo fratello, non mi rivolge più la parola da mesi».
Poi, mentre si abbottonava la camicia, la voce gli si spezzò:
«Ma d'altronde hanno ragione loro.
Li capisco. è colpa mia.
È solo colpa mia.
Quando erano piccoli mi vedevano picchiare la loro madre»
Firmò il rifiuto al ricovero e scese dall’ambulanza. Il volto, segnato e stanco, sembrava però più disteso.
Il figlio era ancora lì, fermo davanti all’ingresso, ad aspettarlo.
Nel frattempo si era procurato un ombrello, sotto al quale, padre e figlio, ripresero a parlare.
Quell’ombrello aperto era la loro occasione.
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