Storia · capitolo 23

Capitolo 23 - Quando la violenza cambia il volto (II Vite sospese)

Dietro le sirene - Un libro sulla vita. Sulla fragilità. Sulla forza che non ti aspetti. di Filippo Fogarin

Due volte mi è capitato di soccorrere uomini aggrediti dalla moglie o dalla compagna.

La prima volta, l’uomo aveva delle ustioni sul braccio. Ci aspettava in strada, di fronte all’ingresso di un condominio dove dichiarava di abitare. Disse che la moglie gli aveva lanciato addosso il ferro da stiro acceso, colpendolo di striscio. Presentò solo lievi segni di scottatura sul braccio e sulla camicia. Lo medicammo in ambulanza. Era giovane, tacque per tutto il percorso, più imbarazzato che dolorante.

Arrivati al Pronto Soccorso, scese da solo dall’ambulanza, avviandosi al triage come fosse infastidito della nostra presenza.

Il secondo intervento fu diverso, più violento.

La presenza dei carabinieri e la riga di sangue che gli colava lungo il collo ci fecero capire che c’era stata una rissa violenta. Ma dallo sguardo incredulo e dal silenzio dell’uomo intuimmo che c’era dell’altro.

Era estate, un venerdì sera. Codice giallo “uomo ferito”.

Arrivammo davanti al grande portone condominiale a doppia altezza.

Ci attendevano due carabinieri che, appena ci videro parcheggiare, si avvicinarono. Tra di loro c’era un uomo in canottiera bianca, che si teneva un asciugamano premuto contro l’orecchio.

Mentre le mie due colleghe lo medicavano all’interno dell’ambulanza, io e i carabinieri rimanemmo sul bordo del portellone aperto, osservando.

Sul collo e sulle spalle dell’uomo erano visibili graffi profondi, ancora sanguinanti. Quando gli fu tolto l’asciugamano, ormai intriso di sangue, vedemmo l’orecchio completamente morsicato: il lobo era lacerato, si distinguevano chiaramente i segni degli incisivi.

L’uomo era nervoso e agitato.

Stringeva le ginocchia con le mani, digrignava i denti, fissava il vuoto.

Non sembrava sentire dolore: era altrove, disorientato.

Fino a quel momento non aveva detto una parola.

Dopo una decina di minuti, durante i quali le mie colleghe avevano medicato e fasciato l’orecchio, sbottò improvvisamente

«Lasciatemi andare su, lasciatemi andare! Torno in appartamento e questa volta la distruggo di botte. È la volta che la spacco quella putt……».

Uno dei due carabinieri, pacato e non sorpreso, rispose:

«Stai calmo, calmo. Adesso vai in ospedale tranquillo e ti fai medicare per bene l’orecchio e il collo, perché se torni su, stavolta lei ti strappa anche l’altro orecchio».

La conversazione terminò lì.

L’altro carabiniere mi aiutò a chiudere il portone dell’ambulanza, e lo portammo in ospedale.

L’uomo rimase in silenzio per tutto il tragitto. Chiuse il dolore dentro di sé: non solo quello fisico, ma anche quello psicologico.

Parlò solo al triage, quando l’infermiera gli chiese nome, cognome, luogo e data di nascita.

Avrei voluto chiedere ai carabinieri se sapevano cosa avesse fatto quell’uomo per scatenare una reazione simile. Ma l’intervento era concluso.

A volte, in ambulanza, è meglio restare senza risposte.

Ma soprattutto, non giudicare mai.

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