Storia · capitolo 21

Capitolo 21 - Accumulatori compulsivi – Due storie sommerse (IV Ferite invisibili)

Dietro le sirene - Un libro sulla vita. Sulla fragilità. Sulla forza che non ti aspetti. di Filippo Fogarin

Si procedeva sempre attraverso una varietà di odori nauseanti che arrivavano ad ondate prima ancora di varcare la soglia, pesanti, come un muro invisibile.

Dovevamo fare attenzione a dove mettevamo i piedi. Oggetti ovunque, di ogni tipo materiale e dimensione, accatastati in modo confuso: vestiti, scarpe, utensili, cassette di legno, materassi, mobili, libri, limoni secchi. Un caos stratificato nel tempo, avvolto da ragnatele e da una patina di polvere bianca.

In quattordici anni ho visto due abitazioni così. Due mondi sommersi.

 

Primo interventoOltre l’immaginario

Una signora la scoprimmo accovacciata nel letto matrimoniale.

Non poteva stendere le gambe: il letto era sommerso da una montagna di indumenti, coperte e valigie.

In tutta la stanza era impossibile girare attorno al letto.

Ricordo che, nella camera e nel soggiorno, si intravedevano solo le parti alte delle finestre, chiuse dalle tapparelle abbassate.

L’aria era densa, soffocante. L’odore ci avvolse come un tappeto vecchio dimenticato in soffitta.

Sembrava di stare dentro un container per rifiuti ingombranti e, allo stesso tempo nei bagni della stazione. Con la differenza che lì almeno l’aria circola.

La signora viveva da sola e fu lei a chiamare l’1-1-8.

La porta era socchiusa, si aprì con fatica, bloccata da qualcosa. I cardini cigolarono.

La luce del corridoio illuminava un passaggio stretto, che conduceva alla camera da cui proveniva la sua voce, debole e soffocata.

Mentre ci parlava, rannicchiata a letto, per soffiarsi il naso afferrò la prima cosa che le capitò sotto mano: un paio di mutande sporche.

Fu come inghiottire aria sporca. Sentii lo stomaco stringersi.

Dovetti uscire dalla stanza, trattenendo a fatica il vomito. La mia collega, invece, rimase ad assisterla, accompagnandola anche in bagno perché a stento si reggeva in piedi.

Alla fine dell’intervento, con ancora nausea e un senso di colpa, feci i complimenti alla mia collega. Lei, con un mezzo sorriso, rispose:

«E non hai visto cosa c’era in bagno…. bidoni pieni di pipì. Accumulava persino quella»

Non aprire quella porta fu forse un sollievo, forse un errore.

Avrei potuto vedere e annusare qualcosa di inverosimile. L’asticella del limite delle cose inimmaginabili, alle quali assistevo durante la mia attività di volontariato, avrebbe potuto spostarsi ancora un po’ più in là.

 

Secondo intervento - Tra il disordine, un angolo di vita

Un venerdì pomeriggio andammo in una casa singola.

Molto probabilmente, sia il marito che la moglie erano accumulatori.

Anche il giardino era pieno di oggetti ammassati senza ordine: bancali in legno, cassette di plastica, bidoni da 120 litri, un cassonetto con il pedale, tutti strabordanti di materiali vari.

Fummo costretti a lasciare l’ambulanza nella piccola strada a senso unico, davanti al cancello carraio, con le luci di posizione accese.

La chiamata era per il figlio diciassettenne, che si era storto la caviglia inciampando. Era gonfia e arrossata, ma nulla di grave.

Nonostante tutto, erano persone gentili, cordiali. Sembrava che per loro sporco e disordine fossero la normalità.

Avevano anche una passione: allevare galline, tenute in un recinto nel giardino. Dentro casa c’erano gabbie con uccelli e un pappagallo.

Nell’unica poltrona libera, in un piccolo salotto all’ingresso, un cagnolino accovacciato ci guardava abbaiando.

Il padre lo zittì e lo spostò con una mano per far sedere il figlio dolorante.

Dopo aver preso i parametri, lo portammo in ambulanza per medicarlo.

Aveva gli occhi vivi ed era molto loquace. Nonostante il dolore, ci raccontò con entusiasmo la sua passione per i rettili.

Come il Giovane Törless di Musil, aveva una grande voglia di parlare di sé, di sperimentare le sue idee con noi, che forse — per le nostre divise — considerava delle autorità.

Raccontò che nel garage aveva ricavato uno spazio tutto suo, separato dal resto con una parete di cartongesso, dove teneva alcune teche perfettamente ordinate.

All’interno, una tartaruga, due grosse lucertole e un serpente che, ci spiegò con orgoglio, doveva essere nutrito solo con prede vive «per mantenere il suo istinto di cacciatore».

Uscendo dall’abitazione, accompagnando il ragazzo, notammo le due case confinanti, con le finestre chiuse, tapparelle abbassate, giardino incolto. Su entrambe le cancellate, cartelli bianchi e rossi ormai scoloriti: Vendesi.

La precisione e la dedizione del ragazzo mi colpirono.

Non avrei mai pensato che, in una casa dove ogni centimetro sembrava soffocato dal disordine, potesse esistere uno spazio tanto curato e ordinato.

Un angolo in cui il ragazzo si sentiva libero, e coltivava la sua passione.

Lì dentro, tra vetri puliti e luci calde, i suoi rettili vivevano in silenzio, come in un piccolo mondo separato, assediato dal disordine.

Quell’immagine mi trasmise una speranza inattesa.

Era come vedere questo mondo caotico e confuso… e sapere che, da qualche parte, esiste ancora un angolo dove ognuno può sentirsi al sicuro. 

Anche questi casi per noi restavano un mistero. Forse la fragilità invisibile della mente gridava il suo aiuto con la volontà insensata di accumulare.

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