Storia · capitolo 20

Capitolo 20 - Il Futuro era dentro di lei (VII Nuovi orizzonti, nuove speranze)

Dietro le sirene - Un libro sulla vita. Sulla fragilità. Sulla forza che non ti aspetti. di Filippo Fogarin

L’arrivo di un bambino può dare a una madre la forza di cambiare anche la propria vita. La forza di allontanarsi da ciò che non è vita e ricominciare.

La ragazza era molto giovane, robusta e alta, con due lunghe trecce di capelli.

Fu il marito, o forse il compagno – non lo capimmo – a chiamare l’1-1-8 verso le cinque di un sabato mattina.

Uscimmo in codice verde. Era estate: il cielo già chiaro, ma il sole non ancora sorto. Le strade deserte, illuminate dai lampioni, l’atmosfera sospesa come ogni sabato all’alba.

La trovammo stesa nel letto matrimoniale. Aveva lo sguardo un po’ assente e un filo di bava sulle labbra. Indossava pantaloncini a quadretti bianchi e azzurri e un reggiseno bianco.

La pancia tondeggiante era ben visibile.

La pressione risultava molto bassa. Non era sudata, ma appariva fiacca: rispondeva con un sì o un no, muovendo appena il capo e tenendo lo sguardo basso.

Era al nono mese di gravidanza, ci spiegò l’uomo che, dalle poche parole dette, fece capire di aver chiamato perché, al risveglio, aveva notato la ragazza sbavare sul cuscino.

Chiedemmo se avesse preso farmaci, se ne faceva uso regolare, se avesse cenato, se si fosse alzata durante la notte, se soffriva di pressione bassa. Tutte domande di protocollo, necessarie per orientare un quadro ancora incerto.

Le risposte furono brevi e imprecise. L’uomo sembrava quasi infastidito da quell’interrogatorio improvviso: iniziava le frasi senza terminarle, entrava e usciva dalla stanza come se volesse sottrarsi. L’unica informazione chiara che ci riferì fu il mese di gravidanza.

La giovane non parlava, ma riusciva a camminare. Infilò una maglietta, una vestaglia, un paio di ciabatte e prese un beauty case.

Non prese con sé nient’altro.

Con calma e pazienza, sorreggendola, la accompagnammo alle scale e la portammo fino all’ambulanza, che ci attendeva di fronte al cancelletto pedonale.

La sistemammo con attenzione sulla barella, assicurandola solo con le cinghie alle gambe e ai piedi.

Prima di partire per il Pronto Soccorso, attendemmo l’uomo al cancelletto: volevamo informarlo che la centrale ci aveva indirizzati all’ospedale del Santo, e proporgli di salire con noi, visto lo stato avanzato della gravidanza e il sospetto che non disponesse di un’auto.

Rimanemmo ad aspettarlo. Ma non uscì.

Uno di noi risalì le scale per avvisarlo, trovando però la porta dell’appartamento chiusa.

Attendemmo ancora, per oltre cinque minuti. Il silenzio era interrotto solo da qualche auto di passaggio.

Poi, all’improvviso, vedemmo abbassarsi le tapparelle del soggiorno. In quell’istante capimmo la sua decisione e, a malincuore, decidemmo di andare.

Quando lo comunicammo alla ragazza, forse lo aveva già intuito. Lo sguardo cambiò: limpido, consapevole, completamente diverso da prima. Sembrava comprendesse, proprio allora, che avrebbe proseguito da sola.

Il suo volto, illuminato dal chiarore del mattino, sembrava uscito da un quadro di Vermeer, con gli stessi colori e la stessa luce.

Seduta sulla barella, con lo schienale rialzato, si accarezzò il ventre con entrambe le mani e guardò fuori dal finestrino. Il sole era sorto, il cielo si colorava d’azzurro.

Per Padova stava iniziando un nuovo giorno, uguale a quello precedente.

Ma non per lei.

Per quella giovane donna, senza valigia né borsa, il futuro era tutto dentro di lei.

E senza dire una parola, ci stava dando una lezione di vita.

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