Storia · capitolo 19

Capitolo 19 - Un piccolo luogo d’ascolto (IV Ferite invisibili)

Dietro le sirene - Un libro sulla vita. Sulla fragilità. Sulla forza che non ti aspetti. di Filippo Fogarin

«Io ero al telefono e stavo parlando con Dio» ripeteva l’uomo di mezza età, con evidenti disturbi mentali, mentre saliva in ambulanza e si sdraiava. Con gesti sicuri, come chi l’aveva già fatto altre volte, si allacciò da solo le cinture della barella.

In ospedale ci spiegarono che aveva preso l’abitudine di telefonare all’1-1-8 da una delle poche cabine del telefono rimaste, in un incrocio a nord di Padova.

«È diventato un cliente abituale» disse un dottore del Pronto Soccorso, sorridendo ma con un filo di disappunto. «Telefona tutti i venerdì e sabato sera».

«Io ero al telefono e stavo parlando con Dio e una persona bussava e voleva entrare nella cabina. Ma io stavo parlando con Dio, capite? Non potevo aprire. Mi capite? Stavo parlando con Dio» continuava a ripetere, a volte mangiandosi le parole.

Durante tutto il trasporto gesticolava, era affannato, si copriva il volto e si sistemava continuamente gli occhiali che gli scivolavano dal naso.

Al Pronto Soccorso, dopo il triage, l’infermiera ci chiese, con un mezzo sorriso accondiscendente, di sistemarlo su una sedia in sala d’attesa.

Lì continuò a spiegare, alle quattro o cinque persone presenti, che lui stava parlando con Dio.

Tre mesi dopo, fummo inviati di nuovo allo stesso incrocio. Codice verde “persona in strada che chiede aiuto”. Capimmo subito che si trattava ancora di lui.

Fu l’unica volta, in quattordici anni e mezzo, che soccorsi due volte la stessa persona nello stesso luogo. 

«Io avevo un euro e sono andato al bar, ma con un euro posso prendere solo un caffè. Ma io non posso bere caffè, capite? Mi fa male……. Ma io avevo solo un euro, e con un euro posso prendere solo un caffè .…. ma io non posso bere caffè. Mi fa male».

A differenza della volta precedente, non aveva berretto né giubbotto verde. Solo una maglietta, sempre verde.

Lo ascoltammo in silenzio mentre ripeteva la sua litania, poi lo accompagnammo al Pronto Soccorso.

Questa volta, l’infermiera lo salutò per nome: «Ciao Dino, cosa c’è questa sera?» Senza aspettare la risposta, compilò rapidamente i documenti del triage e ci indicò la solita sedia in sala d’attesa.

Appena si sedette, riprese a raccontare a tutti che aveva solo un euro, ma non poteva bere caffè.

Due ore dopo, terminato un altro servizio, mentre caricavamo la barella in ambulanza, davanti all’ingresso del Pronto Soccorso, si avvicinò un signore anziano.

Aveva un vecchio modello di cellulare in mano, gli occhi lucidi, sopracciglia lunghissime e pochi capelli spettinati.

Aprì le braccia in segno di resa:

«Non so più cosa fare. Ogni fine settimana mi chiama l’ospedale. Di notte, alla mia età, devo alzarmi e venire qui a prenderli, tutti e due. Prima Dino e adesso anche Nicola. Hanno preso l’abitudine di uscire di casa di nascosto e di telefonare al centodiciotto, dalla cabina all’incrocio. Sanno che qualcuno risponderà, e che verrà a prenderli».

Dietro di lui si avvicinarono Dino e un altro uomo, anche lui di mezza età, che gesticolava in silenzio. Anche lui si aggiustava continuamente gli occhiali che gli scivolavano dal naso.

Le sue braccia si muovevano in modo casuale nell’aria, senza una direzione, proprio come i sentieri nel Campo di grano con corvi di Vincent van Gogh che si diramano senza prospettiva, per cercare di raggiungere tutte le spighe gialle. 

«Ho appena telefonato a mia moglie per dirle che li ho trovati. Adesso li riporto a casa» aggiunse l’anziano, con un misto di imbarazzo e rassegnazione.

Era evidente che desiderava confidarsi, ma anche ricevere un po’ di comprensione.

Poi si voltò e si incamminò verso il parcheggio, senza aggiungere altro e senza aspettare una risposta, con il capo chino.

E noi una risposta non l’avevamo, potevamo solo essere testimoni silenziosi del suo fardello.

Quattro testimoni necessari.

Dietro di lui, in silenzio, i due figli che continuavano a gesticolare.

Anche lui, come loro, aveva bisogno di un piccolo luogo d’ascolto, di incrociare due occhi, di un breve rifugio. 

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