Storia · capitolo 18

Capitolo 18 - Una figlia, due genitori (V Quando il dolore non spezza)

Dietro le sirene - Un libro sulla vita. Sulla fragilità. Sulla forza che non ti aspetti. di Filippo Fogarin

Nelle foto sulla credenza era sorridente, elegante, pronta ad assaporare la vita. Quella sera, invece, la trovammo accasciata sulla poltrona, ubriaca, con la testa piegata e la saliva che le macchiava la camicetta.

Furono i genitori a chiamare l’1-1-8: la figlia diciannovenne era rientrata tardissimo, completamente ubriaca, accompagnata da alcune amiche. Non si reggeva in piedi.

Capitava spesso di soccorrere persone ubriache o sotto l’effetto di sostanze, soprattutto d’estate: alle feste private o di laurea, nelle discoteche, per le vie della città o sotto i portici in centro storico. Ovunque, purtroppo.

Le numerose foto incorniciate raccontavano una famiglia unita: padre, madre e figlia alta, slanciata. Nelle foto più grandi compariva solo lei, solare.

Ma quella sera era irriconoscibile: sciupata, con ciocche incollate alla fronte e appiccicate alle guance. Singhiozzava con gli occhi chiusi, sprofondata nella poltrona in pelle marrone, in quella casa arredata con gusto.

La mamma, visibilmente preoccupata ma gentile, cercava di mantenere una calma composta. Ci chiese se potesse salire in ambulanza, accanto alla figlia. Il padre ci avrebbe seguito in auto.

In ospedale, dopo il triage rapido, entrammo in area verde.

La madre non volle staccarsi un istante dalla barella: teneva la mano della figlia, le accarezzava la fronte, le parlava sottovoce, come per proteggerla.

Il volto della giovane era ancora confuso, con lo sguardo perso nel vuoto.

La dottoressa si avvicinò, posizionò lo stetoscopio, controllò il polso, poi sollevò la camicetta. Appoggiò le mani sul ventre, appena rotondeggiante.

«Ragazza mia» disse con tono fermo ma non duro, «perché ti riduci così? Proprio adesso, che sei incinta?»

Un tonfo.

La mamma, che si trovava a mezzo metro dalla barella, svenne e cadde a terra.

Due ore dopo, rientrammo in Pronto Soccorso per un altro intervento.

Nel largo corridoio d’ingresso, illuminato a giorno, li vedemmo seduti in silenzio.

Con lo sguardo basso, fissavano il pavimento.

Lui si teneva la testa con una mano e con l’altra stringeva forte la mano della moglie.

Le dita intrecciate, ferme come una promessa.

Un gesto silenzioso che diceva tutto.

Sembrava che quella verità improvvisa avesse saldato ancora di più il legame.

Qualunque cosa li aspettasse, sembravano pronti. Non perché fosse facile, ma perché erano insieme.

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