Storia · capitolo 17

Capitolo 17 - Il corpo sano, la mente fragile (IV Ferite invisibili)

Dietro le sirene - Un libro sulla vita. Sulla fragilità. Sulla forza che non ti aspetti. di Filippo Fogarin

A volte sembrava tutto a posto: battito regolare, parametri stabili.

Eppure, qualcosa dentro si era spezzato.

Uomini e donne di mezza età che, all’improvviso, non sapevano più dove si trovavano né cosa stessero facendo.

Spesso, purtroppo, le chiamate al numero di emergenza non segnalavano lo stato di smarrimento: parlavano solo di una caduta, uno scivolamento e delle conseguenti contusioni, ematomi o ferite.

Ci accorgevamo dello stato confusionale del paziente dallo sguardo perso, dalle frasi spezzate, incoerenti, balbettate.

In questi casi il protocollo prevedeva una serie di domande semplici:

«Come si sente?», «Può spiegarci cosa è successo?», «Che giorno è oggi?»,

«È mattina o pomeriggio?».

Se la persona non rispondeva, o rispondeva in modo sbagliato, si proseguiva con: «In che stagione siamo?», «Come si chiamano i familiari presenti?».

Quando le risposte risultavano errate o assenti, il centralino veniva avvisato e il codice diventava rosso.

 

Era un venerdì sera invernale. Partimmo alle 20:00, proprio all’inizio del turno. Appena terminato il controllo dei presidi e dei medicinali presenti in ambulanza, il cellulare squillò: “Codice verde, persona caduta in un ufficio in zona industriale”.

Durante una riunione di lavoro, molto lunga e accesa, iniziata a metà pomeriggio tra una decina di professionisti – commercialisti e avvocati – uno di loro si era improvvisamente accasciato a terra.

Lo vedemmo rannicchiato in un angolo dell’ampia sala, in giacca e cravatta, seduto sul pavimento con le gambe piegate strette al petto e la testa incassata tra le ginocchia.

Quando ci chinammo per rivolgergli le prime domande, sollevò lentamente il viso. Gli occhi erano velati, come se cercassero di mettere a fuoco qualcosa che solo lui poteva vedere. Con voce bassa e monotona, disse:

«Devo fare pipì, devo andare in bagno a fare pipì, ma non posso perché altrimenti la pressione si abbassa, però devo fare pipì».

La stanza era ordinata, quasi elegante: un lungo tavolo in vetro, scaffali di legno, quadri alle pareti. Ma l’aria era pesante, viziata. Chiedemmo di aprire le finestre.

L’uomo non era pallido né sudato, ma appariva confuso. Gli allentammo il nodo della cravatta.

Proseguimmo con le domande, ma la risposta era sempre la stessa. La frase usciva dalla sua bocca identica, come un mantra.

Provammo chiedendo in quale stagione e in quale anno eravamo. Ma niente. Sollevando e abbassando la testa dalle ginocchia, ripeteva sempre la stessa filastrocca, con la stessa cadenza e lo stesso tono piatto.

Ricordo bene il volto incredulo della decina di persone presenti. Da noi si aspettavano delle risposte che non avevamo. La donna più vicina a me, elegante in tailleur nero e tacchi, non distoglieva lo sguardo da quello che, a quanto capii, era un socio. Mi raccontò che la riunione durava da più di quattro ore, e verso la fine era diventata piuttosto accesa.

Lui era seduto a capotavola quando, senza cadere o sbattere la testa, si era semplicemente afflosciato su sé stesso.

Quando ci offrimmo di accompagnarlo in bagno, pensando che ne avesse realmente bisogno, ci rispose: «Non posso, altrimenti la pressione si abbassa».

Non c’erano ferite da disinfettare, né ossa da immobilizzare. Non potevamo fare nulla. Solo ascoltare.

Durante il trasporto, continuò a mormorare la stessa frase, anche se nessuno gli poneva più domande.

Eravamo preparati ad affrontare le ferite del corpo, ma non quelle della mente.

In quel momento ci sentimmo disarmati.

Per noi, quel caso restò un mistero: un corpo sano nascondeva la fragilità della mente, che forse, dietro quella frase insensata, stava gridando aiuto nell’unico modo che gli era ancora possibile.

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