Storia · capitolo 15

Capitolo 15 - La lettera mai aperta (VII Nuovi orizzonti, nuove speranze)

Dietro le sirene - Un libro sulla vita. Sulla fragilità. Sulla forza che non ti aspetti. di Filippo Fogarin

Due tentati suicidi in quattordici anni e mezzo. Entrambi con lo stesso metodo: un miscuglio di farmaci, detersivi liquidi e in polvere.

Qui racconto solo uno.

Trovammo un uomo di mezza età, più giovane di me di appena un mese.

Era un pomeriggio d’estate.

La moglie, infermiera, era appena uscita per il turno in ospedale. Lui, rimasto solo, ne “approfittò” per farsi un cocktail letale in un bicchiere di birra: medicinali nuovi e scaduti, detersivi, e chissà cos’altro. Bevve fino all’ultima goccia.

Poi si sdraiò sul letto matrimoniale, in mutande nere e canottiera bianca, aspettando in silenzio che il miscuglio facesse effetto.

Il destino volle che la moglie, poco dopo essere uscita, ricevesse una telefonata da una collega che le chiedeva un documento urgente.

Tornò a casa, trovò il marito immobile, il volto bianco.

Ai piedi del letto: scatolette di medicinali vuote e flaconi rovesciati.

Capì subito. Chiamò i soccorsi.

Lo trovammo supino, mani intrecciate sullo stomaco e occhi chiusi, come un corpo in una bara. Ma respirava ancora.

Il medico infilò un sondino d’aspirazione nel naso e uno nella bocca, alternandoli velocemente, provocando il vomito.

Noi, a turno, reggevamo i sacchetti verdi di fronte alla bocca dell’uomo. In pochi minuti ne riempimmo cinque di un liquido nero.

Gola e stomaco si muovevano come una fisarmonica.

Gli sforzi furono così violenti che le nostre divise blu si sporcarono inevitabilmente.

Pantaloni e giacca erano macchiati dappertutto.

Ma il volto dell’uomo tornò roseo e aprì gli occhi.

Il medico avvicinandosi e pulendosi le mani con una garza, gli chiese a bassa voce:

«Perché fai queste cose?»

L’uomo non rispose. Iniziò a piangere, voltò il capo verso la moglie, appoggiata allo stipite della porta.

Lei lo fissava in silenzio, le mani dietro la schiena, immobile come una lettera spedita ma mai aperta.

Rifiutò l’ospedalizzazione. Non si vergognava di noi, ma di lei. Continuava a cercarne lo sguardo.

Noi il nostro dovere l’avevamo fatto. Avevamo salvato una vita.

Ma il dolore interiore di quell’uomo era svanito…o solo rimandato?

Ora toccava a lui continuare a vivere. Probabilmente aveva fatto bene a restare vicino alla moglie, per ricominciare.

Appena usciti, per evitare di essere chiamati subito per un nuovo intervento, comunicammo alla centrale la necessità di “ripristinare l’equipaggiamento”: ufficialmente per i sacchetti e i sondini, in realtà per noi stessi.

Era il nostro aspetto che doveva essere ripristinato.

Rientrati in sede, andammo sotto la doccia con scarponi e divisa addosso, per far tornare il blu vivo e i catarifrangenti brillanti.

Ma soprattutto, per eliminare quell’odore disgustoso che si era attaccato addosso.

Odore di vomito nero.

Odore di morte.

Speravo che anche lui fosse riuscito a liberarsene, magari aprendo quella lettera. 

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