Storia · capitolo 14

Capitolo 14 - Ombre in centro città (II Vite sospese)

Dietro le sirene - Un libro sulla vita. Sulla fragilità. Sulla forza che non ti aspetti. di Filippo Fogarin

Non era la situazione in sé a colpirmi, ma l’assenza del loro sguardo.

Ogni volta che ci chiamavano per andare a soccorrere un drogato, non trovavamo una persona da aiutare, ma una vita che aveva già rinunciato.

Vivevano in un mondo tutto loro, alla continua ricerca della dose, a ogni costo, con ogni metodo e mezzo.

Affrontavano la realtà come se la guardassero da dietro un vetro appannato, stralunati e disconnessi.

Mi tornavano sempre alla mente le parole del colonnello Kurtz - “Uomini impagliati, ombre senza colore, forza paralizzata, gesto senza movimento”[1]- pronunciate da Marlon Brando in Apocalypse Now.

Ne abbiamo incontrati molti, in situazioni diverse spesso assurde, a volte drammaticamente ridicole. Alcuni erano estremamente sinceri, altri totalmente bugiardi, chiusi nel loro mondo.

Riporto alcuni episodi che mi sono rimasti impressi.

 

Un ragazzo, seduto su un marciapiede in piena notte, con la caviglia gonfia: diceva che gli era passato sopra un motorino. In realtà aveva sbagliato qualcosa con la siringa, e lo ammise solo al triage. Alla domanda di protocollo «dove risiedi?» rispose: «per strada, ero sposato».

 

Una ragazza, trovata mezza nuda su una panchina della fermata dell’autobus, un pomeriggio d’estate.

Aveva buchi rossi nelle braccia, era agitata e si sentiva malissimo.

Dava la colpa del dolore al nuovo spacciatore: «Dietro la stazione hanno la roba migliore, qui in zona industriale vendono schifezze, costano meno ma non sono buone».

Parlava come una cliente insoddisfatta di un negozio, snocciolando prezzi, nomi di sostanze e modalità d’uso con una precisione che lasciava sgomenti.

 

Un giovane avvocato, trovato dai colleghi nel bagno.

Aveva provato a usare la cravatta come laccio emostatico, senza riuscirci. Lo scoprimmo seduto a terra. Con il volto bianco come un foglio mai firmato; gli occhi rossi e smarriti, come un pulcino appena uscito dal guscio.

 

Un pomeriggio, in piena estate, andammo in un mini appartamento in centro.

I condomini, disturbati dal troppo rumore, chiamarono i carabinieri, che a loro volta chiamarono l’1-1-8.

Ci apparve di fronte un uomo magro in vestaglia e ciabattine, capelli lunghi, barba incolta.

L’appartamento era trasandato: piatti e pentole da lavare, vestiti ovunque, una tenda cadente, una chitarra sfondata sul divano.

Alla parete penzolavano quattro foto stampate di lui, attaccate alla buona con lo scotch.

Ricordavano l’autoritratto di Vincent van Gogh nella Camera da letto di Arles: storto, appeso in equilibrio precario sopra il letto disfatto. Anche quelle foto sembravano sul punto di cadere sul divano, sopra la chitarra sfondata.

L’uomo non riusciva a mettere in fila due parole. Ci fissava con aria menefreghista, come se tra lui e noi ci fosse una barriera invisibile. Improvvisamente, senza dire nulla, si tolse la dentiera e l’appoggiò sul tavolino, macchiandolo di saliva.

Completamente senza denti, ci fissava con sguardo acido.

Ormai non gli interessava ascoltare più nulla.

Rifiutò il ricovero e andammo via, lasciando lì i carabinieri perplessi.

 

La zona della stazione dei treni non era mai un luogo dove si rideva.

Gli interventi lì venivano svolti con cautela, soprattutto di notte.

Di fronte alla stazione di Padova c’è un condominio con un portico lungo oltre sessanta metri, largo più di due e alto tre.

Di giorno pullulava di negozi, bar, tavolini, uffici, cartelli pubblicitari.

Ma di notte cambiava tutto: vuoto, silenzioso, illuminato solo dai neon bianchi e freddi.

Tutto si svuotava. Tutto si fermava.

Esattamente come la stazione dei treni che, di notte, perdeva il senso di essere la porta della città, e appariva come un non-luogo, privo di identità.

Un venerdì estivo, alle due di notte, trovammo un ragazzo giovanissimo, a torso nudo, scalzo, con addosso solo un paio di pantaloncini cortissimi.

Correva avanti e indietro nel portico, senza fermarsi.

Forse la droga stava ancora agendo. O forse era appena svanita.

Correva scoordinato, sessanta metri in un senso e sessanta metri nell’altro, ansimando, ruotando il capo, sputando per terra.  

I due carabinieri, che ci avevano chiamato, restavano impassibili a guardarlo.

«Stiamo aspettando che si stanchi» dissero.

Dopo alcuni minuti, il ragazzo crollò a terra, esausto.

Era senza documenti. Disse il suo nome solo all’infermiera del triage, sottovoce.

Aveva delle macchie rosse e bianche, secche su braccia e spalle. Piedi, petto e schiena anneriti dalla sporcizia.

Il rossore delle guance contrastava con la pelle scura di chi vive per strada.

Le uniche parole che ripeteva, con voce bassa e occhi assenti, erano:

«Mi hanno fregato. Mentre ero fatto mi hanno portato via tutto: soldi, documenti, zaino, scarpe, maglietta. Non ho più nulla. Ormai è finita».

Correre avanti e indietro, ostinatamente, denudato, in quel portico vuoto, rappresentava perfettamente ciò che la droga aveva fatto della sua vita.

Non fuggiva da nulla.

Non arrivava da nessuna parte.

Perdeva tempo, energie, speranze.

Proprio come drogarsi.


[1] Citazione tratta da The Hollow Men di T. S. Eliot (1925), recitata nel film Apocalypse Now di Francis Ford Coppola (1979)

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