Storia · capitolo 13

Capitolo 13 - Il volto ritrovato (I La morte in faccia)

Dietro le sirene - Un libro sulla vita. Sulla fragilità. Sulla forza che non ti aspetti. di Filippo Fogarin

Quando la trovammo, il volto non era più un volto.

Quando la estraemmo dall’auto, era già morta, irriconoscibile.

Era una notte d’inverno. La strada, larga e rettilinea, era interrotta solo da alcuni semafori.

Fummo attivati in codice verde: la chiamata era arrivata da un automobilista di passaggio, non coinvolto nell’incidente, che non seppe descrivere con precisione la scena.

Ci trovammo di fronte a un grave incidente stradale, con una sola auto coinvolta. Non c’erano né il medico né i vigili del fuoco, che arrivarono solo dopo la nostra segnalazione.

L’auto era finita inspiegabilmente in un campo, scavalcando il fosso laterale e spezzandosi in più parti.

Mentre cercavo di estrarre la ragazza dal vano guida, incespicai sull’asse del motore, che si era staccato con l’urto.

La stendemmo sulla tavola spinale, tra l’erba alta e le vigne. La luce fioca proveniva più dalla luna che dai lampioni.

Tagliammo il maglione e iniziammo le compressioni, anche se era chiaro che non c’era più nulla da fare.

Il medico arrivò dopo pochi minuti — che parvero eterni — e dichiarò il decesso senza toccarla. Non serviva: l’anima era andata via da un po’.

In quattordici anni e mezzo di volontariato ho partecipato a oltre millecinquecento interventi. Questo fu l’unico in cui mi accadde di conoscere la persona.

Per fortuna lo scoprii solo alla fine, compilando il modulo dell’intervento e leggendo il suo indirizzo e il nome.

 

Due anni dopo, alla ricorrenza del 2 novembre, accompagnai un’amica in un cimitero fuori Padova.

Camminando tra le tombe, mi bloccai: su una lapide vidi la sua foto, il suo sorriso. Era lei. Di pochi anni più giovane di me.

Mi tornò alla mente non l’incidente, ma il giorno in cui la conobbi: la stretta di mano, le prime parole, quel sorriso.

Poi riaffiorarono le immagini di quella notte:

gli occhi sbarrati che mi fissarono appena aprii la portiera;

lo squarcio sulla fronte;

il petto di un bianco marmoreo;

il sangue che schizzò dalle narici e dal taglio alla prima compressione, imbrattando i miei guanti.

Le urla dei parenti, bloccati dai miei colleghi sul sentiero; il silenzio cieco di un genitore, immobile sul ciglio del fosso. 

Per molti minuti rimasi da solo nel campo buio, accanto al suo corpo: prima in ginocchio, poi in piedi.

Il mio sguardo passava dal lenzuolo bianco che la copriva alle sagome concitate sulla strada: carabinieri, vigili del fuoco, colleghi, parenti.

I fari delle auto di servizio colpivano quel lenzuolo come per scacciare il buio che lo avvolgeva.

Siamo abituati a incontrare la morte di persone anziane, nelle case di riposo o nelle abitazioni. Ogni volta restiamo in silenzio, turbati dal mistero.

Ma la morte improvvisa di una giovane, di una figlia, è un abisso ancora più incomprensibile.

Passo spesso per quella strada. C’è sempre un mazzo di fiori. Diversamente da tanti altri, che col tempo appassiscono e vengono sostituiti da fiori finti, quello è sempre fresco. Sempre con la stessa foto sorridente.

L’ultima volta c’erano rose rosse.

Forse il mistero di quella giovane morte non si è mai assopito.

Nemmeno dentro di me.

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