Storia · capitolo 12

Capitolo 12 - Una situazione apparentemente normale (II Vite sospese)

Dietro le sirene - Un libro sulla vita. Sulla fragilità. Sulla forza che non ti aspetti. di Filippo Fogarin

«Situazione apparentemente normale», disse il carabiniere.

Quella frase mi rimase impressa: dietro quella normalità si nascondeva l’esatto contrario.

Circa quindici volte, negli anni di volontariato, fummo chiamati per soccorrere donne picchiate. Quasi sempre erano vittime dei loro compagni o mariti, più raramente di un fratello.

Ricordo una ragazza costretta a prostituirsi, picchiata in strada, non si seppe se dal pappone o da un cliente. Attorno all’occhio aveva un alone nero, perfettamente rotondo.

In un altro intervento notturno, uscimmo due volte di seguito per soccorrere e trasportare separatamente, due donne che si erano azzuffate nell’atrio di un condominio anonimo vicino alle mura della città, tirandosi i capelli, graffiandosi il volto e colpendosi con pugni sulla testa.

In ogni caso di violenza, al triage veniva sempre chiesto alla donna se c’era il rischio che l’aggressore potesse raggiungerla in Pronto Soccorso. La risposta era sempre no, ma l’infermiere, per sicurezza, faceva avvicinare la guardia armata al banco per vigilare.

Ho visto tanti volti segnati dalla violenza, ma in questo capitolo preferisco riportare l’unico nel quale non vidi né il volto né gli occhi delle vittime.

Erano madre e figlia. Furono assistite solo dalle nostre colleghe. Dopo le medicazioni, rifiutarono il ricovero.

Furono i carabinieri a chiamare l’1-1-8, e il centralino ci indirizzò, in codice giallo,

direttamente in caserma.

Era un tardo venerdì pomeriggio. Le due donne, “stanche della situazione”, avevano deciso di recarsi insieme in caserma: la mamma, vedova, per denunciare il figlio di violenze; la ragazza, per denunciare il fratello per maltrattamenti ripetuti e un tentato stupro.

All'ingresso della caserma un carabiniere ci spiegò cosa era successo.

Decidemmo che fossero solo le due volontarie a entrare nella stanza dove si trovavano madre e figlia, mentre io e il mio collega restammo nella saletta d’attesa.

Riuscii a intravederle appena, nell’attimo in cui il carabiniere aprì la porta per far entrare le colleghe con lo zaino medico. Erano sedute, una accanto all’altra, di fronte a una scrivania. Davanti a loro una carabiniera prendeva la denuncia, un’altra restava in piedi.

Capimmo che la figlia aveva i capelli lisci e biondi perché teneva la testa appoggiata sulla spalla della madre, più robusta, dai capelli mossi dello stesso colore.

Con il collega rimanemmo nel corridoio della caserma per circa tre quarti d’ora: un tempo interminabile.

Nel frattempo, i carabinieri ci informarono che non c’era mai stata alcuna denuncia o segnalazione da quella famiglia. “Una situazione apparentemente normale” la definirono.

Durante l’attesa ci dissero che una volante si stava dirigendo a casa per fermare il fratello. Non sapendo in che stato fosse, ci avvisarono che poteva servire anche il nostro supporto.

Non vedemmo mai il ragazzo.

Quando le colleghe uscirono ci confermarono che potevamo andare.

Le due donne avevano graffi ed ematomi, sia vecchi che nuovi.

Ma soprattutto, avevano bisogno di essere ascoltate in un luogo sicuro.

Quel giorno, noi due uomini ci sentimmo inadeguati.

Profondamente inutili.

Andammo via con lo sguardo basso. 

Torna alla scheda dell’opera

Dopo questo capitolo puoi leggere anche