Capitolo 11 - La panchina rossa (II Vite sospese)
Noto che le panchine rosse sono sempre posizionate sotto un lampione. Ma dopo questo intervento, quando le guardo di sera, ho l’impressione che la luce provenga dalla panchina stessa, non dal lampione. Come nel quadro I mangiatori di patate[1] di Vincent van Gogh, dove i volti, le mani dei contadini e le patate sul tavolo sembrano più luminose della lampada appesa al soffitto.
Non saprei dire quante volte siamo intervenuti per soccorrere ragazze costrette a prostituirsi. In genere erano interventi in codice verde, e la chiamata all’1-1-8 arrivava quasi sempre da passanti che le vedevano in situazioni precarie o insolite.
Le trovavamo ai margini della città: sui marciapiedi, nei distributori di benzina, nei grandi parcheggi degli alberghi o dei supermercati, oppure davanti agli ingressi delle autostrade.
Alcune avevano lividi visibili sul viso. D’inverno erano infreddolite, rannicchiate a terra. Restavano quasi sempre in silenzio, con lo sguardo basso.
La prima volta fu nell’estate del mio primo anno in SUEM.
Era notte fonda. La trovammo da sola, sdraiata – forse stanca, forse per nascondersi – su una panchina rossa, dai braccioli metallici neri, in un piccolo giardino pubblico in un quartiere di Padova.
Le “amiche” avevano chiamato l’1-1-8 e ci aspettavano lungo la strada; prima di allontanarsi ci indicarono la direzione.
Il parco era illuminato dai lampioni e dalla luna. Erba tagliata, cestini, altalene, giochi a molla, cartelli di divieto per i cani.
Una siepe fitta e ordinata di lauro lo delimitava, isolandolo dal resto della città. Dietro quella barriera verde, il traffico diventava un brusio lontano, come se la città fosse un’altra dimensione.
In tre ci incamminammo con lo zaino in spalla.
Quando ci vide, scattò in piedi: alta, bionda, slanciata. Indossava un abito aderente nero a righe rosse, con il seno esposto.
Non era la bellezza a colpire, ma il vuoto negli occhi.
Di fronte avevamo una donna moralmente abbattuta. Pressione, polso e saturazione erano nella norma, ma la sua dignità era stata ferita in profondità.
Balbettava qualche parola in italiano.
Asciugandosi le lacrime, estrasse dalla borsetta il documento e due fogli piegati.
Aveva ventitré anni.
Era polacca.
Su uno dei fogli c’era scritto: “Sieropositiva all’HIV”.
Nel rovistare, una penna e una foto formato tessera di una donna bionda sorridente scivolarono nell’erba. Si chinò di scatto, come se temesse che qualcuno potesse vederli, li raccolse e tornò a passarsi la mano sugli occhi.
Rifiutò l’ospedalizzazione e si incamminò lungo il vialetto, a testa bassa.
Come fanno tutte.
Per tornare invisibile.
Come tutte.
All’inizio dei corsi avrei considerato questo un intervento semplice. Forse lo era dal punto di vista fisico. Ma moralmente mi lasciò a pezzi.
Quella notte non mi abbandonò mai. Qualche anno dopo mi tornò prepotentemente in mente quando lessi queste poche righe sul giornale locale:
“Si è tenuta in occasione della Giornata Internazionale contro la Violenza sulle Donne l’inaugurazione di quattro panchine rosse, che si vanno ad aggiungere a quelle già presenti”.
Da allora le noto spesso, tra le panchine verdi o marroni. Il loro numero cresce ogni anno, come purtroppo anche i casi di violenza.
Sono sempre in luoghi curati: parchi con erba rasata e giochi per bambini, piazze pulite con pavimentazioni in porfido o trachite.
A volte ci siedono mamme o bambini.
Spesso restano vuote.
Io, invece, continuo a vedere lei, quella ragazza, sdraiata a riposare.
E non l’ho mai dimenticata.
E rivedo quella siepe, che chiudeva il parco alla vista del mondo.
Dietro quella siepe, che da tanta parte… per lei non c’erano interminati spazi né nuovi orizzonti.
Da questa parte, invece, c’era il dolore che nessuno voleva guardare. Il dolore silenzioso di una ragazza di ventitré anni.
E rivedo quella luce.
La luce di Vincent.
La luce degli ultimi.
[1] I mangiatori di patate del pittore olandese Vincent van Gogh, realizzato nel 1885 e conservato al Museo Van Gogh di Amsterdam
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