Capitolo 10 - Gli occhi della madre (I La morte in faccia)
L’intervento che ci portò al reparto di rianimazione pediatrica preferisco non descriverlo. Accenno solo che in quell’abitazione regnavano il silenzio, i gesti lenti e misurati, gli sguardi fissi, pieni di “perché”, dalla madre, dei nonni.
Era un pomeriggio autunnale, la prima volta che entravo in quel reparto.
In due stanze, su piccoli lettini o culle, giacevano nove bambini, con un’età media di circa quattro anni.
Nei loro corpicini nudi c’erano cannule inserite e piccoli elettrodi attaccati, tutti collegati alle macchine.
Il reparto era illuminato dalle luci fredde dei neon, e il silenzio era rotto solo dal suono regolare dei ritmi cardiaci: tanti bip, come gocce d’acqua cadute da un rubinetto lento, come cinguettii lontani di uccellini invisibili.
Se ben ricordo, tutte le finestre avevano persiane alla veneziana abbassate.
Il personale – quasi tutto al femminile, e giovanissimo – si muoveva con gesti precisi e misurati.
Noi avevamo portato un bambino vittima di un incidente domestico.
Durante l’intervento il medico lo aveva sedato, ma all’arrivo in ospedale fu dichiarato il decesso.
Ricordo il suo corpicino nella nostra barella: piccolo e immobile, come un chicco d’uva su un piatto bianco.
Per le dimensioni ridotte, facemmo fatica a stabilizzarlo con le cinghie.
Alla fine, mentre sistemavamo le nostre cose per uscire – zaino, bombola d’ossigeno, elettrodi – il personale medico ci chiese l’età della madre e del padre, e se avevano altri figli.
Poi si riunirono in cerchio, per decidere come dare la notizia ai genitori, che attendevano soli nel piccolo atrio.
Quando capii che saremmo usciti noi prima dei medici, mi venne un nodo alla gola.
La madre era seduta, scomposta, su una sedia dell’atrio.
Incrociai i suoi occhi per un istante: rossi, sbarrati, assetati di risposte, come se potessi darle io quelle risposte.
Il marito era in piedi, con le braccia incrociate e la testa bassa.
Gli occhi persi nel vuoto, come gli anni che il figlio non avrebbe vissuto.
Disorientato, abbassai lo sguardo e uscii assieme ai compagni.
Il giorno dopo lessi la notizia sul giornale locale.
Quella stessa sera sarebbe dovuta iniziare la sagra del quartiere, destinata a durare alcuni giorni.
L’amministrazione comunale e il parroco decisero di annullare ogni festeggiamento, “per stringere la comunità attorno al dolore dei familiari”.
Io, davanti a quella casa, non passai più.
Non tornai più in quel quartiere.
Per paura di ricordare quel chicco d’uva immobile.
Per
paura di incrociare ancora, anche solo per un istante, gli occhi della madre.
Ho sempre cercato una deviazione. Una via di fuga.
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