Capitolo 1
TITOLO:
Disastri magici in 3...2...1...
Di Rosaria Russo
Il boccale che stringo tra le mani è scheggiato e unto; le dita si appiccicano al bordo. La birra all'interno ha un colore strano e il sapore di un vecchio rimorso.
La taverna puzza di fumo e sudore. È il luogo perfetto per un momento di profonda introspezione magica o di totale autoinganno. Io punto chiaramente alla seconda opzione.
«Sono un mago fallito» proclamo, sollevando il boccale verso il soffitto annerito. Alcuni avventori alzano lo sguardo, giusto il tempo di capire che non sono degno di interesse. «Un eroe senza gloria! Un avventuriero senza un soldo!»
Sorrido. Non un ghigno, né un'espressione di gioia. È uno di quei sorrisi che ti fanno sentire di aver appena venduto l'anima. Anzi peggio: firmato un contratto senza leggere le clausole in piccolo. Il fatto che io abbia effettivamente firmato un contratto senza leggere quelle clausole è del tutto irrilevante. Penso.
«Lucien! Per tutte le costellazioni del nord, smettila di sorridere così.»
Riconosco quella voce: Karl. Migliore amico, peggior giudice, mio personale promemoria che la dignità esiste anche se faccio finta di no. Lo vedo avanzare tra i tavoli, schivando gente che gioca a carte o emana pericolosi livelli di flatulenza magica.
«Karl!» esclamo. «Quando sei arrivato?»
Lui mi fissa. È lo sguardo di chi ha visto cose orribili: le mie pagelle di magia, i miei tentativi di meditazione spirituale finiti con esplosioni spontanee e un topo parlante traumatizzato.
«Sono due ore che ti cerco» dice, sedendosi pesantemente. «La congrega ha convocato una riunione di intenti. Sai cosa significa?»
«Che intendono fare qualcosa?» azzardo.
Karl sospira. «Significa che tu dovresti esserci. Invece ti trovo qui, ubriaco e… così». Indica con la mano il mio sorriso. «Perché ti comporti così?»
Mi sporgo verso di lui, abbassando la voce. «Perché, mio carissimo amico, oggi è il giorno in cui il mio destino cambia direzione. Diventerò il più grande mago del mondo!»
Un silenzio cade sul tavolo come un incantesimo di imbarazzo.
Karl mi guarda. Io continuo a sorridere. Lui continua a guardarmi. Io continuo a sorridere ancora di più, perché non riesco a fermarmi.
«Hai bevuto troppo» decreta.
«Non ancora! Non è l'alcool, è il mio nuovo contratto magico!» Lo dico con enfasi, aspettandomi stupore, ammirazione, un coro angelico. Invece ottengo l'equivalente visivo di uno sbadiglio con gli occhi.
«Un contratto con chi?» domanda Karl, appoggiando i gomiti sul tavolo come uno che sa già di dovermi salvare da me stesso. Di nuovo.
Abbasso la voce. «Con un emissario del Grande Consiglio dei Maghi. Cappello a punta. Occhio di vetro. Mi ha promesso che se riuscirò a rubare il Libro dei Sortilegi, diventerò il più potente mago del Regno.»
Karl non batte ciglio. «Lucien. Amico mio. Non esiste nessun emissario del Grande Consiglio con un occhio di vetro.»
Mi appoggio allo schienale, pieno di soddisfazione. «Appunto! È perfetto per una missione segreta.»
Il problema dei piani geniali è che sembrano sempre geniali prima di essere messi in pratica.
Karl mi osserva come si guarda una pentola che ha già iniziato a bollire: con la rassegnazione di chi sa che qualcuno dovrà pulire dopo. Io, invece, sono sereno. Di quella serenità banale che nasce solo quando hai appena preso una decisione irreversibile e il tuo cervello, per pietà, spegne il buon senso.
«Lucien» dice lentamente, come si parla ai cavalli nervosi o agli esplosivi instabili, «dimmi che non hai davvero firmato un contratto magico senza leggerlo.»
Inclino la testa. «Dipende. Se l'ho letto dopo averlo firmato, conta come averlo letto?»
Karl chiude gli occhi. Li riapre. Li richiude. Li riapre di nuovo, sperando chiaramente che io sia sparito. Non succede.
«Fammi vedere quel contratto.»
Lo tiro fuori dalla tasca interna del mantello. È una pergamena arrotolata, sigillata con ceralacca nera. Il simbolo inciso sopra pulsa debolmente, come se avesse un cuore proprio.
Karl la osserva senza toccarla. «Perché… si muove?»
«Per entusiasmo» rispondo. «Anche io faccio così quando sono felice.»
La pergamena, come per darmi ragione, emette un lieve crack e si srotola da sola sul tavolo, spingendo via noccioline e una moneta sospettosamente appiccicosa. Le lettere iniziano a comparire, una dopo l'altra, con l'aria di chi ha tutto il tempo del mondo e nessuna buona notizia.
Karl legge. Io bevo.
«"Il sottoscritto, di sua spontanea volontà…"» comincia. «Ah, bene. Questa è sempre una frase che precede grandi tragedie.»
Scorro anch'io il testo, più per educazione che per reale interesse, fino a quando non arrivo a una sezione che prima, giuro solennemente, non c'era.
Clausola Settima - Attivazione automatica
Il contratto entrerà in vigore allo scoccare della prossima alba.
Il mancato completamento dell'incarico entro tre giorni comporterà il pagamento del debito secondo modalità stabilite dal Consiglio.
«Karl» dico piano. «Secondo te… che tipo di modalità?»
Lui non risponde subito. Continua a leggere, sempre più pallido.
«Clausola Ottava» mormora. «Il pagamento potrà includere, ma non è limitato a: energia vitale, memoria, talento magico residuo, o un bene di pari valore.»
Alzo un sopracciglio. «Beh, almeno sono flessibili.»
Karl sbatte la mano sul tavolo. «Lucien! Questo non è un lavoro secondario, è una condanna con scadenza!»
«Una condanna temporanea» lo correggo. «Tre giorni. Ho affrontato cose peggiori.»
«Come cosa?»
«Un corso avanzato di Trasmutazione Teorica. Due settimane. Senza pause.»
Non ride. Questo è sempre un brutto segno.
La pergamena si illumina di nuovo. Una nuova riga compare, più grande delle altre.
Obiettivo dell'incarico:
Recuperare il Libro dei Sortilegi dalla Biblioteca del Consiglio.
Il silenzio che segue è così denso che potrei tagliarlo e usarlo come componente rituale.
«Il… Libro?» Karl sussurra. «Quello?»
Annuisco, improvvisamente molto sobrio. «Quello.»
La Biblioteca del Consiglio non è solo protetta. È viva. Cambia corridoi, mangia incantesimi mal formulati e una volta ha ingoiato un apprendista che aveva sbagliato scaffale. Lo ha risputato tre giorni dopo, con una nuova vocazione per la pastorizia.
Karl mi guarda. Io lo guardo. Il contratto pulsa tra noi.
«Allora» dico, cercando di recuperare il sorriso di prima, quello spavaldo, quello che mente anche a sé stesso. «Direi che è ufficiale. Il mio destino ha cambiato direzione.»
«Sì» risponde Karl. «Verso il basso.»
Sorrido. Ancora. Perché ormai so una cosa con certezza: all'alba, che io sia pronto o no, la magia verrà a riscuotere.
E io odio i creditori.
Karl dice sì nel modo peggiore possibile: non lo dice.
Semplicemente sospira, si infila il mantello e mi segue fuori dalla taverna come un uomo che ha appena accettato il proprio destino. Che, nel suo caso, consiste nell'impedire a me di distruggere il tessuto della realtà prima di colazione.
«Non lo faccio per te» chiarisce mentre attraversiamo le strade ancora umide di pioggia. «Lo faccio perché se muori in modo spettacolare, la congrega mi chiederà perché non ho fatto niente.»
«Vedi?» sorrido. «L'amicizia.»
La Biblioteca del Consiglio si erge al centro della città come un'idea sbagliata portata all'estremo: torri che non rispettano alcuna geometria conosciuta, finestre che cambiano posizione quando non le guardi, e una porta principale che ti osserva con palese giudizio.
«Ultima possibilità di tornare indietro» dice Karl.
«Giammai» esclamo con coraggio finto.
Karl capisce come aiutarmi nel momento esatto in cui smette di urlare dentro la sua testa.
Succede davanti alla Biblioteca, mentre la osserviamo da una distanza di sicurezza che io definirei "drammatica" e lui "insufficiente". Le torri sembrano essersi spostate rispetto a prima. O forse è la Biblioteca che si muove quando sente odore di guai.
«Aspetta» dice all'improvviso. Si porta una mano al mento, gli occhi che scorrono veloci come se stesse sfogliando un indice invisibile. «Il contratto.»
«Sì» annuisco. «Ne abbiamo già parlato. Non è simpatico.»
«No. Intendo la struttura.» Mi guarda. «I contratti del Consiglio non possono essere sciolti dall'esterno. Ma…»
«Ma?» Mi avvicino. Questo "ma" mi piace.
«Ma ogni patto deve contenere una clausola di annullamento. È una legge antica. Serve a evitare… abusi dimensionali.»
Sgrano gli occhi. «Karl, la testa comincia a scoppiarmi. Che intendi?»
«Sto dicendo» continua, ignorandomi, «che l'unico posto dove può essere registrata quella formula è il Libro dei Sortilegi.»
Il mio sorriso torna. Più piccolo. Più speranzoso. «Quindi non dobbiamo rubarlo.»
«No.»
«Né usarlo.»
«Assolutamente no.»
«Solo… leggerlo?»
Karl sospira. «Entriamo, troviamo la formula per sciogliere il contratto, la copiamo ed usciamo. Non tocchi niente. Non leggi ad alta voce. E soprattutto...» mi afferra per il colletto «...non improvvisi.»
Annuisco con convinzione. Per almeno sei secondi.
La porta della Biblioteca si apre da sola, come se avesse sentito il piano e avesse deciso che le faceva pena.
Dentro, l'aria vibra. Gli scaffali scorrono lentamente, le etichette si riscrivono da sole. Una sezione intitolata Errori Comuni ci osserva con particolare interesse.
Karl mormora formule di occultamento. Io cerco di non respirare troppo forte. Funziona: diventiamo vagamente anonimi, come un'idea a metà. Uno scaffale ci sfiora, poi decide che non valiamo la pena di essere divorati.
Raggiungiamo la sala centrale.
Il Libro dei Sortilegi è lì. Non trionfante. Non minaccioso, sembra in attesa.
Il contratto sotto il mio mantello si scalda. Karl lo nota.
«Non ascoltarlo» sussurra.
Mi avvicino. Karl resta indietro, come si fa con le bestie selvatiche o con gli amici pericolosi.
Apro il Libro solo quanto basta. Le pagine scorrono da sole, si fermano su una sezione che brilla appena.
Annullamento dei Patti Impropri
Formule di scioglimento per accordi stipulati in condizioni di asimmetria di potere.
Il cuore mi balza in gola.
«Eccola» mormoro. «Karl, è qui.»
«Copiala» dice lui subito. «Subito. Poi chiudiamo e ...»
Mi blocco.
La formula è… semplice. Troppo. È scritta in una variante che riconosco. Una struttura che ho già studiato. Una scorciatoia elegante.
Il Libro vibra e mi invita.
Vedi? sembra dire. Puoi farlo adesso. Senza debiti. Senza attese.
«Lucien» dice Karl, più teso. «Che stai facendo?»
«Sto leggendo» rispondo. «In silenzio. Come promesso.»
Ma la verità è che le parole mi si stanno già formando in bocca.
Perché aspettare? Perché copiare, studiare, rischiare di sbagliare più tardi? Potrei… risolvere tutto qui.
«Lucien.»
È una supplica.
Pronuncio la formula.
La magia non esplode. Accetta quello che ho formulato,
Il Libro si chiude da solo. Il contratto sotto il mantello brilla come una ferita aperta.
Io mi sento… lucido. Terribilmente lucido.
«Karl» dico piano. «Credo di aver trovato la soluzione.»
Karl mi fissa. Poi guarda il contratto. Poi la Biblioteca, che ha smesso di fingere di dormire.
«No» dice. «Credo che tu abbia appena scelto l'opzione più veloce.»
Gli scaffali iniziano a muoversi.
La Biblioteca ha capito il piano. E non lo approva.
La Biblioteca ci butta fuori.
Il pavimento si inclina, gli scaffali arretrano come onde che si ritirano prima della tempesta. Karl mi afferra per il mantello e ci trascina fuori mentre la porta si richiude con un tonfo che suona come una sentenza.
Restiamo lì, ansimanti, nel silenzio irreale della piazza.
Io rido. Una risata breve, isterica. «Visto? Funziona. Niente guardiani, niente demoni, niente...»
Mi fermo.
C'è qualcosa che non torna.
Alzo la mano. Provo un incantesimo minore, uno stupido, automatico. Un gesto, una parola sbiascicata.
Non succede niente.
Ripeto. Più concentrato. Nulla.
«Karl» dico piano. «Aspetta.»
Chiudo gli occhi. Pesco nella magia come ho sempre fatto: istinto, deviazione, aggiustamento all'ultimo secondo.
È come infilare la mano in un cassetto vuoto.
«No» sussurro. «No, no, no.»
Karl mi osserva. Capisce prima di me.
«Prova a leggerlo» dice.
«Cosa?»
«Un incantesimo. Come scritto. Preciso.»
Con le mani che tremano, pronuncio una formula base. Senza improvvisare. Senza cambiare ritmo.
La magia scatta. Perfetta e fredda funziona.
Mi sento peggio.
«Oh» mormoro. «Oh, questo è… terribile.»
Karl annuisce. «Hai anticipato il pagamento.»
Mi volto verso di lui. «Ma io volevo annullare.»
«Hai scelto la soluzione più veloce» mi interrompe. «Il contratto ha deciso cosa volessi davvero.»
Il contratto, sotto il mantello, ora è spento. Chiuso. Morto.
E io so, con una chiarezza dolorosa, cosa ho perso.
Non la magia. Me stesso mentre la uso. La mia istintività, la mia creatività, l'improvvisazione che veniva dal cuore. È una mutilazione di una parte vitale del mio essere.
Tre giorni dopo.
Stessa taverna. Stesso boccale scheggiato. Ma io non sono lo stesso.
Karl siede di fronte a me, in silenzio. Ha capito che non servono parole, non ancora. Mi osserva mentre provo, per l'ennesima volta, a richiamare la magia come facevo prima.
Chiudo gli occhi. Cerco quella scintilla, quel caos creativo che era sempre lì, pronto a esplodere in direzioni imprevedibili. Era la parte di me che non seguiva le regole perché non le capiva. Che trasformava gli errori in scoperte. Che faceva della magia un'estensione del mio essere, non uno strumento.
Ora c'è solo… vuoto. Un vuoto ordinato, preciso.
Apro gli occhi. «È come se mi avessero tolto i colori e lasciato solo il bianco e nero.»
Karl annuisce. «La magia funziona ancora.»
«Sì» dico amaramente. «Funziona perfettamente. Ogni formula, ogni gesto. Tutto preciso, controllato, freddo.» Stringo il boccale. «Ma non sono più io a farla. Sono solo… un conduttore.»
«Lucien...»
«No, aspetta.» Alzo una mano. «Voglio dire una cosa. Per anni ho pensato che il mio problema fosse non essere abbastanza bravo. Che se solo avessi studiato di più, se fossi stato più disciplinato, più… convenzionale, sarei diventato un vero mago.» Sorrido, ma è un sorriso amaro. «E sai cosa? Avevo ragione. Adesso sono un vero mago. Efficiente. Affidabile. Prevedibile.»
«E odi ogni secondo» conclude Karl.
Non rispondo subito. Bevo. La birra ha sempre lo stesso sapore orribile, ma almeno quello non è cambiato.
«Il contratto sapeva» dico infine. «Sapeva esattamente cosa volevo davvero. Non potere. Non gloria. Volevo smettere di sentirmi inadeguato. Volevo... appartenere.»
Karl si sporge in avanti. «E invece?»
«Invece ho scoperto che la mia inadeguatezza era l'unica cosa che mi rendeva me stesso.»
Il silenzio che segue è diverso da tutti gli altri. Non è imbarazzo, non è attesa. È comprensione.
Karl finalmente parla. «Allora? Cosa farai?»
Ci penso davvero, questa volta. Non per recitare la parte del mago cinico, non per nascondermi dietro una battuta. Ci penso perché è l'unica domanda che conta.
«Imparerò» dico lentamente. «A fare magia senza improvvisare, sì. Ma imparerò anche a vivere con quello che ho perso. E forse...» esito, perché questa parte fa più male, «forse un giorno troverò un altro modo per essere creativo. Uno che non esploda in faccia a nessuno.»
Karl sorride. Un sorriso vero, finalmente. «Quello sì che sarebbe un miracolo.»
Lo guardo. «Tu resteresti? Anche sapendo che non sono più...»
«Il mago più disastroso del Regno?» mi interrompe. «Lucien, sei ancora la persona più idiota che conosco. Solo che ora lo sei in modo più sicuro.»
Rido. È una risata piccola, ma sincera.
Fuori, la città continua la sua vita. Maghi veri studiano formule antiche, apprendisti sognano gloria, avventurieri cercano tesori. E io? Io resto qui, con la mia birra pessima e il mio migliore amico, a capire che a volte il vero coraggio non sta nel cambiare destino.
Sta nell'accettare il prezzo del cambiamento.
«Karl?» dico dopo un po'.
«Sì?»
«La prossima volta che voglio firmare qualcosa, dammi un pugno.»
«Promesso.»
Sorrido. Non è il sorriso spavaldo di prima, quello che mentiva anche a sé stesso. È più piccolo, più onesto. Il sorriso di chi ha smesso di correre verso un futuro immaginario e ha iniziato a camminare nel presente reale.
Non sarò il mago più potente del Regno.
Non improvviserò più incantesimi che sfidano le leggi della fisica e del buon senso.
Ma per la prima volta nella mia vita, so esattamente chi sono.
E forse, solo forse, è abbastanza.
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