Capitolo 1
“Sn Giulia, rspnd”. Il suo cuore sfiorava i duecento battiti, le sue orecchie erano tese a cogliere ogni cambiamento nel rumore di passi, i suoi muscoli carichi di sangue, le sue gambe pronte a correre.
Ma Paolo non rispose neanche alla terza chiamata, dopo i due tentativi falliti prima di inviargli l’SMS. Sì, un SMS, perché Giulia usava un vecchio Nokia 3310, comprato ad una bancarella.
Con le mani sudate non riusciva ad aprire la borsa per prendere le chiavi e lo spray al peperoncino.
Raggiunse l’auto e si ricordò che quel nuovo modello che aveva noleggiato aveva il sensore di prossimità. Si gettò sul sedile, accese il motore, ingranò la retromarcia, mantenne la freddezza sufficiente per non sbattere nelle strette colonne di quel tempio maledetto, scese le due rampe di quel labirinto mortale e solo quando fu fuori, circondata dal rassicurante traffico di via Mameli, si sentì finalmente al sicuro. Il respiro si era fatto più leggero, il cuore era di nuovo in mezzo al petto e non più in fondo alle orecchie, i quadricipiti erano ancora indolenziti, ma non più tesi, la borsa si apriva senza problemi. Si fermò al semaforo rosso all’incrocio con via Roma, dove poté fare ciò che desiderava da venti minuti buoni: sciogliere la tensione nelle braccia, appoggiare la testa sul volante e piangere.
Fu interrotta dal suono polifonico dei clacson dietro di sé e da quello monofonico del “Nokia-tune” nella tasca del soprabito. Rispose e azionò il viva-voce.
«Giulia, che succede?» gracchiò il telefono.
«Paolo, finalmente! È successo di nuovo, qualcuno mi seguiva!» rispose lei, con la particolare rabbia che segue uno spavento e che aveva un bersaglio perfetto nel suo interlocutore.
«Ero con un cliente e non ho guardato il telefono! Perché sei uscita così presto?»
«Mi hai consigliato tu di cambiare orari, ricordi? Ho chiesto al capo di uscire mezz’ora prima oggi e recuperare domani!»
«Hai fatto bene! Sei sicura che ci fosse qualcuno, sì? Non era solo suggestione?»
«Non ho visto nessuno! Però i passi… che vuoi oh! C’ero prima io! – inveì contro un clacson, sfogando la frustrazione di non essere creduta – I passi li ho sentiti! Non me li sono immaginati! C’era qualcuno nel parcheggio!».
«Torni a casa adesso?» cercò di portare la sua mente verso pensieri più tranquilli.
«Mi fermo a comprare la cena, poi rientro sì!»
«Chiudi bene tutto mi raccomando!»
«Sì, sì, comunque a casa c’è Antonio!»
«Non che mi consoli molto! Fammi sapere se ci sono novità! Buona serata!».
Alle 22, Giulia versò le trentuno gocce di lorazepam nel bicchiere, dette la buonanotte al coinquilino e andò in bagno. Si ricordò di non aver messo in carica il telefono. Lo prese. C’era un messaggio da un numero sconosciuto. Diceva “Se non resti dove posso vederti, poi devo venire a cercarti!”.
Aggiunse altre dieci gocce, forse erano settanta, o forse caddero tutte fuori dal bicchiere.
Ma non dormì. Sentì il campanile battere le undici, mezzanotte, l’una… e ogni volta quei rintocchi le risuonavano nella testa come i passi nel parcheggio semivuoto del centro commerciale.
Non sentì battere le quattro, segno che aveva preso sonno, o che non si sarebbe più svegliata: in entrambi i casi era un sollievo.
«Il Comune di Ortisei? Sei sicura?» chiese Paolo.
«Sì, ho chiesto ad Antonio di chiamare e ha risposto un impiegato!» rispose Giulia, si pentì di aver nominato il suo coinquilino.
«Sei stata attenta a non lasciare tracce?»
«Sì certo! Ha usato il suo cellulare con l’anonimo! Io vado alla polizia, Paolo!» già prevedeva il suo dissenso.
«Non ti prenderanno sul serio neanche stavolta!» chiosò.
«Questa SIM è intestata a lei? È un numero svizzero!» osservò il giovane viceispettore.
«No, me l’ha procurata mio marito! Ex marito – si corresse – cioè legalmente è ancora mio marito, siamo separati ma non abbiamo ancora divorziato!».
«Perché ha una SIM svizzera, signora?».
«Perché subisco stalking da mesi! Quando ho sporto denuncia, mi hanno detto che non c’erano sufficienti elementi! Stavolta li ho! Guardi questo SMS!»
«Avete provato a chiamare il numero?»
«Sì, è il Comune di Ortisei! Chiaramente hanno clonato il numero!»
«Se fosse una SIM italiana e avessimo qualche evidenza del reato da Lei ipotizzato, potremmo approfondire! Ma non possiamo mica fare una rogatoria internazionale! Perché non si prende un numero italiano?»
«Ce l’avevo il numero italiano! Ho disdetto la SIM perché mi arrivavano chiamate a tutte le ore, anche in piena notte!» ricostruì lei, innervosita dalle parole fuori luogo dell’agente.
«Eh i call center, sono una piaga! Pensi che mio cugino…»
«Va bene, ho capito! Per convincervi ad intervenire uno deve venire già cadavere!» lo interruppe e se ne andò.
«Avevi ragione, non mi hanno preso sul serio! – le seccava tanto dar ragione a Paolo, ma aveva bisogno del suo aiuto – Puoi venire a pranzo al chiosco del centro commerciale? Ho pensato ad una cosa, però mi serve una mano! Se puoi, eh!».
«Certo, ci vediamo alle 13!» rispose Paolo, contento di rendersi utile e, ancor più, di aver avuto ragione.
«Per me è uno che lavora qui!» iniziò.
«E perché qualcuno che ci lavora? Potrebbe essere un semplice avventore!»
«Andiamo per esclusione!»
«Hai in mente qualcuno in particolare?»
«La ragazza a quel tavolino! Lavora alla gioielleria da febbraio! Arriva lei e… zac! Iniziano le telefonate!»
«Non ha proprio il physique du rôle!»
«Esatto, è insospettabile!»
«Cercherò di scoprire il più possibile… ci sono altri “insospettabili”?»
«Il barista coi capelli lunghi! Anche lui è arrivato in quel periodo!»
«Va bene, vedo che posso fare! Più tardi, perché alle tre ho un appuntamento!» le promise.
Alle 18.30 Giulia finì il turno, dopo aver recuperato anche il permesso del giorno precedente. Siccome la gioielleria era ancora aperta e vide quella commessa, decise di entrare.
«Ciao! Faccio in tempo a vedere una collana? Scusa per l’ora ma oggi sono uscita un po’ più tardi!» gettò l’amo, la ragazza l’aveva notata?
«Sì, certo!»
«Io lavoro al negozio di vestiti, qua sotto! Magari ci siamo incontrate!»
«Scusami, ma io sono qua da poco e non ho ancora schedato tutte le facce! Che tipo di collana cercavi?».
«Mi piacerebbe una d’argento con un ciondolo o una pietra! Tu con quale mi vedresti?»
«Col tuo profilo, un metro e 63, circa 50kg e quei colori… uno zircone!».
Si chiese se tutti quei dettagli non fossero troppi per consigliare semplicemente una pietra.
«Non ho mai pensato a come si abbinano le pietre ad una persona, deve essere un lavoro particolare il tuo!»
«Come ti chiami?»
«Giulia!» rispose con soddisfazione. Aveva abboccato, erano iniziate le domande personali.
«Allora la pietra che si abbina al tuo nome è lo zaffiro!».
Giulia non rispose, quindi la commessa della gioielleria proseguì: «Altrimenti possiamo cercare altri abbinamenti! Di che segno sei?»
«Sono del cancro!» mentì.
«Abbiamo questo ciondolo in selenite!»
«Ci devo pensare con calma, semmai torno domani! Tanto purtroppo da lunedì a sabato non è che possiamo non vederci!»
La sua interlocutrice non parve interessata alle sue abitudini.
«La mia turnazione prevede da martedì a domenica, almeno un paio di giorni ci evitiamo!»
Il tono era burocratico, Giulia non capì se era seria o scherzava.
«Buona serata!» la salutò.
«Arrivederci!» rispose lei fredda, probabilmente era seria.
Nel parcheggio, c’era molta più gente del giorno precedente e si sentì più sicura. Ebbe tutto il tempo di rimuginare su quell’incontro: era una ragazza introversa che non si voleva mischiare con i colleghi? Aveva una compagna gelosa, a cui non andava a genio che stringesse amicizie con una donna? E lei era sì più grande, un po’ provata, ma comunque piacente, pensò senza troppa modestia. Oppure era solo infastidita perché lei era entrata all’ora di chiusura senza un’idea chiara in mente, le aveva fatto domande sconclusionate e poi se ne era andata senza comprare niente. Se avesse almeno scoperto come si chiamava, magari poteva chiedere ad Antonio di cercarla sui social.
La sera cenò in camera, davanti a un film. Le piaceva il cinema, ma la sua mente si distraeva ben prima che la trama avesse iniziato a dipanarsi. Avrebbe tanto desiderato riuscire a distogliere allo stesso modo l’attenzione anche dalla propria vita.
La suoneria del telefono la distrasse. I battiti aumentarono subito dopo lo squillo, le pupille si dilatarono. Non era la dopamina del sentirsi desiderata da qualcuno, era la paura con cui conviveva da mesi.
«Non zaffiro sereno né ore liete, sol meco troverai la fatal quiete! Ma che vuol dire?» fece Antonio.
«Apri il link! Sbrigati!» rispose lei asciugandosi la bocca ancora unta.
Antonio, con le solite precauzioni aprì il collegamento contenuto nel messaggio. C’era un video: era Giulia che parlava con la commessa della gioielleria.
Scoppiò a piangere e ad urlare contemporaneamente, poi corse a prendere il telefono.
«Pronto? Giulia? Che succede!» rispose stavolta quasi subito Paolo.
«Un video! Mi ha mandato un video!»
«Calmati! Chi? Che video?»
«Paolo, sono Antonio! Giulia ha ricevuto un messaggio minaccioso! C’era un link, lo abbiamo aperto e si è aperto un video, di lei oggi nella gioielleria del centro commerciale!» cercò di spiegargli.
«Mandami il messaggio! Cerco di risalire a chi ha messo online il video!»
Purtroppo, il link non era più valido: se Antonio non gli avesse assicurato che prima aveva funzionato, Paolo avrebbe pensato che fosse stata tutta suggestione.
Un’altra notte quasi insonne dopo, Giulia si fece forza, si alzò da letto, trascinò sotto la doccia il proprio corpo troppo magro, buttò giù qualche biscotto col caffè lungo, si mise un vestito che la facesse sentire sufficientemente carina, ma non così tanto da attirare attenzioni. Si mise delle scarpe basse e un paio di pantaloni larghi.
Valutò, ma la escluse, la possibilità di rimanere tutto il giorno a casa, al riparo da quella minaccia: chiunque le volesse fare del male non le avrebbe impedito di vivere la sua vita. Per un attimo pensò di presentare un’altra denuncia, ma si sentì umiliata al pensiero di non essere creduta.
Chiamò Paolo, ma oggi non poteva raggiungerla in pausa pranzo. Si sarebbero visti alle 19.30 al bar sotto casa di Giulia, lo stesso che li aveva visti uscire insieme per la prima volta e scambiarsi le carte della separazione.
Durante la pausa pranzo, avevano consegnato un pacco per lei. Giulia non faceva più acquisti online da quando erano iniziati quei continui regali da “un ammiratore”. Bastava che cercasse un prodotto, per riceverlo uno o due giorni dopo. Se parlava con un’amica ad alta voce di una maglia che aveva visto in una vetrina, il giorno dopo le veniva consegnata a casa del colore giusto e della taglia precisa. All’inizio, si sentì quasi lusingata da quel servizio che la sua collega chiamava Giuliazon prime… ma col tempo quella situazione divenne prima inquietante, poi insostenibile. Decise di vendere PC e smartphone per diminuire occhi e orecchi digitali che la spiavano.
Scartò furiosamente il nuovo pacchetto, col battito impazzito, le dita sudate e gli occhi pieni di lacrime. Dentro una scatolina rossa c’era una collanina d’argento con un ciondolo di selenite, identico a quello che aveva visto la sera prima nella gioielleria. Corse in bagno a vomitare, ci rimase un tempo che le parve infinito, finché il suo respiro era tornato regolare, le righe di mascara erano sparite dalla sua faccia, il sapore acre se ne era andato dalla sua bocca.
Poi le salì la rabbia, sarebbe andata dalla ragazza della gioielleria.
Notò tra i cartoni, un bigliettino
“Sul secco mirto e sul lauro sparto,
Poi placida si posa nel pio petto.
Operose rime non trovan parto
Sì nella tua voluttà ‘l gesto abietto!”
Si diresse con passi veloci verso la gioielleria. Entrò, ma c’erano solo due commessi uomini.
«Buonasera!» l’accolse uno dei due.
«Ha bisogno di qualcosa?» s’affrettò ad aggiungere l’altro.
«Ieri c’era una ragazza! Dove è adesso?» digrignò i denti, li avrebbe sbranati.
«Noemi? Non c’è oggi!»
Uscì senza salutare e chiamò Paolo. Quell’impiastro ovviamente non rispose.
Quando tornò in negozio, il capo le disse di prendersi la giornata libera. Lei andò a cercare il tizio del bar coi capelli lunghi, con la scusa di prendere qualcosa per togliersi quel saporaccio dall’anima.
«Volevo qualcosa da bere, di dolce! Grazie!»
«Accomodati, te lo porto io!»
Andò a sedersi ad un tavolino in un angolo.
Aprì il menù, nonostante avesse già ordinato. Leggere era una delle poche cose che la calmava, per questo probabilmente aveva scelto di laurearsi in lettere, anche se quel percorso di studi non le aveva garantito uno sbocco professionale all’altezza dell’impegno che le era costato.
Il suono dell’SMS scatenò in lei la solita agitazione. Si sentì sollevata, a leggere il nome di quell’inetto del suo ex marito con la sua prosa così essenziale e poco curata: “Ci vediamo alle 14.30 di fronte al sushi. Seguimi”. Alzò gli occhi e riconobbe Paolo seduto ad uno dei pochi tavolini ancora occupati. Non sapeva se provare più sorpresa, sollievo o rabbia nel vederlo.
Bevve quel cocktail troppo dolce, pagò e si avviò al piano di sotto. Paolo fece lo stesso qualche minuto dopo, passò di fronte al sushi, si accertò che lei l’avesse notato e si diresse nel parcheggio. Fu facile per Giulia non perderlo perché Paolo aveva posteggiato a poca distanza da lei. Lo seguì agevolmente nello scarso traffico del primo pomeriggio, nel breve tragitto che li condusse in piazza Cairoli.
«Mi ha mandato una collanina!» disse, salendo sulla sua macchina.
«Una collanina? Ma chi? La gioielliera?» si stupì lui.
«E chi, sennò? Oggi non era a lavoro! Hai scoperto dove abita? La vado a denunciare, mi servono i suoi dati! Non ho voluto chiederli ai suoi colleghi perché l’avrebbero sicuramente avvertita!» proseguì, quasi senza prendere fiato.
«Si chiama Noemi Ambrosini!»
«E dove abita? Da dove viene?»
«Non lo so!»
«Hai scoperto soltanto questo?»
«Mi sono concentrato sul barista, si chiama Natale e come secondo lavoro fa il dronista!»
«Me lo vuoi proporre come fidanzato? Cosa me ne frega dei suoi hobby!» urlò Giulia, che aveva già mentalmente arrestato, processato e condannato la commessa della gioielleria.
«Se non resti dove posso vederti sembra una frase adatta ad un pilota di droni! Poi è appassionato di informatica, si è fatto da solo il sito!».
La sua calma strideva con l’agitazione della sua ex moglie.
«È dell’Alto Adige?»
«No! Viene dal Salento! L’hai frequentato? Siete usciti? Era il tuo amante?»
«Sei geloso?»
«Sto solo cercando di capire quale possa essere il movente!»
«La mia bellezza, ovvio! Sarà un rituale di corteggiamento!»
«Ne poteva trovare uno non sanzionato dal Codice Penale!»
«Magari un collegamento salta fuori! Piuttosto, cerca di scoprire chi è, dove abita, chi frequenta, e che fine ha fatto Noemi! Su di lei non hai indagato? Non ti piace? Adesso preferisci gli uomini?» lo provocò.
«È laureata in scienze politiche, non ce la vedo ad hackerarti il telefono!»
«Magari si è fatta aiutare da qualcuno!»
«Ok, ok! Mi metto subito al lavoro!»
Si salutarono con un bacio sulla guancia.
«Ah, Paolo! Ma non avevi detto che avevi da fare oggi? Cosa ci facevi al centro commerciale?» aggiunse, era già per metà fuori dalla macchina.
«Pranzavo! Avevo finito la riunione col cliente e ho pensato di unire l’utile al… nutriente!» rise, ma
Giulia rimase seria.
La notte la passò a rimuginare. Aveva mai incontrato quel tipo? Cercò di immaginarselo più giovane, senza barba, con altre pettinature, ne ripassò mentalmente la forma degli occhi, della testa, la prominenza degli zigomi. Poteva essere uno dei due ragazzi che aveva incontrato in vacanza l’anno della sua laurea, poco prima che l’uomo di cui era innamorato si dichiarasse e diventasse il suo fidanzato per cinque anni e suo marito per altrettanti? Aveva sicuramente delle foto nel suo vecchio pc.
Si alzò presto, Antonio ancora dormiva. Pensò di meritarsi una colazione al bar, ma quando aprì la porta vide una busta per terra. Dentro c’era la stampa di una foto di lei nel parcheggio. Urlò per lo spavento, svegliò Antonio e probabilmente mezzo palazzo. Quasi svenne quando lesse dietro:
“Ma perché dal marito si nasconde
La Venere a cui dedico canzoni?
Illacrimato frutto di feconde
Carni, a te uno e mille onirici doni”
Chiamò a lavoro per dire che non si sentiva bene.
Di quel messaggio, le furono subito chiari gli echi di “A Zacinto”: né più mai aveva trovato l’aggettivo “illacrimato”. Poi era passata ai messaggi nascosti: in bella vista era nascosto il nome della sua principale indiziata. E quel “doni” le somigliava troppo a droni per non provare a prendere una r dalla vicina onirici, che a quel punto poteva essere anagrammato in ionici. Richiamava il mare di Zante, ma anche del Salento, luogo natale di Natale.
Anche le operose rime della poesia precedente erano prese da “Alla musa”. E c’era un intero verso di “Non so chi fui”. In Ortisei poi c’era Ortis! Lei aveva fatto la tesi su Foscolo, non poteva essere un caso!
E se fosse stata una delle guardie del centro commerciale? Per loro, sarebbe stato facile spiarla nel luogo in cui trascorreva un terzo delle sue giornate e installare una rete Wi-Fi per infettarle lo smartphone. Studiando i suoi movimenti, avrebbero potuto intuire i suoi sospetti e lasciare indizi per avvalorarli.
All’ora di pranzo, la rabbia superò la paura e decise di tornare al centro commerciale. Ma prima passò da casa della madre a cercare indizi trai file del suo vecchio pc. Non tornava in quella camera da quando ci aveva portato la scatola, che non riusciva a buttare, in cui aveva raccolto i vestiti e i regali che le avevano fatto quando era incinta. Evidentemente il suo destino non era quello di diventare mamma e il senso di inadeguatezza l’aveva tormentata, finché non era stato sostituito dalla paura.
Nella stanza dove aveva vissuto fino a venticinque anni, c’era ancora il vecchio PC che proprio Paolo l’aveva aiutata a sistemare, quando si frequentavano da poco. Si accese a fatica. Ma la ricerca nelle foto non dette frutti. Sorrise quando ritrovò una delle prime lettere che il suo ex marito le aveva dedicato quando era stata male, “All’amica risanata”.
Si chiese se sul sito di quel Natale ci fosse qualche particolare. Quindi, cercò il suo nome su diversi motori di ricerca, ma non trovò risultati. Chiamò Paolo per farsi dire l’indirizzo del sito, ma, tanto per cambiare, non le rispose.
Aveva bisogno di parlargli, perché il coraggio che l’aveva fatta uscire di casa si era già esaurito e l’idea di tornare al centro commerciale da sola le sembrava impossibile. Visto che abitava vicino a casa di sua madre, andò a cercarlo a casa, ma non c’era. Temette che gli potesse essere successo qualcosa, magari proprio per colpa dell’indagine che gli aveva affidato. Non poteva perdere anche lui.
Andò a cercarlo in ufficio: forse i colleghi sapevano su cosa stesse indagando e dove fosse. Le aprì la porta Giorgio, le fece cenno di aspettare la fine della chiamata.
Nella bacheca, i colleghi di Paolo avevano raccolto le stranezze più peculiari in cui si erano imbattuti nelle loro indagini. Si mise a leggere quell’antologia di bigliettini, scontrini e violazioni della privacy altrui, finché un foglio non colpì la sua attenzione: “È poco prezzo, o mio angelo, la morte per chi ha potuto udir che tu l’ami, e sentirsi scorrere in tutta l’anima la voluttà del tuo bacio”.
«Giulia, che piacere!» Giorgio la sorprese a vagare nella lugubre nebbia che l’aveva avvolta.
«Ciao Giorgio, scusa il disturbo! Cercavo Paolo! Non mi risponde al telefono e ho bisogno di vederlo urgentemente!» balbettò, col respiro affannato.
«Paolo? Non lo vedo da mesi! Non lavora più qui! Non te l’ha detto?»
Giulia scosse la testa.
«Scusa, sapevo che siete in buoni rapporti e pensavo te l’avesse detto!»
Giulia guardò il vuoto di fronte a sé: anche l’ultimo sostegno era franato e si sentiva da sola contro il mondo. Il cuore le scoppiava nel petto.
«Ma… ma… mi ha detto che era con un cliente!»
«Immagino abbia trovato un’altra agenzia!»
Quel pensiero la tranquillizzò, ma poi l’occhio ricadde sulla bacheca.
«Ma questa poesia?»
«Ah sì, questa fu una delle ultime indagini di Paolo!»
«Di… di… di Paolo?»
Giulia fu come attraversata da un fulmine. Non era possibile che…
«Uno dei suoi ultimi casi, una duchessa! Un matto la riempiva di poesie! Paolo si finse un rivale e le mandò quella poesia, l’altro si ingelosì e lui riuscì a farlo arrestare!»
Giorgio era pieno di ammirazione per l’ex collega.
«Scusami ti ho fatto perdere troppo tempo!»
«Figurati! Buon fine settimana, dai un bacio a Matteo!»
«A chi?»
«Come chi? Matteo, vostro figlio!»
«Giorgio, io e Paolo non abbiamo mai avuto figli! Forse, oltre al nuovo lavoro, non mi ha detto neanche che ha avuto un figlio!».
«Ma che dici?! Avete fatto il battesimo, due anni fa! Portò pure la bomboniera… – si allungò ad aprire con la chiave un cassetto – Vedi: Come l’apostolo per Gesù, il nostro Matteo scriverà un nuovo libro nella mia vita e in quella di Giulia»
Giulia si era svegliata in piena notte nella vita di un’altra e faticava a processare quei dati contrastanti.
«Scusami, Giorgio! devo andare!»
«Ti senti bene?»
«Sì, sì! Devo andare!»
Giulia scese le scale sentendosi un peso enorme sul petto che non la faceva respirare. Camminò guardinga verso la macchina.
Sentì dei passi alle sue spalle. Inghiottì la saliva.
«Paolo! Sei tu?».
«Che ci fai qua? Mi hai fatto preoccupare!»
«Come sapevi dove ero? Mi hai seguita?» ribatté, era un fascio di nervi.
«So sempre dove ti trovi, se rimani dove posso vederti! Se il GPS ha segnale, certo con lo smartphone era più facile!».
«Sei tu il mio stalker? Perché?»
«Hai abbandonato me e nostro figlio, Giulia! Sei una pessima moglie e un fallimento come madre! Non potevi passarla liscia!» la violenza di quelle parole si abbatté brutalmente sulle insufficienti difese di quella che legalmente era ancora sua moglie.
«Noi non abbiamo figli, Paolo! Sei impazzito?»
Giulia manteneva un tono pacato, camminando lentamente all’indietro.
«È tutta colpa tua! Non potevi rimanere a casa, no! Dovevi andare al lavoro, tutti i giorni! Il dottore ti aveva avvertito!» la rimproverò, alzando il tono, ma non il volume, come se non volesse svegliare qualcuno che dormiva nel passeggino vuoto che solo ora Giulia aveva notato alle sue spalle.
«L’illacrimato frutto, le rime che non trovan parto, il mirto secco… parlavi del figlio che non abbiamo avuto, vero? Pensi che per me sia facile? Non dormo più senza ansiolitici!» cercò di blandirlo, ma era uno scoglio che non poteva arginare quella tempesta di rancore.
«Fermo, Paolo! Non fare sciocchezze!»
«Che ci fai qua, Giorgio? Non è affar tuo! Vattene!»
«Giulia era così sconvolta! C’era qualcosa di strano! Non pensavo che il tuo esaurimento fosse così grave! Difendere i deboli è la nostra missione, ti piaceva il motto, no?»
«E Matteo chi l’ha difeso? È ora che entrambi paghiamo la colpa della nostra incapacità!» disse, estraendo un coltello.
«Paolo! Non è stata colpa di nessuno! Coraggio, mettilo giù!» Giorgio cercò di ricordare il corso di negoziazione, ma la sua preparazione era solo teorica.
«Ti prego, Paolo!» lo supplicò Giulia.
«Non dicevi che era meglio morire? Il menu di oggi prevede Giulia alla julienne!»
La sua risata le fece venire la pelle d’oca.
«Paolo, per favore, lasciala andare! Ti portiamo in ospedale! Si prenderanno cura di te!»
«Sono io che devo prendermi cura di Matteo!»
«Ti farai arrestare, poi chi se ne occuperà?»
«Quando sarà tutto sistemato, posso anche lasciare questo mondo!»
«Così lui resterà senza nessuno! Non ci pensi?»
«È tutta colpa sua!»
«Paolo, ragiona! Capisco che sia una situazione dolorosa, ma devi fare i conti con la realtà! Matteo non è mai nato!»
«Stai zitto! Non sai niente tu!»
«E se fosse nato, non vorrebbe certo vedere suo padre così!»
«Fermi tutti!» gridò una donna con la pistola.
«Ti sei fatto accompagnare da tua sorella, Giorgio?»
Paolo lasciò cadere il coltello, che rimbalzò sul pavimento. L’eco con voce metallica gli disse «è finita!».
«Ispettrice Noemi Ambrosini!»
«Calcia il coltello verso di noi, non fare scherzi!» ordinò un altro agente, uscendo dall’ombra della sua superiore.
«Ispettrice Noemi Ambrosini?» disse Giulia, si sentì stupida per aver sospettato di lei. Un pallido sole illuminava finalmente le ombre nella sua mente annebbiata.
«Eh sì! Arrestatelo!» indicò Paolo ai suoi agenti.
I poliziotti portarono via Paolo, Giorgio si prese cura di Giulia, le offrì dell’acqua. Noemi l’abbracciò. Era tutto finito.
«Come siete arrivati?»
«Mi ero infiltrata in quella gioielleria per indagare su un traffico di gioielli rubati! Quando hai iniziato a fare domande, ho pensato che la mia copertura fosse saltata e allora ti ho fatto tenere d’occhio da un mio agente! Invece ti dobbiamo ringraziare, perché, quando sei venuta a fare quella piazzata, hai allarmato tutti e siamo riusciti a sgominare la banda!»
Quella notte Giulia la passò ancora insonne, per l’adrenalina che ancora le scorreva nelle vene. Ma la mattina dopo gettò la boccetta di lorazepam nel cestino della raccolta differenziata, portò la macchina dal meccanico per farsi smontare il localizzatore GPS e andò a comprarsi un nuovo smartphone.
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