Storia · capitolo 1

Capitolo 1

La notte degli strumenti ribelli di Calcabotta - Sirica Franca

LA NOTTE DEGLI STRUMENTI RIBELLI

Nessuno, ma proprio nessuno, poteva immaginare quello che sarebbe accaduto quella sera, quando, al termine delle prove, si sarebbero chiuse le porte del teatro e finalmente i musicisti, più o meno soddisfatti, ma sicuramente sfatti, sarebbero tornati a casa. Dato che il debutto si avvicinava, si era deciso, di comune accordo, di lasciare gli strumenti a teatro. Si sa che le prove, a ridosso della “prima”, durano dal mattino alla sera e quindi era inutile portare a casa chitarre, tromboni e flauti che da lì a poche ore sarebbero di nuovo tornati in auge.

Non appena uscì l’ultimo musicista, si chiuse il portone dell’ingresso principale e si udì, all’interno della sala, uno strano cigolio e un rumore stridulo di cerniere un po’ usurate, qualcuna ormai addirittura arrugginita. Da una custodia, appoggiata a una sedia di morbido velluto, spuntò un archetto piuttosto arzillo che con una spettacolare capovolta, oplà…si ritrovò a testa in giù, addossato a una gamba della sedia, ma questione di dieci secondi e…puff, si ritrovò a pancia insù come certi insetti che si catapultano da soli e faticano a raddrizzarsi, nonostante infiniti tentativi. Il suo violino, ignaro e pensoso, continuava ad ammirare la volta affrescata del teatro dalla sua comoda culla. Proprio in quel momento un’altra custodia si aprì lentamente come una scatoletta di tonno pronto da gustare, ma, ahimè, al posto della carne rosata del noto sottolio, si offrì in bellavista un mandolino lucido e panciuto. Ma questo era solo l’inizio di quello spettacolo così insolito… Il coperchio di un cubico contenitore, nero e troppo serioso, scattò d’improvviso come un carillon, ma sorpresa…non comparve alcuna ballerina, bensì due piatti lucenti e dorati. In un angolo nascosto della sala sonnecchiava un pigro tamburo, finalmente libero dal tormento di bacchette fin troppo insistenti nel percuotere alla sua porta. Ora erano distese al suo fianco, accavallate l’una sull’altra, come le gambe di un’elegante signora intenta a sorseggiare un tè con le amiche. Intanto, da un astuccio lungo e sottile, spuntava la testa bucata e impaziente di un flauto dolce, curioso di uscire ad esplorare il mondo, abbandonando quella pelle di serpente un po’ stretta…forse era giunto il tempo di cambiarsi d’abito! Al centro della scena, un trombone, piuttosto robusto e tracotante, era vicino a una magnifica tromba: forse stava per sbocciare un nuovo amore? Nel frattempo alcuni triangoli dondolavano al vento, mossi da uno spiffero d’aria che entrava da un vetro scheggiato: al sollevarsi lieve dell’uno o dell’altro, si creavano armoniose composizioni astratte, degne dei quadri di Kandinskij. Adagiate sul pavimento, alcune chitarre ricordavano, con le loro forme sinuose, la bellezza mediterranea e facevano sognare serate di flamenco. Più in là, la scena si animava con le nacchere d’un legno chiaro opaco, adorne di tintinnanti campanellini e nastri colorati.

Piano piano, nel silenzio della notte, tutti gli strumenti fecero capolino e stupiti cominciarono a studiarsi in un modo diverso rispetto a quando, seri e composti, dovevano suonare nell’orchestra.

Si scrutarono a lungo, capendosi senza parlare, o meglio senza suonare. Nelle corde, nei tasti, nelle casse, ovunque in loro, si nascondeva un unico pensiero, un desiderio speciale: sperimentare l’ebbrezza d’uscire ad esplorare il mondo. In fondo, a ben pensarci, non avevano mai momenti di vera libertà: vivevano sempre in una stretta morsa, una sorta di aut aut: o nella custodia o in balia dei musicisti che decidevano anche cosa e come suonare, quindi a loro nulla era concesso!

Si arricciavano le corde, stridevano i tasti, sbuffavano i fiati: basta, occorreva prendere una decisione, anche drastica se necessario. Dunque, avanti tutta con qualsiasi scelta pur di conquistare la libertà mai vissuta. Sì, ma come sfondare il portone del teatro, senza subire ammaccature, graffi o rompersi qualche tasto? Per fortuna l’adrenalina vince ogni paura, così presero coraggio e si avviarono verso l’ingresso principale. Nessun suono, nessun rumore! Era veramente strano: tutti quegli strumenti inconsapevolmente stavano sperimentando la musica del silenzio! D’altro canto nella vita è bello anche mutare, trasformare le proprie abitudini, cambiare i propri percorsi, le strade troppo note per scoprire il nuovo, l’ignoto, il diverso.

E fu così che si prepararono in una lunga fila, che pareva interminabile: viole, violini, chitarre, trombe, tromboni, piatti, flauti, tamburi, triangoli…Davanti capeggiava il pianoforte, che, si poteva intuire, avrebbe dovuto sfondare il portone a suon di testate. Giunti davanti all’ingresso, si trovarono di fronte il portone, vecchio sì, ma resistente, molto resistente. Era costituito da un unico blocco in noce e, al solo sfiorarlo, si aveva l’impressione di essere rimbalzati all’indietro. Il pianoforte si fece coraggio, ritrasse tutti i suoi tasti con un profondo respiro, prese la rincorsa e bonk… cozzò contro il portone!

E crack…Il povero piano perse un pezzo di coda e ruppe qualche dente, pardon qualche tasto, ma il portone rimase chiuso. Nessuno però voleva tornare indietro: troppo forte ormai era la voglia di uscire all’avventura! Gli archi si diedero una grattatina alle corde per pensare a una possibile soluzione. Un archetto si tese in avanti dando un colpo al primo violino per dirgli che aveva capito come poter aprire l’ingresso. Catapultandosi come un acrobata che compie giravolte una dopo l’altra, corse nella sala prove, infilzò uno spartito e tornò saltellante davanti al portone, dove tutti aspettavano trepidanti. Con la sua punta, infilzò una bellissima chiave di violino, che inserì nel buco della serratura. E poiché anche i portoni più tosti non resistono alla bellezza di una chiave così sinuosa, il vecchio ingresso cedette al fascino di quella piccola spirale. Si sentì come sulle montagne russe, trascinato in un vortice piacevolissimo!

Click…Click…Click tre mandate a sinistra e il portone, come nelle più belle magie, si spalancò.

Finalmente liberi, gli strumenti iniziarono il loro viaggio in città.

Camminavano lungo le strade quasi deserte, ormai erano le tre di notte. Certo qualche suonata di clacson li fece sussultare, ma subito tornava quel silenzio che cominciavano ad apprezzare, anche se così distante dalla loro vita di sempre. Una delle prime cose da cui furono attratti fu un negozio di strumenti musicali. Attraverso le vetrine, in una luce pressoché soffusa, vedevano i loro simili sonnacchiosi e tranquilli. Ma che ci facevano lì dentro, in quel luogo che non sembrava affatto un teatro? Non riuscivano a darsi una risposta e non capivano nemmeno cosa fossero quei cartellini sotto ad ognuno di loro con una serie di numeri, senza alcuna sequenza logica. Ai loro occhi era qualcosa di indecifrabile! Dall’interno una zampogna cominciò a comunicare con uno strano codice morse: chissà, forse voleva unirsi al gruppo dei ribelli, forse semplicemente voleva raccontare la sua storia, forse voleva aiutarli a risolvere l’enigma di quei numeri alla rinfusa… Non si sa: la poveretta continuò a lungo a gonfiarsi e sgonfiarsi come un palloncino nelle mani di un bambino che non ha abbastanza fiato, poi a un certo punto desistette e si lasciò scivolare sul ripiano, su cui poggiava, come uno stanco sacco svuotato. Gli strumenti ribelli si sentirono impotenti e anche un po’ dispiaciuti per non aver compreso quella strana sorella e avevano ancora corde e casse incollate alla vetrina, quando vennero attratti da un rumore assordante alle loro spalle: un marchingegno, che aveva l’aspetto di un tritatutto enorme, si accostava sempre più a loro, spaventandoli non poco. Un uomo vestito d’arancione con un berretto calato sugli occhi svettava nella parte antistante di quel mostro meccanico. La curiosità, si sa, è più forte della paura e così, piano piano, gli strumenti si accostarono al mezzo e più si avvicinavano e più il rumore che lo caratterizzava diveniva assordante. Che musica sgradevole per le loro orecchie! E sì, per loro che erano abituati ad ascoltare composizioni di altissimo livello, quella appariva come la peggiore delle melodie stonate. Ma quello che sembrò più stupefatto fu l’autista, che alzò la visiera del cappello e sgranò gli occhi come se innanzi gli fossero apparsi degli alieni della specie più stramba. Poi improvvisamente calò il silenzio, l’uomo spense il motore.

Eppure, ieri sera, giuro che non ho bevuto neanche un goccetto di vino! Ma sono certo di ciò che vedo? No, deve essere qualche fenomeno di quelli che ti descrivono su internet. Fata morgana… no perché li vedo dritti, mmh credo siano miraggi. Dato che è da tempo che desidero andare a teatro per assistere a un concerto, ma l’orario di lavoro non me lo permette, probabilmente mi sembra di vedere un’intera orchestra. Che meraviglia! Quando da bambino, mi chiedevano cosa desiderassi fare da grande, rispondevo che volevo diventare un direttore d’orchestra!

Il netturbino contemplava, stupefatto e incantato, lo spettacolo insolito davanti a sé.

Ci sono proprio tutti, ma proprio tutti, qui davanti a me…quasi quasi provo ad applaudire. Chissà che il sogno non diventi realtà: l’immaginazione, a volte, ha poteri che non ci aspettiamo e soprattutto che nessuno può fermare!

L’uomo scese dal camion e cominciò a battere le mani in modo sempre più vigoroso. Gli strumenti si guardarono: erano abituati a quel suono, che rappresentava apprezzamento per le loro esecuzioni, ma anche la richiesta per esibirsi. Si diedero ancora un’occhiata e cominciarono a fare quello che a loro riusciva meglio: suonare. E, visto l’orario, scelsero “Notturno, opera 9” di Chopin.

Il netturbino era letteralmente incantato. Si sedette sul marciapiede, prese la testa fra le mani per concentrarsi maggiormente e si dedicò all’ascolto di quel pezzo musicale tutto per lui. Improvvisamente si alzò, andò nel cruscotto del camion e levò una bacchetta cinese dal suo vassoio della cena take away. Preso dall’entusiasmo di quella sera, fuori dall’ordinario e da qualsiasi schema che intrappola i desideri, iniziò a dirigere l’orchestra. Certo l’esecuzione non fu perfetta, ma tutti erano felici. A volte la gioia è più importante della perfezione! Gli strumenti si sentivano finalmente liberi di suonare in un teatro inconsueto, in posizioni non proprio consone alla tradizione e l’uomo realizzava il suo doppio sogno: dirigere e ascoltare un concerto di musica classica, tutto dedicato ai “Notturni”. E fu così che le note di Chopin, Debussy, Vivaldi e Mozart si sollevarono verso il cielo che quella notte sembrava un elegante tappeto di velluto blu trapuntato di stelle.

Che nottata, di quelle che non si dimenticano mai! Erano trascorse ormai alcune ore e cominciava ad albeggiare: la luna abbandonava lo scenario del cielo per far posto alle prime luci rosate. Era giunto il tempo in cui bisogna rientrare nelle consuetudini della vita quotidiana, anche se tutti ormai si sentivano cambiati! La fantasia aveva mutato l’animo di tutti, rendendoli finalmente liberi di sognare.

Per gratitudine, per amicizia e anche per il desiderio di stare ancora un po’ con loro, il netturbino caricò gli strumenti nel cassonetto e li riportò a teatro, chiaramente a “tritatutto” spento!

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