Racconto
IL NIDO DEI GABBIANI
Ecco un lembo di terra abitata fornita di ogni servizio, luogo vivace e giovane al centro del quale ci aveva accolti una grande montagna simile ad innumerevoli altre dalle quali si distingueva per i suoi colori vivaci e per delle ampie spaccature trasparenti che a volte riflettevano ciò che era al loro esterno. Era da quando tutto attorno a noi si colorava che la avevamo scelta come nostra dimora. Ci eravamo stabiliti sulla sua sommità, che come un piccolo e liscio altopiano sovrastava un ampio spazio a sua volta suddiviso in altri spazi di diverse forme che indovinavamo, così come gli esseri che li attraversavano dal sorgere della luce all'arrivo del buio, dai loro diversi colori: il rosso, il blu, il verde e mille sfumature che ci permettevano di notare anche i più piccoli particolari. Gli spazi con le loro forme e gli oggetti immobili erano sempre uguali nella loro regolare e monotona perfezione. Gli strani esseri che li percorrevano in lungo e in largo o con movimenti incomprensibili erano invece imperfetti, con i loro occhi che si muovevano in continuazione senza guardare in realtà nulla di preciso, come se restituissero un vuoto che si riversava in altri corrispondenti vuoti. Dalla direzione dei loro sguardi potevamo capire i loro movimenti e approfittarne per rubargli il cibo, spaventarli, allontanarli dal nostro territorio e perfino dominarli confinandoli lontano dai luoghi che attraversavamo volando. Sembravano sottomessi a chissà quali ordini che li rendevano quasi incapaci di essere indipendenti. Ogni loro atto o movimento non aveva nulla di spontaneo, non era mai dettato da un sentimento immediato e sincero. Potevano vivere solo stando in piccoli o grandi gruppi, avviluppati in una rete di relazioni tra impari, tra inferiori e superiori e emarginati. Questo dipendeva dalla quantità e tipologia delle loro imperfezioni: il tono della voce, il colore della pelle e degli occhi, la statura, la forma del corpo, il carattere. Imperfezioni. Era impossibile trovare in qualcuna di queste caratteristiche la perfezione, la bellezza, la purezza della natura creatrice. Noi li distinguevamo per l'avere più o meno imperfezioni.
Dal momento in cui la luce aveva la stessa durata della notte, fino a quando era più lunga del buio, noi coppia di gabbiani reali dominavamo su questo mondo che era il nostro regno. Il luogo migliore dove costruire il nido per covare le uova fino alla schiusa e far crescere i nostri pulcini.
Da tempo avevamo abbandonato le rocce a picco sul mare dove erano soliti vivere i nostri antenati. Dai loro anfratti, dalle invisibile fessure di giorno e di notte balzavano fuori mille minacce per noi e i nostri nidi: nemici partoriti dal cielo che velocissimi con le loro ali lunghe e appuntite dalle sfumature grigie e bluastre precipitavano inaspettati su di noi; esseri dal folto pelo marrone e una vanitosa fascia bianca sulla gola che strisciavano furbi fino a sorprenderci; musi bianchi contornati da strisce nere e robusti artigli che afferravano nel sonno i pulli inconsapevoli. Difenderli era faticoso e per nutrirli dovevamo contendere il cibo con altri come noi o con creature inferiori che passavano la loro vita ad approfittare delle nostre debolezze o sazietà.
La maggiore disponibilità di cibo che arraffavamo senza doverlo contendere ad altri e la dolcezza dei luoghi ci avevano spinto ad abbandonare il nostro abituale habitat e a emigrare verso una terra rivestita di strisce nerastre da cui si innalzavano comodi rifugi. Alla loro base si muovevano in continuazione rumorosi oggetti rotolanti che emanavano fulminei bagliori e fumo quasi invisibile dall'odore acre e disgustoso, insieme a una moltitudine di esseri imperfetti che spesso portavano con sé del cibo inerme, già pronto, che non doveva essere conquistato. Questo cibo era abbondante ed era dovunque. Esso non doveva avere un grande valore per gli esseri imperfetti che se ne nutrivano solo in parte, abbandonandolo in piccoli e grandi mucchi sui quali era comodo planare dall'alto.
Così, giunto il tempo dell'amore e della riproduzione dei nostri simili, io e la mia compagna eravamo emigrati in questo meraviglioso luogo e vi avevamo costruito il nido, che eravamo pronti a difendere da tutto. Nessuno doveva avvicinarsi alle nostre uova. Per impedirlo attaccavamo tutti e in particolare gli esseri imperfetti infastiditi dalla nostra presenza. Essi erano soliti attraversare la lingua nerastra sottostante il nido per entrare all'interno di una grotta buia dove trascorrevano ammassati, stretti l'uno all'altro, gran parte del tempo. Dalla grotta fuoriuscivano continui rumori, spiacevoli effluvi, a volte l'eco di violente contese. Negli spazi circostanti, di tanto in tanto sostavano alcuni individui che emettevano suoni sgradevoli mentre masticavano del fumo puzzolente. Ad intervalli regolari gli esseri imperfetti, grandi e piccoli, sciamavano all'esterno minacciando la nostra sicurezza. Eppure, i padroni del luogo eravamo noi e dovevamo tenere alla larga gli invasori. Avevano tentato di scacciarci. Una volta un essere grande e grosso dall'aspetto di un sasso lucido era salito fino al nostro ricovero cercando di rimuoverlo con un lungo bastone. Altri esseri dai movimenti incerti, in bilico su una scala, emettevano suoni perentori ai quali il sasso lucido obbediva. Altri ancora osservavano da lontano. A me e alla mia compagna era bastato alzarci in volo urlando e compiendo voli ravvicinati su di loro per mandarli via. Se non le picchiate, i nostri occhi rossi colmi di violenza li avevano spinti a battere in ritirata. Ogni giorno dovevamo difendere lo spazio sottostante il nido percorso dagli esseri imperfetti più grandi, i quali sembravano avere una maggiore importanza rispetto a tutti gli altri che entravano in altre grotte percorrendo una lingua di terra più distante e radunandosi in spazi situati in una posizione opposta. Non appena arrivavano, ad una certa distanza dal sorgere del sole, ci alzavamo in volo urlando e scendendo in picchiata su di loro, passavamo radenti ai loro corpi e quasi beccavamo la parte superiore della loro figura. A volte li colpivamo con tutto quello che avevamo nello stomaco, diventato ormai una poltiglia viscida e biancastra. Erano molto più grandi e forti di noi, eppure erano terrorizzati. Urlavano pieni di spavento, agitando le loro estremità, piegandosi in due, scivolando a terra, chiedendo aiuto. Qualcuno più temerario cercava di colpirci con armi che non avevano alcun effetto su di noi. I più fuggivano, mostrando una debolezza che ci stupiva. Sembrava che non avessero mai visto esseri come noi e dovevano percepirci come imbattibili mostri. Gli esseri più piccoli, soprattutto quelli dotati di sottilissime code disposte l'una vicina all'altra, appena ci notavano alti in volo su di loro iniziavano a correre. Urlavano impauriti, si sbracciavano spintonandosi. Poi, la paura si trasformava in una sorta di gioia che li faceva diventare rossi mentre respiravano veloci emettendo brevi sbuffi di aria.
Noi tornavamo ad appollaiarci sulla sommità della nostra montagna colorata, fino a quando non notavamo qualche incauto essere che dimentico della nostra presenza si avvicinava mangiando quel cibo già pronto così facile da ottenere e così abbondante. Nessuno era disposto a lottare per continuare ad averlo. Bastava scendere in picchiata emettendo qualche stridio e l'incauto essere grande o piccolo che fosse lasciava subito cadere la materia succulenta, morbida e immobile che aveva con sé. Quasi ogni mattina planavamo su un grande essere imperfetto che pareva avere a prima vista un nido simile al nostro, ma di colore nerastro, sulla sua estremità superiore. Avanzava distratto ed incauto, ignaro di ogni pericolo mentre si nutriva con attenzione e voracità. Quello per noi era il momento giusto per picchiare sul cibo unto di liquido rosso e caldo e rubarlo mentre lui impaurito si rifugiava correndo nella grotta. Gli esseri imperfetti più piccoli che passavano a una distanza di sicurezza assistevano alla scena deformando le loro facce con salti e piccole grida. Allora diventavamo l'oggetto dell'attenzione di tutti e impettiti tornavamo al nido distribuendo il cibo ai nostri pulcini.
Un giorno due abitanti del piano terra, l'estremità superiore protetta da una specie di contenitore rovesciato dai colori molto belli e le estremità laterali che stringevano robusti rami tondeggianti, cercarono di terrorizzarci, di mandarci via, di impedire le nostre picchiate sugli esseri imperfetti più piccoli sui quali scendevamo in picchiata per rubargli il cibo. Forse essi erano per loro quello che erano per noi i piccoli nel nido. Tuttavia, il posto era nostro. Noi eravamo superiori volando in alto a grande e maestosa velocità. Gli esseri imperfetti ci avevano sempre osservati, catturando la nostra immagine con ammirazione, immaginando che noi fossimo in possesso di chissà quali armi o capacità. Ammirazione e paura allo stesso tempo e forse anche ribrezzo, perché non si nutrivano di noi. Potevamo vivere tranquilli tra di loro prendendo tutto quello di cui avevamo bisogno. Alcuni esseri imperfetti ci difendevano, senza sapere che questo ci rendeva ancora più prepotenti, temerari, egoisti, con i nostri occhi rossi che controllavano ogni loro movimento, pronti ad approfittarci dei loro ricoveri, del loro cibo, della loro pace.
Ovunque, gli esseri imperfetti si circondavano di altri piccoli e indifesi esserini che vivevano con loro. Li accarezzavano, nutrivano o li stringevano a sé in un contatto strano che non avevamo mai visto accadere. Anche nel nostro posto c'era uno di questi esserini, grigio, molto peloso e tranquillo, la coda che si muoveva attorcigliandosi o distendendosi, soprattutto quando si strofinava emettendo piccoli e lamentosi suoni. Non incuteva alcun timore né poteva essere un pericolo. Vagava da un punto all'altro, compiendo piccoli balzi o rotolandosi su se stesso. Tutti i piccoli e grandi esseri imperfetti passando lo accarezzavano, trascorrendo diversi cambi di luce con lui. Era sempre solo. Non aveva mai vicino altri suoi simili. Questo lo rendeva una vittima perfetta. Vittima della nostra fame, della nostra aggressività, della nostra gelosia. In un altro luogo che avevamo frequentato, dove da grandi contenitori che galleggiavano sull'acqua gli esseri imperfetti ci lanciavano il cibo divertendosi a guardare i nostri voli per afferrarlo, ce n'erano molti. Anche loro erano in attesa del cibo lanciato dagli esseri galleggianti. Per noi rubargli il cibo era molto più difficile. Si difendevano dai nostri attacchi. Erano abituati a lottare per sopravvivere come testimoniavano i lunghi solchi che avevano sul corpo o vicino agli occhi. Non riuscivamo ad ucciderli e a mangiarli. Qualche volta riuscivamo a rubargli il cibo.
L'esserino grigio invece era debole, remissivo, abituato a un sentimento che noi solo apparentemente provavamo l'uno per l'altro, perché esso serviva solo per riprodurci ed era più simile all'odio. Si nutriva del bisogno e della cattiveria.
Quando un giorno, mentre la luce si estingueva al termine del cielo, lo vedemmo proprio sotto la nostra postazione sopraelevata, calammo entrambi su di lui, disorientandolo mentre lo beccavamo con forza sulla testa, cavandogli gli occhi, perforando tutto il suo corpo. Io che ero più grosso e forte lo afferrai portandolo dai nostri figli affamati. Quando si hanno dei figli affamati tutto si può fare, ogni cosa è giusta e naturale. La natura indica la via. Gli esseri imperfetti, che vivevano sospesi tra la via della natura e molte altre vie che non portavano da nessuna parte se non al punto di partenza originario, cercarono per molti soli l'esserino grigio senza sospettare quale era la verità inerente la sua scomparsa.
Tornammo a sorvegliare e difendere la sicurezza del nostro nido, in alto, scrutando con gli occhi rossi che incutevano paura svelando il nostro essere, fino a quando più nessuno attraversò la lingua nerastra presso la nostra postazione. Più nessuno. Gli esseri imperfetti erano stati sconfitti dalla loro falsa natura, dalle comodità in cui vivevano, dalle regole contro se stessi, dalla loro molle ubbidienza, dall'abbondanza di cibo, dall'inconsapevolezza. Erano lontani dalla vera vita.
I nostri pulcini crebbero indisturbati. Anche loro si sarebbero riprodotti e avrebbero imperversato incontrastati tra gli esseri imperfetti, sorvegliandoli dall'alto dei loro rifugi, impettiti, gli occhi rossi che controllavano i loro movimenti, pronti a rubargli il cibo. Si, erano pronti. In un giorno come un altro tutti insieme lasciammo l'altopiano, volando attratti dall'immenso spazio d'acqua dall'aspetto multiforme e mentre il nostro volo ci portava in diverse direzioni, i grandi e piccoli essere imperfetti tornarono a camminare sulla nera lingua di terra.
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