Capitolo 1
Ultimo concerto
Non era passato nemmeno un anno. Il primo a muoversi, senza rendersene conto, era stato Max: lo aveva invitato nel vecchio studio di registrazione con la richiesta di un parere su di un nuovo brano, un treno di note che gli frullava per la testa. Gli succedeva ogni mattina, immancabilmente dal momento del risveglio, anzi cominciava a sentirne la successione ritmica ancora mentre dormiva. E si svegliava sorpreso di non avere il plettro fra le dita e la chitarra elettrica avvinghiata al petto. Lui, Kenneth l’aveva ascoltato imbastire sullo strumento quelle note frenetiche e aveva riconosciuto il marchio di fabbrica della band, il loro inconfondibile sound. Da quel momento nemmeno lui aveva saputo resistere. Così Kenneth si era ritrovato, non erano passati che pochi mesi dal loro ritiro ufficiale, a evocare e poi a estrarre da una zolla non ancora assopita del cervello parole e versi di accompagnamento. Poi si era aggiunto anche Richard a chiamarlo e stuzzicarlo con i suoi interminabili, furiosi assoli di batteria, che gli rimbombavano attraverso la cornetta del telefono. Eppure la decisione presa mesi prima sembrava quella naturale e definitiva, quella giusta. Per quarant’anni avevano girato il mondo con i loro strumenti, con le loro canzoni. Avevano composto brani su brani, venduto milioni di dischi, erano saltati da un palcoscenico all’altro, avevano riempito piazze e palazzetti, avevano assaporato il frastuono nei prati solcati dalle scie luminose dei fari, dai flash delle fotocamere e poi punteggiati dagli schermi accesi dei cellulari, come miriadi di lucciole nel nereggiare delle folle. Avevano sfasciato chitarre, lanciato bacchette, assordato orecchie e gonfiato i cuori di moltitudini con le loro canzoni. Era sembrato logico, naturale, doveroso per tutti loro, fermarsi, smettere. I conti in banca erano floridi, i riconoscimenti innumerevoli, fra cui facevano bella mostra ben due Grammy Awards, e il peso degli anni pareva non più sopportabile. Così, quasi senza discutere, come fosse una delle tante idee che sbocciavano nello stesso istante nelle loro teste, avevano detto basta, avevano chiuso quel loro circo esaltante e forsennato. Troppo semplice: non avevano messo in conto che la musica ormai si era impadronita di loro, era parte di loro. Non erano riusciti a reggere i silenzi degli ambienti, il ridimensionamento delle attività. La musica reclamava lo spazio perduto e la nostalgia delle sale di registrazione, dei concerti e della zingaresca vita precedente diventava sempre più prepotente. Così Max si era ritrovato a pizzicare e strusciare sulle corde della chitarra nuove note, Richard aveva ripreso a percuotere con l’antica furia piatti e tamburi e lui, Kenneth, aveva riscoperto il piacere di riannodare alle sequenze musicali nuove strofe. All’inizio aveva provato stupore: era sorpreso di come, nonostante avesse alle spalle centinaia di brani scritti, ancora sorgessero da lui immagini nuove e potenti. Era la loro musica, quei suoni, lo scandire di quel ritmo ora prepotente ora lieve ad aprirgli l’animo e suggerirgli quello che credeva di non possedere più. Scaturivano dalla sua mente parole d’amore, ora un amore passionale e violento fino alla brutalità nel fluire dei suoni indiavolati, e poi le parole d’amore, impregnate di malinconia e di rimpianto, si tingevano di blu cedendo alla nostalgia, nel susseguirsi delle lente dolenti note. A questo punto sapeva come sarebbe andata a finire, come lo sapevano Max e Richard e pure Liam, il bassista, coinvolto in tutto quel concertare e tramare. Tra i brani appena composti e qualcuno recuperato da vecchie registrazioni c’era materiale sufficiente per un nuovo album e di conseguenza per un nuovo tour di lancio. La musica li rimetteva in gioco. Così tra le perplessità del manager, lo sconcerto degli organizzatori di eventi e la gioia sfrenata dei fans erano tornati a scagliare il metallo delle loro note con la vecchia rinnovata energia sui palchi di tutte le latitudini.
Non era una novità, anzi succedeva tanto spesso da costituire un corollario delle loro performance. Prima o più di frequente dopo le esibizioni, venivano assediati da ragazze e da donne mature, a volte più che mature, avvinte e infiammate dalla potenza dei messaggi d’amore frammisti nei loro ritmi indiavolati. Kenneth, il vocalist, il latore di quelle espressioni amorose era l’oggetto preferito delle brame femminili, per il modo di porsi assieme sfrontato e accattivante e per la consumata abilità comunicativa. Pure colpiva i loro cuori la sua voce stridula, metallica che si mescolava e si fondeva nelle vibrazioni dei suoni delle corde e nelle battute frenetiche della batteria come un ulteriore potente strumento. Kenneth cantava la passione, il genere di amore che molte donne sognavano: lui ne era l’interprete e a lui giungevano invocazioni e a volte esplicite richieste. Questa volta, in quella cittadina di periferia, scelta per valutare il grado di popolarità della band dopo il loro clamoroso ritorno, quel copione si era discostato dal solito andamento. Charlotte, così si chiamava l’intraprendente fan, si era servita della mail, carpita chissà come, per presentarsi e formulare la sua proposta. Kenneth aveva già sperimentato come alcune donne, accese da una sorta di smania anelante il rapporto fisico con il loro idolo, potessero arrivare dovunque e servirsi dei mezzi più disparati. Nella mail lei si dichiarava sua innamorata fin dall’adolescenza. In quell’epoca era solita stendersi sul letto e addormentarsi con le cuffie alle orecchie, lasciandosi cullare dalla voce di lui e dalle parole d’amore che le fluivano lungo tutte le membra. Poi, più avanti, l’ascolto di quei brani l’aveva accompagnata nelle storie spesso tormentate delle sue relazioni sentimentali, come rifugio e fonte di speranza. Da qualche tempo, dopo la fine dolorosa dell’ultima importante storia, aveva ripreso quella consuetudine e ora il suo desiderio era di poterlo vedere e di passare qualche dolce momento assieme a lui. In un soprassalto di romantica nostalgia si sentiva di nuovo l’adolescente innamorata del suo idolo. Dipendeva tutto da lui: se gli avesse fatto piacere e fosse stuzzicato dalla curiosità avrebbero potuto incontrarsi. L’avrebbe vista nella hall dell’hotel dove alloggiava, era informata anche di questo, seduta su di una poltrona, apparentemente intenta nella lettura di una nota rivista femminile. Mora, con il viso nascosto da un paio di grandi occhiali scuri, l’aspettava, ansiosa di vederlo. Se si fosse avvicinato, si sarebbe tolta gli occhiali. Era presente un allegato: una sottile striscia fotografica ritraeva due vivacissimi enormi occhi scuri separati dalla radice del naso. A questo punto Kenneth era curioso. Nel pomeriggio avevano provato nel palazzetto vuoto i primi brani della scaletta del concerto e, prima di tornare in camera con Richard, con una scusa si era fermato nella hall. Fu subito certo di averla individuata. Come aveva scritto, la scorse in fondo alla sala semivuota su di una poltrona addossata alla parete: mora di capelli con grandi occhiali scuri che celavano lo sguardo, mentre la parte inferiore del viso era nascosta dalle pagine della rivista, tenuta a mo’ di velo. Ma le gambe accavallate erano in bella mostra, lunghe e snelle, color dell’ambra. Si diresse verso di lei e fermandosi le si rivolse:
«Charlotte, se non sbaglio?»
«Non sbaglia, segno che ha letto la mail. Gliene sono grata.»
«Kenneth, piacere di incontrarla.»
«Non immagina quanto sia il mio, di piacere.» – e mentre parlava si tolse gli occhiali.
Kenneth rimase abbagliato da quei grandi occhi scurissimi. Ebbe per un istante la percezione di affondarvi dentro, come se fosse risucchiato nel loro buio vortice. Erano occhi che sorridevano in linea con il morbido arco delle labbra, dischiuso nel rivelare il rosa acceso della bocca, contornata da una bella chiostra di denti. Si riscosse e a fatica tornò a controllarsi:
«Mi dispiace e molto interrompere una conversazione interessante, ma molti occhi ci osservano per cui dobbiamo stringere. – stava per dire ” venire al sodo”, espressione che ebbe l’accortezza di sostituire – Se sei d’accordo possiamo vederci nella mia camera, al termine del concerto.»
La donna allargò il sorriso, mentre gli occhi parvero brillare. Kenneth vi lesse sorpresa, contentezza e compiacimento, il tutto avvolto in una cornice di divertita ironia:
«Certo, comprendo. Sono una donna adulta, forse anche troppo. Adulta ma ancora romantica»
«Dammi la rivista e la penna. Ti farò l’autografo, per accontentare e tranquillizzare il pubblico presente. Accanto scrivo il piano e il numero della stanza. Non preoccuparti per il personale alla reception. Li avvertirò e non ti faranno domande.»
Tracciò in modo rapido alcuni segni sul foglio interno e senza più guardarla, si allontanò velocemente.
Poteva imputare tutto alla stanchezza o allo scarso allenamento dopo il lungo periodo di stop, ma dentro di sé sapeva che erano tutte scuse. Era già accaduto nei due concerti precedenti, ma quella sera il problema si era presentato in forma più grave. Se era onesto, doveva riconoscerlo: non ce la faceva. La sua voce non reggeva. Quando l’intensità e l’asprezza del suono della band raggiungevano i livelli più alti, quando le dita di Max e Liam scorrevano con maggiore violenza lungo le corde degli strumenti, quando Richard tempestava all’impazzata con le sue bacchette i dischi e la superficie di pelle dei tamburi, la sua voce era assimilabile a un sussurro, scompariva. Si era accorto di non possedere l’estensione vocale di un tempo. Prima del temporaneo ritiro, i toni e il particolare stridore metallico della sua voce accompagnavano e si fondevano nei suoni di chitarre e batteria come un vivace e squillante complemento musicale. Ora non più: i suoi acuti, un tempo veementi ed esplosivi erano sopraffatti dai suoni della band. Aveva sperato si trattasse di un fenomeno passeggero, si era sottoposto a cure, ma non era servito, anzi il disturbo era divenuto sempre più evidente. Per la verità i compagni si erano mostrati comprensivi, quasi noncuranti: nessuno aveva fatto cenno alla sua debolezza vocale. Non a caso Richard aveva prolungato all’estremo, proprio quella sera, il suo assolo di batteria fino a grondare di sudore, mentre Max e Liam avevano esteso con i loro strumenti, oltre ogni limite, la durata degli accordi di accompagnamento. Il loro intento era stato chiaro: volevano allungare i tempi per dargli modo di rifiatare e recuperare. E i fans da parte loro, come in passato, gli avevano tributato caldi applausi e grida di ovazione. Ma Kenneth non si faceva illusioni: intuiva che tutto ciò non era che un riconoscimento, un omaggio alla sua figura di un tempo, a quello che era stato. Non era quello che voleva, non voleva essere considerato e applaudito come un monumento. Voleva continuare a essere una rockstar in tutto e per tutto e, se non riusciva più a esserlo, allora era meglio, molto meglio smettere e chiudere per sempre. Quello di stasera sarebbe stato il suo ultimo concerto e al diavolo la tournée e gli impegni presi. Ne avrebbe parlato domani stesso con gli altri e, anche se a malincuore, avrebbero capito. Altrimenti che si trovassero pure un altro cantante. Si passò le mani sui capelli fino a farle scivolare sul collo, in un inconscio gesto per indurre il rilassamento, per allontanare quei pensieri sgradevoli. Poi a risollevarlo c’era dell’altro. Quella serata, che pure era stata un successo, di musica e di pubblico, preludeva a un incontro. Tornò a pensare a quella donna; lo aveva fatto più volte durante gli ultimi preparativi dello spettacolo. Spesso capitava di stare con una donna nella notte dopo i concerti ed era avvezzo a considerare quegli incontri come un coronamento, il premio della serata. Richard, con cui condivideva la suite in hotel, era sparito abbracciato a due avvenenti biondine, lanciandogli un eloquente ammiccamento. Il messaggio era chiaro: non si sarebbe ripresentato prima della tarda, anzi tardissima mattinata. Però ora sentiva che questa vecchia consuetudine non gli apparteneva più. Con quella donna, con Charlotte, sarebbe stato tutto diverso, non come nelle altre occasioni. Non si sarebbe trattato della solita notte di sesso e di eccessi, accompagnata dall’alcool e da altro. Ne era stufo. Stufo dell’acido amaro che gli saliva dallo stomaco la mattina dopo, dalle tante fitte da cui si sentiva trafiggere e dalle tenaglie che gli stritolavano il cranio. E dall’assenza di memoria di ciò che era accaduto: nulla ricordava, non volti, nomi, parole. Nemmeno i corpi. Tutto svaniva senza lasciare traccia, come i sogni sepolti nel fondo della notte, come se nulla fosse accaduto. Quella donna, Charlotte, lo intrigava, era diversa e lui stesso si sentiva diverso. Certo, sebbene fosse chiaro che in lei si era spenta da tempo la rigogliosa fioritura della giovinezza, nel viso e nella figura era molto attraente. Più di tutto lo aveva colpito quello sguardo profondo, un abisso sconfinato, che si immaginava celasse sentimenti inconfessati. Tesori da svelare. Sarebbe stata oltre che un’esplorazione dei corpi, uno sprofondare nelle loro intimità, un reciproco carezzare l’animo. Ne aveva bisogno, specie in un momento come quello che stava attraversando. Poi al dopo non era avezzo, il suo mondo era il presente. Ma a tratti gli succedeva di essere distolto dalle aspettative di quell’incontro da un malessere, una specie di disturbo del tutto nuovo. In verità qualcosa aveva avvertito già durante il concerto: alcune improvvise sudorazioni accompagnate o seguite da una lieve mancanza di fiato. Non vi aveva dato un grande peso, dal momento che tutto ciò poteva essere imputato all’intenso sforzo fisico richiesto dalle loro performance, ora meno sopportabili data la non più verde età. In più aveva fatto un gran caldo e l’aria, per l’afa, gli era sembrata irrespirabile. Però ora, nell’ambiente confortevole della suite dell’hotel non c’era motivo che difficoltà di respiro e sudorazioni si ripetessero. La verità era che era diventato vecchio e quelle manifestazioni di malessere erano un ennesimo monito a smettere. Decisamente quell’attività non faceva più per lui. Avvertiva anche a intermittenza un peso, come se qualcosa fosse rimasto sullo stomaco, e temeva di dover vomitare. Dopo il concerto avevano esagerato mangiando troppa carne arrostita e innaffiata da una dose eccessiva di un vino robusto e traditore. In concomitanza a quelle sudorazioni improvvise era colto da un’ansia acuta, molto prossima a sfociare in angoscia. Pensò di chiamare la hall per avere la visita di un medico. Con il controllo di un sanitario si sarebbe rassicurato e, se fosse stato necessario, l’iniezione di un buon farmaco gli avrebbe restituito benessere. Ma che figura avrebbe fatto, se la donna, Charlotte, entrando lo avesse visto mentre veniva visitato da un medico. No, non poteva. Lei che cosa avrebbe pensato? Che era un rottame, irrimediabilmente vecchio, e le sue fantasticherie si sarebbero dissolte assieme allo spegnersi dei suoi vagheggiamenti. No, non poteva mandare a monte l’incontro. Doveva mettersi tranquillo, si era agitato troppo, ancora un poco e tutto sarebbe passato. Ma non era così, anzi il peso allo stomaco tendeva a farsi opprimente e gli mancava sempre più l’aria. Inutile, stava troppo male. Era proprio necessario chiamare per farsi vedere da un medico, e durante la telefonata avrebbe avvertito la reception di invitare Charlotte ad aspettarlo nella hall. Una volta ristabilitosi, sarebbe sceso di persona per accoglierla e accompagnarla in stanza. Adesso però sentiva il bisogno di stendersi per il sopraggiungere di una nuova colata di sudore freddo e per una stanchezza che gli tagliava le gambe e gli offuscava la vista. Fece appena in tempo a coricarsi prima che un torpore totale lo assalisse assieme allo svanire della coscienza…
Con il cuore che le scoppiava nel petto, Charlotte giunse davanti alla porta del 408, la suite di Kenneth. Tirò due o tre respiri profondi nel tentativo di calmarsi e poi bussò. Due leggeri colpetti con le nocche. Non successe nulla, né udì movimenti all’interno. Lui poteva essere in bagno, doveva avere pazienza. Aspettò qualche attimo prima di riprovare. Ancora nulla. Decise di attendere un minuto con l’occhio fisso sulla lancetta dell’orologio, cercando di frenare i pensieri spiacevoli che le stavano salendo. Bussò leggermente, poi via via con maggiore frequenza e forza, quasi con accanimento, senza avvertire segni che indicassero una qualsiasi presenza. Si rese conto che i suoi sforzi erano inutili e che, continuando il suo battere, qualcuno dalle stanze sarebbe uscito per protestare o avrebbe avvertito la reception per quella molestia. Smise, restando come impietrita davanti alla porta. Pensò che, se fossero insorti imprevisti, lui avrebbe potuto comunicarglieli attraverso la posta elettronica. Aveva controllato prima di partire, ma non c’erano mail. La sorpresa per quell’imprevista situazione si veniva rapidamente mutando in rabbia. Avrebbe voluto prendere a calci quella maledetta porta che non si apriva. Era stata presa in giro: a Kenneth, il suo idolo, non importava nulla di lei ed era da qualche parte a spassarsela. Stizzita, ruppe la mezza pagina della rivista con l’autografo e il numero della stanza in tanti pezzetti, lasciandoli cadere davanti alla porta. Rapidamente si allontanò. Pensava ”Quarant’anni li ho compiuti. È ora che cresca.”
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