Capitolo 1
Corsa
Chi è arrivato si ferma.
Chi insegue l’irraggiungibile
correrà per sempre.
Mi guardai alle spalle per vedere se li avevo seminati.
Correvo affannosamente scoordinato lungo la salita della collina, tra l’afa ed i moscerini che si appiccicavano sulle braccia e la faccia umide; la polvere si attaccava al palato spalancato dalla fatica e lo zaino pieno d’oro, oltre a segarmi le spalle, stava iniziando a cedere sul fondo.
Continuavo a voltarmi senza smettere di correre: una parte di me aveva paura di essere raggiunto, l’altra era certa che non ce l’avrebbero mai fatta a superare il burrone dopo aver fatto saltare in aria il pontile con la dinamite.
Il sole mi fissava dall’alto come un Dio che vuole cancellarti con il suo sguardo di fuoco mentre gli resistevo con tutto il sudore che potevo.
E correvo.
Niente poteva fermarmi.
Ero la corsa non un uomo che correva.
Questo mi insegnò mio padre: “Nella vita non devi cercare di fare qualcosa, devi essere quella cosa! Ricordatelo sempre Charles.”.
Me lo disse premendo un’anta di frassino con una pialla a mano cercando di trasmettermi il mestiere del falegname, un’azione alla volta.
Avevo undici anni e mamma se ne era appena andata per sempre.
Riempirmi di proverbi e consigli era stato il suo modo di colmare l’assenza di mia madre e la sua insicurezza nel crescere un figlio completamente da solo.
Ed io continuavo la mia corsa, quella contro la vita che si consuma giorno dopo giorno un pezzettino alla volta.
Ogni singolo istante corrode la mia energia.
Morendo un infinitesimo alla volta sono ripagato dall’esperienza di vita del tempo trascorso.
Il tempo è la moneta di scambio tra la vita e la morte.
Pensai fosse meglio questa definizione, per definire il tempo, denaro.
Ogni secondo la vita cresce e si evolve mentre l’energia del corpo diminuisce.
Due movimenti opposti che si mantengono in equilibrio.
“Nulla si crea e nulla si distrugge, lo dice la fisica.” Mi ripeté mio padre spennellando dolcemente il coppale lentamente, per non creare grumi o bolle d’aria.
“Vedi.” Continuò indicandomi con il dito pieno di piccoli tagli l’anta poggiata sul banco “Essere ciò che sei ti aiuterà a trasformare con la tua energia ogni cosa in qualcos’altro. Proprio come sto facendo io con quest’anta. Guardala adesso. Dopo averci messo tutto me stesso è cambiata, perché la mia energia ha cambiato la sua. E’ uno scambio, non si crea nulla.”
La natura nella sua limitatezza e nell’essenza del suo spirito: crescere equivale a morire.
L’energia cambia, si trasforma.
Un frammento di crescita è un brandello di morte. Un’istante in avanti dona maggiore conoscenza e progressione nel trapasso.
La vita vissuta è un viaggio a senso unico verso il suo opposto.
Per questo ho scelto di essere corsa.
Se proprio nella vita devo essere ciò che faccio, preferisco essere corsa.
L’azione che più amplifica l’emozione di un viaggio dissolvente.
La velocità è il modo perfetto per surfare l’onda del tempo.
Nessuno è mai riuscito a spiegarmi con precisione cosa fosse il tempo e come sfruttarlo.
Osservando la maggior parte delle persone, credo perché nessuno lo fa veramente; forse proprio per mancanza di tempo per comprenderlo.
Neanche mio padre ci riuscì che, come mia madre, ne ebbe ben poco.
O comunque, non molto più di lei.
Io interpretai il tempo come la possibilità d’immergersi nell’esperienza: scegliere una tra le infinite possibilità disponibili per percorrerla a tutta velocità.
Eppure, troppo spesso vedo che non si riesce a percepire cosa scegliere davvero, che equivale a non trovarne il vero scopo del tempo.
Allora ci rifugiamo nella cura di impegnarlo a capire come fare i soldi ed impiegarlo quasi completamente nel cercare di guadagnare denaro e spenderlo.
Cioè la definizione sociale di “il tempo è denaro”: perché lo si impegna per quello.
E questo ci regala più o meno soddisfazioni materiali. Eppure, seguendo la logica di mio padre, fare i soldi ha senso se volevo essere i soldi.
Fare denaro, per essere denaro.
Far diventare il mio essere, tante belle banconote.
La vita come una cassaforte piena di soldi.
Essere denaro per essere realizzato e viceversa.
Non era la mia scelta.
Guardandomi intorno vedevo che nessuno si sentiva realizzato col denaro e non per insufficienza di accumulo.
E’ pur vero che non possiamo esimerci dal rincorrere il denaro per vivere, ma possiamo scegliere una scorciatoia: per questo ho rubato tutto l’oro e i diamanti che la famiglia Rodriguez gelosamente custodiva da oltre cinquecento anni.
Un montepremi da dieci milioni di euro, secondo il mio ricettatore svizzero Braumann che mi aspettava a Zurigo.
La giusta liquidazione dopo tre anni di servitù trascorsi a sorridere imbarazzato alle loro sistematiche battute sui miei chili di troppo e il mio silenzio assordante; non riuscivo più a sopportare la protervia con la quale sfoggiavano la loro preminenza.
In questa vita non volevo certo essere uno che rincorreva il denaro, piuttosto uno che corre grazie a lui.
La strada sterrata scollinò per un lungo sentiero in discesa che iniziava a propormi la vallata verde interrotta dalla scogliera a picco sul mare.
E correvo.
Una palla di grasso che scende spinta dai piedi, verso quelle scintille di luce semovente.
Le ginocchia sfioravano le spighe di grano che mi inghiottivano lungo il sentiero e mi salutavano col loro oscillar.
Pensai fosse il modo con cui l’isola mi diceva addio.
I profumi della terra secca e calda coprivano il rumore delle mie scarpe di pelle marrone dalle suole consumate e dalle tomaie logore.
Ormai anche loro stavano per terminare la loro corsa: appena salito sull’aereo per tornare verso il Portogallo, avrei potuto comprarne un paio nuovo, camicia e pantaloni della mia taglia e un bel cappello per poter nascondere le mie parziali calvizie dalle sfumature rossastre che in quei paesi latini mi rendeva più riconoscibile del mio accento irlandese.
Salii sul Cessna continuando a guardarmi le spalle, ma non c’era nessuno.
Potevo lasciare l’isola di São Miguel e la mia vecchia vita di trentenne squattrinato, per cominciarne una a fuggire per sempre: esattamente ciò che avevo scelto. Avevo raggiunto finalmente quanto mi occorreva.
L’immagine del mio essere denaro dissolveva alla stessa velocità che rimpiccioliva l’isola nello specchietto retrovisore.
Una metamorfosi.
Da quel pomeriggio del 20 Luglio 2011, io ero corsa.
Kantha Deva
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