Capitolo 1
IN FAMIGLIA
Ci imbattevamo sovente in delle abitazioni semplici ed umili dalle facciate bianche corredate da piccoli balconi, queste tramite il loro scarno portone ospitavano al loro interno sei diversi nuclei familiari, accomunati dalla loro origine contadina.
Durante le calde giornate delle assolate estati, molti uomini dalla pelle scura su rughe profonde, raggiungevano la frescura della fontana pubblica più vicina da cui attingere l’acqua con cui riempire i propri orci ruvidi ed assetati.
Intanto le mogli nelle loro case indaffarate, consumavano il proprio tempo nell’approntare file di pomodori da essiccare su piani arieggiati in bilico su esili telai, mentre numerosi fichi raccolti e scelti con cura, venivano sottoposti alla cottura del sole ancora cocente, per essere preparati con succo d’uva e foglie di alloro e così sistemati in modo serrato in contenitori di vetro ermeticamente chiusi.
In alcune annate c’era invece un gran da fare allorquando le donne decidevano di produrre un nettare prelibato prodotto da fichi essiccati che venivano cotti e ricotti prima di venir premuti a produrre un decotto chiamato vin cotto; era proprio allora che ogni angolo più recondito di quelle abitazioni veniva inondato da un odore intenso e dolciastro, quasi nauseabondo che penetrando le narici decideva di non lasciarle neppure quando si veniva via da quell’industria dolciaria.
Gli uomini invece lasciavano spesso le loro dimore anche nelle ore pomeridiane, quando ritornati dai campi, dopo la siesta durante la controra, ridiscendevano per strada e con le loro mani dure non ancora stanche, ritiravano i loro panni colmi di mandorle umide, raccogliendole in dei grandi sacchi di juta, prima dell’imbrunire.
Era soltanto il riposo della notte per quei frutti che il giorno successivo sarebbero stati sversati sui loro familiari teli, prima che la loro dura corteccia avesse virato colore, verso una tinta più tenue e più asciutta.
Soltanto allora il contadino, proprietario, con somma soddisfazione avrebbe colmato e chiuso i suoi sacchi fin ad allora aridi; dunque avrebbe stipato gelosamente il frutto prospero del suo lavoro negli angoli più bui della propria cantina.
Intanto i rumori regolari e continui dei ferri battuti su piani rigidi da coloro che tardavano a ripulire le loro mandorle dai propri gusci ancora freschi, scandivano gli ultimi scampoli d’estate nei momenti che precedevano il crepuscolo.
Soltanto di rado si lasciava effettuare quest’operazione da una macchina infernale, che azionata dal motore di un trattore muoveva un sistema interno di rotazione sgusciando istantaneamente quei frutti, lasciandoli rotolare all’interno dei propri sacchi. Il lavoro di quella macchina allora rompeva il riposo nelle ore ancora calde, accarezzate da una brezza che lambiva le lenzuola.
Nei maturi pomeriggi di ottobre, invece quando la luce più fresca calava molto prima, tra lo spazio angusto delle stradine parallele e perpendicolari tra di loro, venivamo ammaliati dall’odore dolce quindi acre del mosto, che quei contadini avevano prodotto con molta maestria anche durante quest’ annata.
Con un lavoro tramandato di padre in figlio dalla notte dei tempi, la produzione del vino diveniva un atto carico di sacralità: avevano trattato con cura le proprie vigne in cui piante disposte in maniera lineare ad alberello o a spalliera, erano germogliate poco dopo una decisa potatura.
Quando i frutti portati da quelle piante avevano iniziato a crescere, quegli uomini li avevano accuditi con dei trattamenti con verde rame o proteggendoli da intemperie tramite grandi tendoni, fino a farli divenire dei grossi grappoli nutriti di chicchi assiepati sotto i verdi pampini.
L’allegra raccolta cominciata sotto il sole più temperato di settembre aveva riempito gli enormi tini di grappoli neri tozzi talvolta più allungati, di chicchi compatti su esili steli.
Adesso quei tini venivano sversati in ampi contenitori dove il frutto prelibato sarebbe stato pigiato prima coi nudi piedi danzanti su una melma sempre più fluida e fragrante, per passare successivamente in un torchio azionato a mano con cui i vignaioli ricavavano copioso uno schiumoso liquido rosso il cui odore inebriante esalava per ogni dove.
Il dolce profumo di quel mosto adesso custodito tra le doghe di alte botti stipate all’ombra delle celate cantine, invadeva indomito ogni angolo di quel quartiere, lì dove vi si insediava fino al giorno in cui quel liquido maturava in un vino speciale: il Nero di Troia.
Durane i giorni d’inverno, invece l’odore aspro e dolce dell’olio lo si assaporava a qualche metro dal perimetro di frantoi protetti da alte mura di calce, laddove auto cariche di olive verdi ammassate e copiose su montagne franose, si incolonnavano lente, ma impazienti dinanzi ai cancelli semiaperti in attesa della loro molitura; intanto il rumore continuo delle macine appesantiva le nostre ore pomeridiane.
Percorrere quelle strade che lambivano quelle piccole industrie familiari in cui si produceva quel liquido viscoso di colore giallo verdastro, quasi un rimedio per l’intera popolazione che lo aveva da secoli utilizzato come proprio bene di prima necessità, ci permetteva di immergerci pienamente nella nostra tipica atmosfera che spesso ci avvertiva che eravamo giunti ad un passo dal periodo prenatalizio.
Era tra queste costruzioni delimitate da intimi vicoli intrisi di odori dal gusto antico, spesso spezzati dal profumo emanato dalle pentole nelle cucine a mezzogiorno, che io ed i miei fratelli ritrovavamo la nostra seconda dimora; qui ci accoglieva quotidianamente la famiglia dei miei nonni materni.
Raggiungevamo spesso la loro abitazione nei giorni d’estate quando il desiderio di toccare i lontani lidi sul mare ci portava prima a far sosta in questo approdo, ma anche nelle giornate d’autunno intorpidite dalla timida nebbia, in cui preferivamo cercare rifugio in quella casa anche durante le quiete ore notturne.
Era allora che mia nonna accompagnava la nostra serata, con una ninna nanna, raccontando quasi a mezza voce gli eventi ormai remoti della sua infanzia fino alla sua giovinezza.
In quella casa abitata da poche stanze, che bastavano ad accogliere anche due famiglie, diventavamo spesso spettatori di eventi consumati tanti anni or sono, ma che grazie al pathos di una signora dai folti capelli grigi raccolti con ferrettini nascosti tra la sua importante chioma, si colorivano puntualmente di un’attualità inaspettata.
Mia nonna spesso ci raccontava delle ristrettezze con cui aveva trascorso la sua infanzia, dei mille sacrifici che avevano arricchito la crescita di una donna primogenita di una numerosa famiglia in tempo di guerra.
Le asperità della miseria erano divenute sin da subito terreno fertile per la crescita di quella bambina a cui era stato affidato ben presto il compito di allevare i suoi sette fratelli, mentre sua madre provvedeva a sfamare la propria famiglia con lavori precari.
Le parole di quella signora, anche durante le dolci ore serali, allorquando ci si lasciava accarezzare dalla tenera brezza delle notti d’estate, ci faceva assaporare l’aspra memoria di un tempo fatto di mille difficoltà, a dispetto del benessere che in quel momento lo schermo della televisione, perennemente accesa, ci propinava.
Il clima tenero con cui quelle ore serali a casa sua l’avvicinavano intimamente a noi nipoti, probabilmente le riportava alla memoria i momenti grigi attraversati durante la sua giovinezza; ricordava sovente gli eventi angusti accaduti durante il conflitto mondiale, quando con suo padre partito al fronte, sua madre doveva percorrere clandestinamente diversi chilometri pur di raggiungere la donna che le vendeva della farina al mercato nero.
Era quello il bene di maggiore necessità da riportare a casa per produrre il pane con cui sfamare l’intera famiglia per una settimana completa.
Il padre di quell’anziana signora la quale adesso sulle coperte dove erano ancora svegli i suoi nipoti, lasciava che il proprio cuore raccontasse il romanzo della sua esistenza, era stato spesso in quegli anni lontano da casa, quasi esiliato dalle vicissitudini storico politiche della sua epoca.
Collocato in Africa nel corso della campagna coloniale dove gli era stato offerto un lavoro ai telefoni di stato, tornato a casa, era dovuto subito ripartire come arruolato per la seconda guerra mondiale; Antonio era il suo nome ed anche adesso che aveva oltrepassato la soglia degli ottanta anni, mostrava evidenti sul proprio volto i segni che la sua dura esistenza gli aveva donato sui suoi occhi carichi di una cupa luce severa e sulle sue guance solcate da profonde rughe di rabbia.
Nonno Antonio lo si incontrava talvolta per strada a qualche isolato da noi. Sempre in compagnia del suo cappello di feltro grigio, inondato ed intriso nella sua ala anteriore dal fumo della sua sigaretta; una “nazionale”, che non abbandonava mai le sue livide labbra corrugate e contratte.
Era molto arduo avvicinarsi al respiro di quell’uomo dalla postura dura e contorta, molto simile a quella di un albero di ulivo. Risultava molto più spontaneo osservarlo da lontano chiedendosi cosa si celasse dietro il suo sguardo fisso e molto spesso solo.
Sua figlia, Celeste, mia nonna, in molte occasioni ci aveva parlato di lui, non tanto come un padre amorevole e presente, quanto di un uomo onesto che aveva fatto del lavoro e della dedizione alla propria famiglia, un punto fermo della sua esistenza. Era allora che nello sguardo della sua primogenita rifulgeva l’orgoglio della figlia di un padre esemplare quandanche cittadino encomiabile.
In tale frangente quella donna imponendo ai suoi occhi timidi un tono più serioso, si lasciava in disquisizioni più impegnate, quasi civiche: sottolineava che nel momento in cui Antonio aveva ottenuto l’incarico come responsabile giardiniere dei parchi comunali del paese, lui aveva rivestito quel ruolo con tanto impegno e somma dedizione.
Quella donna in più di un’occasione ricordava che l’aspetto del parco comunale che lei chiamava “villa”, era cambiato sotto la gestione di suo padre; un ordine perfetto dei giardini che abbellivano la città, finanche la costruzione di una voliera in cui svolazzava un disparato numero di volatili, tra cui alcuni pavoni.
Fintanto che Celeste narrava l’operato e la quotidianità della sua famiglia, dalla operosa abnegazione di sua madre Marta alle esigenze dei suoi tre fratelli e delle sue tre sorelle, l’area del suo volto rimaneva ferma quasi bloccata, ma nel momento in cui lei lasciava che la sua intima mestizia potesse riaffiorare spontaneamente sul suo volto, permetteva ai suoi ricordi di mostrarsi coi loro reiterati pensieri.
Ricordava così la disgrazia capitata a suo fratello Pietro la cui giovane vita veniva spezzata per un incidente sul lavoro in una lontana città del nord Italia.
Quel tragico evento aveva segnato in maniera indelebile il cuore di Celeste e della propria famiglia. Suo fratello Pietro giovane ventitreenne, sveglio e molto volitivo così come molti coetanei della sua terra, aveva cercato di trovare fortuna in una grande città, Milano che negli anni della meglio gioventù pare offrisse infinite opportunità lavorative a tutti coloro i quali si fossero rimboccati le loro maniche.
Qui Pietro era giunto con la speranza di poter cambiare il proprio destino, che invece atrocemente lo aveva perseguitato proprio in questa grande città produttiva: nel corso di un lavoro di costruzione di un capannone industriale, quell’uomo era precipitato al suolo da un’altezza molto rilevante.
L’evento aveva rabbuiato la luce di tutti i componenti della famiglia di quel giovane, ma nel tempo aveva concesso alla rabbia di Celeste di lievitare in maniera sempre più corposa: quel sentimento indomito, riaffiorava spesso dalle sue espressioni più che dalle sue parole, ogni qual volta quella donna avvertiva cocente l’ingiustizia del torto subito.
Nel momento in cui tale signora dal portamento integro su scarpe allacciate con un cinturino fin dietro la caviglia, su due tacchetti larghi ma non molto alti, oltrepassava il quotidiano ed immetteva i suoi pensieri ed i suoi discorsi nell’alveo della politica, la sua fazione partitica a cui aderiva in maniera quasi fideistica, diveniva il contenitore della propria atavica ribellione; la dimora dove far alloggiare tutte le ingiustizie provate da sé e dalla sua famiglia.
Celeste ciononostante con il suo matrimonio si sentiva adesso al sicuro: superata la distruzione della guerra, come la maggior parte degli italiani, si era rimboccata le maniche nell’immediato dopoguerra, ma lo aveva fatto scegliendo al suo fianco Aldo, come suo marito.
Questi era un uomo dalla personalità molto solida, forgiata durante l’infanzia contadina e definita nel corso dei sette anni passati molto lontano da casa, al fronte.
Mio nonno Aldo aveva assaporato l’amarezza della guerra; allorquando si restava incollati davanti allo schermo televisivo, che trasmetteva immagini di conflitti ripresi in terre remote, la sua voce sorda non commentava, intanto il suo sguardo basso e silenzioso, seguiva il suo capo flesso verso il basso accompagnando i suoi oscuri pensieri.
Per mio nonno tornato dal fronte con le tasche vuote e l’animo carico di orrore, l’obiettivo principale era quello di far ripartire la sua vita da dove era stata interrotta; i suoi occhi avevano visto dovunque distruzione e disperazione, pertanto il suo animo anelava a ricostruire.Quell’uomo aveva iniziato a riprendere il suo lavoro in campagna, era riuscito ad ottenere un salario che gli avrebbe permesso di mettere su famiglia e così avrebbe potuto prendere come moglie Celeste la donna che lo aveva conquistato con la sua bellezza, ma a cui lui non era stato mai in grado di dichiarare il proprio amore. Lo aveva fatto con la completa dedizione alla sua donna, donandole una famiglia con quattro figlie femmine, cresciute secondo le rigide regole della morale contadina.
Adesso Aldo dopo tanto lavoro, figura esemplare tra le guardie campestri del suo paese, era riuscito ad acquistare una casa, in cui proteggere la sua famiglia. Era in questo luogo che Celeste gestiva tranquilla la sua quotidianità, specie adesso che “aveva sposato” due delle sue quattro figlie, mentre le altre due erano rimaste con lei; nonostante questo, i fragili pensieri di questa attempata signora spesso cercavano di evadere dalle solide certezze costruitele intorno dal suo premuroso marito.
Quanto erano lontani quei tempi in cui Aldo aveva visto suo padre Giuseppe raggiungere a piedi paesi molto lontani: Montemilone, Cerignola, per effettuare lavori nei campi, mentre sua madre Anna teneva cura sotto il suo abito nero, la sua prole sbrigando minuziosamente ogni giorno le sue faccende di casa. Di tale mondo contadino autentico, ma ormai arcaico, Aldo non ne faceva mai menzione, forse lo custodiva gelosamente nel profondo di sé, da non volerlo rendere ad alcuno.
Quest uomo dallo sguardo fiero ma severo si era allontanato da quel mondo suo malgrado, spedito al Car, era stato dirottato dopo poco al fronte in un territorio ameno; tra le dure montagne del Montenegro e dell’Albania, quel commilitone era stato spinto con le truppe di Mussolini, per far guerra ai Greci. Questi ultimi avevano risposto con efferata vemenza all’aggressione fascista, che non era riuscita a sfondare il fronte nemico; soltanto con la discesa dei panzer tedeschi lungo le montagne e le valli dei Balcani, Hitler aveva piegato le reni della resistenza locale.
Aldo per anni non aveva potuto incrociare lo sguardo amorevole dei suoi cari, invece i suoi occhi avevano catturato in ogni istanza la durezza della guerra in cui lui, suo malgrado era stato immerso.
I suoi piccoli occhi si inondavano di una luce vitrea allorquando ricordava la fame patita in quei gelidi campi, saziata da ogni cosa capitasse a tiro e che fosse commestibile; spontaneamente lo ricordava ogni qual volte dinanzi ad una tavola imbandita, qualcuno dei suoi nipoti, rifiutava il cibo preparato dalla sua consorte.
Chissà quanto era difficoltoso per quell’uomo calvo, dalla pelle chiara e dal portamento solido, condurre alla sua memoria quei rigidi periodi di fame, allorquando lui prendeva posizione sul suo campo di battaglia, tra le insidiose mine e il vento gelido dell’inverno albanese.
Lo ricordava con una netta austerità quando le sue parole ci raccontavano dei suoi commilitoni, schierati ad un passo della riva del lago Ocrida, reduci dalle campagne precedenti, nel loro marciare, tra la neve nemica, avevano preferito serrare con legacci le loro vulnerabili caviglie, con sottili fili di ferro, pur di non irrorare del sangue ghiacciato i piedi che potessero congelarsi.
Il cinismo degli anni trascorsi tra le fitte faggete di quella aspre montagne, sui cui pendii si fronteggiavano plotoni di uomini dalle uguali divise, ma di diverso colore, avevano forgiato in maniera indelebile l’animo di quell’uomo. Nessuna paura adesso poteva sfiorare le ciglia di Aldo; lui che aveva visto in più di un’occasione la morte danzagli attorno. Raccontava sovente del giorno in cui lui con altri tre compagni d’arme si era rifugiato durante un attacco nemico dietro le spoglie di una casa diroccata; era scoppiato un colpo di mortaio a pochi passi da loro ed una frazione dopo quel soldato aveva visto cadere esanimi i corpi dei suoi tre compagni, senza che lui avesse riportato alcuna ferita.
Le ferite della guerra avevano indurito le cuoia di Aldo; da allora quell’uomo aveva deciso di riparare in maniera assoluta nella costruzione e nella cura della sua famiglia. Neppure la paura della morte lambiva la cera immobile di mio nonno, pronto a volgere lo sguardo avanti, lasciando alle sue spalle tutto ciò che gli aveva arrecato un profondo dolore.
Durante i pomeriggi lenti, quando la luce nell’area del tramonto arrossiva l’orizzonte, dietro le case immobili, ci recavamo da mia nonna paterna Chiara, con la nostra famiglia.
Le costruzioni dal colore rosso mattone ci ospitavano numerosi; in tanti tra figli, nipoti si alternavano in quell’edificio popolare dove una donna di bassa statura, ma dallo sguardo sveglio dietro dei grandi occhiali, attendeva impazientemente l’arrivo di tutti noi.
Varcato un portone di legno verniciato con una spessa coltre scura, si accedeva ad uno stretto antro coperto da mattoni grigio e rossastri, mentre pareti opache e scarne risalivano parallele ad inferriate sovrastate da passamano di legno antico, su tre rampe di scale, prima di raggiungere l’esile porta di ingresso della dimora di quell’anziana donna.
Nel suo piccolo appartamento fatto di una grande soggiorno, col la camera da letto, un corto corridoio alla cui coda si apriva un bagnetto sopraelevato, si ritrovava un piccolo cucinino dove era possibile ritrovare quell’esile donna, capo stipite di tale popolosa famiglia.
Attorno alla tenera umanità di quella anziana signora si era creato un nucleo solido costituito da due figlie femmine e sette figli maschi, che neppure il tempo era riuscito a scalfire.
Erano passati diversi anni da quando Chiara era diventata vedova di Luigi. A lui lei aveva affidato la sua giovane età e costui uomo di altri tempi e calzolaio per professione, molto più maturo di lei, l’aveva presa in sposa tenendola stretta a sé per il resto dei suoi anni.
Quell’uomo a cui un incidente da bambino aveva deformato la colonna vertebrale, non permettendogli di crescere più di un metro in altezza, aveva fatto del proprio acume una sua peculiarità.
Quando tra la gente del paese si parlava di mest Luig, si alludeva ad un uomo dalla personalità spiccata e dallo spirito intraprendente, messo a disposizione oltre che della propria famiglia, anche della collettività. Sempre in prima linea nell’adoperarsi nella causa degli artigiani, lui che come ricordavano spesso i suoi figli serviva col suo lavoro finanche il Conte Aradeo. Spesso leader non solo nelle questioni della propria categoria lavorativa, ma anche in occasioni ludico ricreative: nel corso delle feste organizzate in grandi saloni, era lui a gestire le danze, specie quando si ballava la quadriglia.
Ora Chiara aveva seguito suo marito con grande stima e somma ammirazione, gli aveva dato una famiglia molto numerosa, dedicandosi totalmente ai suoi figli, anche grazie all’ausilio dei primogeniti.
Era stata Concettina, la più grande delle donne a supportare per molti anni sua madre. Appena giunta alla maggiore età, questa donna cresciuta tra le stanze silenziose delle sacrestie, aveva prestato anche la sua opera presso la parrocchia del suo quartiere, diventandone una suora laica al servizio non solo della propria famiglia. I suoi capelli sempre raccolti tramite dei ferretti neri, tirati all’indietro e mai sciolti su un viso severo dalla carnagione scura, ne facevano una figura austera ferma ed irremovibile dell’etica cattolica della sua famiglia. Lo sguardo rigido di quella signora che vestiva gonne lunghe fin sotto il ginocchio, su calzature castigate spesso allacciate su tacchi non molto spinti, le donava il profilo di una donna dalle dure regole; entrando a casa sua la nostra postura doveva apparire ritta come quelle di alcune reclute, e composta come quella di alcuni alunni diligenti. Quel clima severo che la signorina Concettina aveva creato attorno a sé, la rendeva una leader incontrastata nella sua comunità, la cui prole si affidava in maniera cieca all’autorevolezza di quella sorella maggiore, la quale aveva rivestito il ruolo di un solido sostegno per i due anziani genitori.
In quella casa ci si incontrava spesso in occasione di festeggiamenti per onomastici e compleanni, specie durante le afose estati quando alle donne della famiglia era riservato un posto d’onore attorno all’enorme tavolo rotondo, intorno al quale loro avrebbero discorso per l’intera serata; si intavolavano argomenti interminabili sulle proprie famiglie, sulle buone gesta dei propri figli, più che sui propri mariti. Noi fanciulli cercavamo di ritrovare refrigerio, rifugiandoci fuori su di un piccolo balcone e sopraelevandoci su esili panchetti in legno, raggiungevamo un fresco davanzale di pietra bianca per affacciarci sulla strada ormai deserta. Intanto una tenue brezza accarezzava le nostre membra col blu della notte, puntinato di stelle, che si spandeva infinito al nostro sguardo. Il desiderio che l’azzurro del mare, il mattino seguente avrebbe potuto tener compagnia al nostro spirito, ci conquistava in maniera assoluta.
In qualche rara domenica di autunno invece, un cielo uggioso ci portava a raggiungere quell’abitazione, strappati dall’ambiente parrocchiale lì dove al mattino si seguiva la messa, insieme ad altri amici che provenivano dal nostro stesso quartiere. Giungevamo con mio padre alla casa di mia nonna paterna; risalendo la scalinata, già prima di raggiungere quell’appartamento, il profumo della carne al ragù che ribolliva in un grande pentolone colmo di salsa, inondava i nostri sensi. Quell’odore inconfondibile, proveniente da quell’edificio scarno e quadrato, portava il nostro olfatto a comprendere che eravamo giunti a destinazione. Spesso ci si trovava dinanzi un ambiente isolato: un tavolo circolare ben apparecchiato, al cui centro si ergeva un vaso di ceramica fasciato grigio lucido, delle sedie tappezzate di antico, riposte nei loro spazi, mentre la tv con un grande schermo, come un grammofono su di un palco, trasmetteva la Santa Messa da Piazza San Pietro. Ad ascoltarla soltanto le ante immobili degli armadi di tale dimora, mentre nonna Chiara, sola in casa si dimenava tra una faccenda e l’altra, quasi nascondendosi negli angoli più reconditi della sua dimora. Quella casa si popolava di voci e di parole col far della sera quando diversi fratelli e l’unica sorella sposata Paola, giungevano con i propri figli per portare il loro saluto. Era allora che si riusciva ad incrociare lo sguardo rassegnato di Donato, il figlio ancora celibe; questi tornato dal lavoro in fabbrica, presso la “Sud Acciai”, trovava il tempo per il meritato riposo. Probabilmente durante i suoi lunghi silenzi in cui desinava solo, ripensava a quei momenti in cui gli occhi svegli di suo padre sorreggevano la sua naturale tristezza.
Erano ormai trapassati quei tempi in cui usciti a cavallo della nostra mini, ci era possibile incrociare per strada nonno Luiginei pressi del Gran Caffè, un bar centrale dinanzi a cui lui trascorreva le sue mattinate, al cospetto dei raggi di un sole sempre più alto, al di sopra di un torrione angioino che da secoli si ergeva maestoso sulle due piazze in maniera ncontrastata.
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