Capitolo 1
Retelling “Il Principe Ranocchio”
Aldourie Castle, Lago di Ness, Scozia
1854
Due occhi celestini guardavano tristi e vuoti la neve cadere dal cielo, i trasparenti e ghiacciati fiocchi si attaccavano al vetro della finestra per poi sciogliersi in rivoli d’acqua che scendevano giù dal balcone come fredde e solitarie lacrime. Erano quelli di Rosalyn, la figlia minore del Visconte Ramsey. Le sue piccole dita affusolate accarezzavano il ciondolo argentato che portava al collo. Si schiuse come una conchiglia rivelando la foto grigia e sbiadita di una donna. Era la sua povera madre, scomparsa tre mesi fa. L’aveva abbandonata, prosciugandole la felicità. Una lacrima scese dalla sua rosea e morbida guancia e bagnò il volto della madre scomparsa. Dalla porta socchiusa della sua stanza si diffondeva un bagliore dorato soffuso, in lontananza la voce di suo padre era molto preoccupata. «Ogni notte è sempre peggio, è tormenta dal solito incubo. Avete delle pillole più forti da prescriverle?»
«È già troppo piccola e minuta per assumere quelle che le sto già somministrando.»
La fanciulla sapeva che stava conversando con il Dottor Graham, che come da abitudine la veniva a visitare ogni pomeriggio, dopo pranzo.
«Ci deve essere un’altra cura, qualcos’altro che potete fare?»
«Esistono terapie più efficaci, più mirate, ma anche più invasive. Come le ho già detto non credo riuscirebbe a reggerle con modesta sufficienza. Dovrebbe essere seguita e curata in una struttura specifica per lei, dove ci sono altri dottori come me che potrebbero osservare il suo comportamento e la sua insonnia con più costanza e diligenza. La soluzione migliore sarebbe trasferirla nel Ravenmoor Asylum. Almeno per qualche tempo, forse le farebbe bene stare lontano della sua casa, della sua famiglia, soprattutto dalla tomba di sua madre.»
«No, non richiuderò mia figlia in un manicomio. Non posso perdere anche lei…»
Dei passi svelti e pesanti giunsero nella stanza, Rosalyn ebbe un sussultò.
La buona e gentile Signora Maryjorie le venne incontro, le prese le mani fredde per scaldargliele un po’, le accarezzò il viso e le abbozzò un lieve sorriso. «Verresti a fare una passeggiata in compagnia delle tue sorelle? Ti farebbe bene un po’ d’aria fresca.»
La fanciulla annuì in silenzio, spostò lo sguardo verso l’esterno, dove c’era il bosco oscuro.
«D’accordo.» La balia andò verso l’armadio, aprì un’anta e tirò fuori un cappotto lungo, rosa pastello, un paio di guanti e un cappello candido di lana morbida. «Vieni, ti aiuto a vestirti.» Le infilò il soprabito per le braccia e le chiuse i grandi e tondi bottoni neri sul centro davanti. «Bisogna coprirsi bene, oggi fa più freddo e c’è un leggero vento.» Le pose il berretto sul capo.
La fanciulla si mise i guanti da sola, senza pronunciare ancora nessuna parola.
«Andiamo, le tue sorelle ci staranno già aspettando.» La balia le porse la sua mano. La fanciulla l’accettò volentieri.
🦇🦇🦇
La brillante neve ricopriva il castello, il giardino e il bosco in un manto spesso e zuccherato che rendeva il luogo silenzioso e ovattato e lo circondava di una beata innocenza angelica.
La fanciulla passeggiava accanto alla sua balia. A ogni lento passo, il candido manto, sotto di lei, scricchiolava.
Le sue sorelle maggiori, davanti a lei, conversavano sottovoce.
Lei era sola e abbandonata alle sue paure, colma di tristezza, un oscuro vuoto di dolore e angoscia le stava divorando l’anima da dentro. Il suo cuore era gelato, più di quell’inverno prematuro. Si era frantumato in mille stalagmiti che le trafiggevano il petto. Rosalyn voleva perdersi in quel silenzio, addormentarsi e non svegliarsi più.
La balia la condusse verso la tomba della madre, come ogni giorno, da quando non esisteva più. La fanciulla le posò una rosa sulla lapide. La balia l’abbracciò e la confortò. Rosalyn era immobile a guardare la bara e a leggere il nome di sua madre sulla fredda pietra. La sua innocente vita era appassita troppo presto. Due lacrime solcarono il viso della fanciulla, chiuse le palpebre cercando di trattenere le altre. Le giunsero dei sibili invisibili, dei lamenti sofferti, forse era sua madre che la stava chiamando dagli Inferi. Tra i rami di una betulla spoglia comparve un corvo dal piumaggio folto e lucido che prese a fissarla con intensa malignità e superiorità. Rosalyn venne scossa da un profondo e sconosciuto brivido di terrore. Riaprì gli occhi e scorse fra alcuni rami scheletrici il rapace arcigno. La balia notò il suo stato d’agitazione e la portò via.
Ripresero la passeggiata verso il castello.
La fanciulla continuò a seguire il gracchiare del corvo, la stava seguendo furtivo e di soppiatto.
Approfittò di una fugace distrazione della balia e si fermò, rimanendo indietro. Rivolse il suo sguardo verso l’oscuro animale che spiccò il volo leggiadro ed entrò nel bosco.
La fanciulla prese a rincorrerlo. Si inoltrò nel bosco innevato. Aleggiava una bassa e spettrale foschia che circondava i pini dalle fronde pesanti di nevischio e da aceri e faggi alti, snelli, neri e scheletrici.
Giunse in procinto di un ruscello in parte congelato dal ghiaccio, dal quale usciva sommesso uno scrosciante fiotto d’acqua cristallina. Il corvo si appollaiò su un ramo spoglio e ruvido, fissò la fanciulla negli occhi. Le gracchiò contro come per rimproverarla di una disobbedienza, poi riprese il volo verso il cielo plumbeo. La fanciulla venne pervasa ancora da lamenti e sussurri sinistri. Provenivano dal lago.
Costeggiò il ruscello e arrivò su una sponda del lago. La neve copriva la riva, lasciando nudi e bagnati solo i massi grigi a riva.
Si accucciò sulla spiaggia e afferrò la collana, come se volesse sentire ancora il tocco della madre. Uno strappo secco ruppe il silenzio: il ciondolo le scivolò dalle mani e cadde nel lago. Rosalyn si protese nell’acqua gelida, ma non riuscì a trovarlo. Scoppiò in un urlo straziante. Aveva perso l’unico ricordo della madre. Nel riflesso offuscato vide trasformarsi l’ombra del mostro che infestava i suoi incubi. Si ritrasse terrorizzata contro il tronco di un vecchio tiglio. Dalle acque emerse una creatura piccola e deforme, ricoperta di fanghiglia e alghe. Dalla schiena spuntavano ali di pipistrello dagli artigli aguzzi, sulla nuca due corna incurvate all’indietro e nel volto, segnato da un ghigno suino, brillavano occhi vitrei. La bocca spalancata mostrava una lingua biforcuta e denti marci e affilati. Rosalyn pensò che l’avrebbe sbranata in un solo boccone e si coprì il viso.
Il mostro in silenzio le si avvicinò, tentò di spostare le mani dal suo viso. «Perché piangi, bambina?»
La fanciulla gridò ancora più forte. Quel mostro sapeva parlare. Era scossa da fremiti e gemiti, non riusciva a togliersi le mani dal volto. Il suo incubo era diventato realtà.
La creatura tentò di rassicurarla. «Mi chiamo Jasper.» Riprovò a toccarle le mani, questa volta riuscì a scostarle per metà. «Non sono qui per farti del male.» Le accennò un lieve sorriso d’incoraggiamento. «Mi prometti che non urlerai più? Non sono abituato ai rumori forti.»
La fanciulla annuì e si protese verso di lui, gli toccò con un indice il panciotto cosparso di muschio. Al tocco rimase gelata e dura.
La creatura le sollevò il mento con un suo artiglio e la fissò dritta negli occhi chiari. «Brutto non significa per forza cattivo.»
«Scusami», sussurro appena la fanciulla. Si sedette con le gambe incrociate sulla ghiaiosa spiaggia.
«Allora, perché piangevi?» Le richiede. Iniziò a svolazzare come una farfalla attorno a lei.
«Ho perso l’unico ricordo che mi era rimasto di mia madre.» Le si incrinò la sottile e infantile voce. «Lei non c’è più, mi manca troppo.»
«Cercavi questa qui?» Jasper le poggiò il gioiello in grembo.
Rosalyn rimase incredula. La sua bocca si spalancò e le sue iridi celesti si allargarono per lo stupore. Con un gesto brusco la riprese e se la mise in tasca. «Grazie.»
«Adesso.» Si schiarì la voce, tossì del muco giallo.
La fanciulla, a stento, represse un conato di vomito, era davvero disgustata. «Vorrei anche io qualcosa in cambio.» Si avvicinò a lei con le mani giunte al petto.
Rosalyn, si guardò intorno, intimorita, strinse le gambe contro il suo petto. Aveva paura di chiederglielo. Era un demone maledetto, di cui era impossibile fidarsi. Stringere un patto con lui avrebbe portato solo sciagure o peggio, avrebbe potuto chiedere anche la sua anima, la sua effimera e insignificante vita se lo avrebbe desiderato. Per un minuscolo istante pensò che poteva ricongiungerla alla madre persa. «Cosa vorresti?» Chiese, infine, senza indugiare troppo.
«Il tuo amore, Rosalyn.» Protese un braccio verso di lei. «Vorrei tanto accarezzare una tua ciocca rossa.»
La fanciulla sgranò gli occhi, si alzò in piedi e fuggì via. Come avrebbe mai potuto amare un mostro?
Correva a perdifiato in mezzo al bosco. In un girotondo affannoso, si dava ripetuti pizzicotti sulle braccia, quello era soltanto un altro dei suoi incubi dal quale doveva svegliarsi il più presto possibile.
La sua famiglia la stava chiamando, disperata. Era vicino al castello.
Uscì dal bosco, suo padre la stava ancora chiamando a gran voce.
Si precipitò furiosa da lui, affondò il suo gracile corpo contro il pesante e lanoso cappotto color castagno. Piangeva e singhiozzava stretta all’uomo. «Rosalyn, bambina mia.»
Giunsero anche le due sorelle maggiori e la Signora Maryjorie. «Tesoro, che sollievo averti trovata.» Si portò una mano al petto per alleviare la preoccupazione e calmare il pulsare del suo cuore agitato e preoccupato.
Alastair con cautela la scostò da lui. «Dove ti eri cacciata? Perché sei scappata via?»
«Non puoi allontanarti dal castello senza un adulto, lo sai che ti è proibito.» Le raccomandò in tono gentile la sua balia, ora più serena e risollevata dalla sua responsabilità.
«Ho visto di nuovo quel mostro orribile», tossì forte, per cacciare giù le lacrime. «Vive nel lago Ness.»
Il padre scrollò il capo e l’abbracciò. «Adesso calmati, qui con me sei al sicuro.» Le diede un bacio sulla fronte. «La porti dentro al caldo. Dica alla servitù di prepararle un bel bagno caldo.»
«Come desidera, mio Visconte.» La donna prese per mano la fanciulla e accompagnata anche dalle sorelle, rientrarono tutte nell’accogliente torpore del castello.
🦇🦇🦇
Era calata la fredda e nebulosa notte, attorno al castello vegliava un buio silenzio di quiete e riposo. Dal cielo cadevano timidi e lievi batuffoli bianchi.
La famiglia Ramsey era riunita nella sala da pranzo. Stava cenando, accoccolata nel tiepido calore e bagliore delle candele che illuminavano le mura affrescate di un confortevole rosa pesca dorato.
La fanciulla, seduta china e triste, spostava le verdure nel piatto senza mangiare. L’incontro con la bestia le aveva sconvolto la mente. Il Dottor Graham aveva ragione: era diventata una bambina malata delle proprie paure e fantasie. Forse sarebbe stato meglio scomparire come sua madre, almeno non sarebbe più stata un peso per il padre né per le sorelle.
«Rosalyn mangia qualcosa, per favore.» La implorò con tono supplichevole il visconte.
«Mi dispiace, padre, ma questa sera non ho fame.»
Alastair si pulì le labbra con il tovagliolo, poi lo gettò sul tavolo. Si abbandonò sullo schienale della sedia in velluto color porpora e sbuffò, frustrato. Con una mano si stropicciò il viso sfinito per il troppo lavoro e si grattò la corta e crespa barba bruna.
Le altre figlie si scambiarono due occhiate d’intesa allarmanti, mentre sorseggiavano del succo d’arancia dai loro calici trasparenti.
Nel silenzio ci fu un picchiettio contro una grande finestra. Un sassolino rimbalzò sul vetro. «Figlia del visconte, bambina, aprimi la porta.» Rosalyn riconobbe la voce stridula del mostro. Si irrigidì sulla sedia, aggrappandosi al tavolo; il volto divenne pallido e la fronte si imperlò di sudore. Tremava immobile, incapace di respirare.
Il padre notò il suo stato vegetativo. «Rosalyn, ti senti bene?» Si destò di scatto, andò a scuoterle le spalle. «Rosalyn, mi senti?» Le sue iridi divennero lucide. «Rosalyn, per favore, guardami.» La scosse ancora. «Cosa ti succede? Riesci a sentirmi?» L’abbracciò e appoggiò la sua testa contro il suo ghiacciato petto. Singhiozzò, alcune lacrime scesero dal suo volto e andarono a bagnare l’abito rosa cipria della figlia. «Rosalyn, non abbandonarmi, resta qui, resta con me. Ti proteggerò io dai tuoi mostri.»
Anche le sorelle si voltarono verso di lei, più preoccupate di prima. Posarono i bicchieri sul tavolo.
«Padre, lui è qui», pronunciò a fil di voce la piccola.
Alastair si scostò, sospirò sollevato e le accarezzò il viso. «Andrà via presto. Non può farti del male se sarai vicino a me.» La strinse più forte a sé per infonderle rassicurazione e protezione.
«Lui è fuori dalla finestra.» La indicò con un indice. «M-i s-ta ce-r-ca-nd-o», riuscì a balbettare, rapita dalla panico e dalla paura.
«Figlia del visconte, bambina, aprimi la porta.»
Il padre sgranò gli occhi quando udì anche lui quella vocina stridula.
Le altre fanciulle si scostarono dal tavolo, si alzarono svelte e si ritirarono vicine in un angolo della sala. Si abbracciarono strette strette, intimorite di quella voce sconosciuta che proveniva dall’esterno.
Il visconte lasciò Rosalyn e andò verso la finestra. Con un impeto forte e coraggioso la spalancò. Era pronto a combattere, perfino a rischiare la vita contro qualsiasi essere mostruoso e malvagio pur di rivedere la serenità e la felicità nei volti della sua famiglia.
Penetrò un vento impetuoso e gelido che spense la luce delle candele e fece rabbrividire la fiamma aranciata che scoppiettava nel caminetto.
Una scura ombra alata comparve sopra il davanzale. L’uomo indietreggiò e prese un coltello. «Rimanete dietro di me.» Le figlie maggiori si strinsero l’una all’altra, terrorizzate. Rosalyn, invece, avanzò e si aggrappò alle braccia del padre. Era pronta a incontrarlo di nuovo.
Rosalyn, invece, avanzò e strinse le sue magre braccia attorno a quello muscoloso e robusto del padre. Era pronta a incontrarlo di nuovo.
La creatura saltò giù e si ritrovò sopra un pavimento marmoreo dalle nere venature. Nella penombra la sua identità assunse una forma concreta.
Le due sorelle grandi emisero un urlo di sorpresa. Si tapparono entrambe la bocca, potevano benissimo mettersi a gridare e allarmare la servitù del castello.
Il visconte, con sguardo imperturbabile e duro che sapeva di sfida, gli puntò il coltello contro.
La creatura, innocente, alzò le braccia al soffitto. «Figlia del visconte, bambina, promettimi che ricambierai il mio amore.» Si mise in ginocchio a mani giunte sotto una luce dorata e più luminosa.
Era zuppo d’acqua e tremava di freddo. Aveva le gambe e le braccia coperte di brina, dal suo naso evaporava del fumo bianco ghiacciato, se non fosse stato brutto, poteva assomigliare molto a un pupazzo di neve.
Le sorelle indietreggiarono ancora di più, fino ad andare a sbattere contro il muro. Sobbalzarono in preda alla più oscura e profonda paura.
Alastair compì un passo in avanti. Quel mostro gli sembrava familiare. Nei suoi occhi smeraldini c’era qualcosa di luminoso e quasi umano. Il visconte si prese la testa fra le mani, ansimando. Non poteva essere vero: erano passati secoli, eppure lui era lì.
Alastair aveva letto le antiche leggende sul suo destino, ma le aveva sempre considerate superstizioni. Ora comprendeva di essersi sbagliato. La strega non lo aveva ucciso: lo aveva imprigionato nel corpo di un gargoyle. Era il Principe perduto del Regno di Scozia. Il visconte guardò Rosalyn, con i suoi lunghi capelli ramati, e comprese che il destino del principe era legato proprio a lei.
Le figlie maggiori, ansiose e angosciate si precipitarono ad abbracciarlo forte. Cercarono a stento di trattenere le lacrime.
Alastair fece cenno alla più piccola di avvicinarsi. La strinse a sé e poi le prese le mani. «Rosalyn, devi ascoltarlo e accoglierlo nella tua vita. Per sconfiggere i propri demoni dobbiamo prima accettarli. Fidati di me, andrà tutto bene.»
La fanciulla deglutì e acconsentì in silenzio.
«Molto bene.» Il padre le diede un bacio sulla guancia. «Ora prendilo per mano e fallo sedere a tavola accanto a te.»
La fanciulla rigida nel corpo, fredda nell’anima e controllata dal terrore si voltò lenta. A passo pesante e tremante andò verso la creatura, le porse adagio la sua mano.
Il gargoyle le sorrise e accettò l’invito molto volentieri.
La piccola avvertì la sua stretta fredda e umida. Sempre con timorosa lentezza, lo portò di fronte alla tavolata imbandita. Si sedette al suo posto.
La creatura spiccò un volo e si posizionò sulle sue ginocchia. Un forte tanfo di muffa e uova marce invase l’aria. Rosalyn lanciò uno sguardo disgustato al padre, cercando rassicurazione; lui le sorrise, incoraggiandola ad accettare il nuovo ospite.
«Avvicinami il tuo piatto, così potremmo mangiare insieme.»
La fanciulla gli presentò le pietanze. Il gargoyle mangiò carne, pesce, verdura, frutta e persino due dessert alla crema di fragole e cioccolato. Erano anni che non si riempiva la pancia. Rosalyn, invece, riuscì a malapena a mangiare un pezzo di pane.
Sazio, bevve l’ultimo sorso di vino e concluse con un enorme rutto. Le sorelle trattennero a stento un risolino e il padre nascose il sorriso dietro un fazzoletto. Rosalyn gli lanciò un’occhiataccia indignata.
La cena riprese in perfetta tranquillità anche per il visconte e le figlie maggiori. La creatura beneficiò della presenza di tutte le portate presenti, dalla carne al pesce, dalla verdura alla frutta, fino a consumare due portate di dessert alla crema di fragole e cioccolato. Erano anni che non si riempiva la pancia come un palloncino.
Rosalyn, invece, aveva masticato a malapena un pezzo di mollica bianca del suo pane.
Sazio, bevve l’ultimo sorso di vino e poi concluse sbottando in un enorme e gutturale rutto di approvazione e soddisfazione.
Le sorelle maggiori trattennero a stento un risolino, pure il padre, per mantenere saldo il suo contegno, si coprì con un fazzoletto il sorriso. La fanciulla gli lanciò un’occhiataccia indignata e disgustata.
«Ho mangiato a sazietà», fece un grande e sonoro sbadiglio. «Ma adesso sono terribilmente stanco.»
Alastair si rivolse alla minore. «Portalo nella tua stanza, la tua balia avrà già scaldato il letto per la notte.»
La fanciulla spalancò le iridi, non poteva crederci che suo padre le aveva appena fatto una proposta simile. La terrorizzava condividere il suo letto con un mostro, con il demone che la perseguitava da quando la madre era morta. Avrebbe potuto dissanguarla in qualsiasi momento. Scoppiò a piangere e andò a rifugiarsi tra le braccia del padre. «Non voglio dormire con quel mostro brutto e puzzolente! Mi divorerà! Mi ucciderà! Per favore, non puoi obbligarmi.»
Il visconte la scostò dal suo petto, le accarezzò una guancia e le asciugò una lacrima, tentando di tranquillizzarla. «Non ti vuole fare del male, lo scoprirai anche tu. Lui è tuo amico.»
«Non è vero, mi stai mentendo. Quello che dici è solo una bugia. Vuoi sbarazzarti di me perché sono pazza, perché hai smesso di volermi bene.»
Ad Alastair, a quelle parole sincere, ma colme di sofferenza, gli si spezzò il cuore. Prese sua figlia in braccio e l’abbracciò forte, la cullò finché i suoi singhiozzi e le sue urla si quietarono in singulti lamentosi e gemiti stanchi. «Io voglio solo il meglio per te. Ma non lo puoi comprendere adesso.» La mise giù. «Prendi per mano il tuo ospite e conducilo nella tua camera. Dimostragli che sei una brava, buona e gentile bambina.» Le diede un’altra carezza sulla guancia. «Non è qui per farti del male.» Le stampò un grande bacio. «Ora vai.» La allontanò con un gesto della mano. «Buonanotte, piccola.»
La fanciulla ferita nel cuore e nell’animo, sospirò rassegnata. Riluttante lo prese per mano. Insieme a lui abbandonò la sala da pranzo.
Salì le scale con gli occhi arrossati, il corpo sfinito, lento e pesante. Arrivò sull’uscio della sua stanza. Aprì la porta che emise un cigolio e fece entrare per primo il gargoyle che si fiondò di corsa sopra il letto dalle coperte color lavanda, setose e morbide.
Rosalyn accese con un fiammifero le candele poste sopra i comodini. Si fermò a osservarlo che saltava qua e là sul materasso, in preda a uno stato di euforico piacere e divertimento.
Sapeva che quella notte avrebbe smesso di respirare per sempre. Doveva accettare il suo destino. Indossò la camicia da notte, si inginocchiò e strinse il rosario nero fra le mani. Pregò gli Angeli e gli Arcangeli, i Serafini e i Cherubini, implorando il Signore di non farla soffrire e di permetterle di ricongiungersi alla madre.
Si rialzò a fatica, scostò le lenzuola e si distese, appoggiò la testa sul soffice e pomposo cuscino, le fredde mani giunte al petto. Aveva il respiro corto e affannoso, guardava il soffitto affrescato sopra di sé, ferma, ad attendere la fine della sua esistenza.
Il gargoyle spazientito scese giù dal letto e andò a rovistare fra i cassetti e fra la libreria in cerca di qualcosa. Ritornò sul letto con un libro dalla copertina viola. Lo aprì rivelando le pagine vecchie e ingiallite rovinate dalla polvere. «Posso leggerti una fiaba?»
La fanciulla si girò verso di lui e lo guardò negli occhi. Per la prima volta, in essi, scorse una luce particolare, benevola e affasciante, in confronto alla bruttezza del suo corpo tozzo e rugoso. Quasi l’attirò e la incuriosì, ma non cacciò via la sua tremenda paura.
«Per favore?» La supplicò con il broncio.
La fanciulla annuì, si girò in silenzio verso di lui e si mise in ascolto.
«C’era una volta, nella lontana Scozia, un regno prospero sulle rive del lago Ness. Il popolo viveva felice sotto il Re Torrin e la Regina Eleanor, finché la sorella della sovrana, accecata dalla gelosia, arrivò a corte con un oscuro incantesimo. Durante il battesimo del primogenito, rapì il bambino e gettò il regno nel caos. Il dolore spinse i genitori a togliersi la vita e la strega portò fame, pestilenze, guerre e morte. Trasformò il piccolo principe in una bestia demoniaca e lo abbandonò sulle rive del lago. Solo il vero amore di una fanciulla dai capelli color del fuoco avrebbe potuto spezzare la maledizione. Gli spiriti degli abitanti morti infestarono le acque, tormentando i superstiti con incubi e sparizioni, finché tutti fuggirono. Nessuno ebbe il coraggio di tornare. Ma la leggenda conservò una speranza: un giorno una fanciulla dal cuore puro avrebbe riconosciuto l’anima buona nascosta sotto la pietra e liberato il principe dalla sua eterna prigionia.»
«Che storia triste.» La fanciulla si rigirò nel letto dandogli le spalle.
«Molto.» Il gargoyle triste e avvilito, andò a riappoggiare il libro dove lo aveva trovato.
La fanciulla si ritirò in se stessa e cominciò a riflettere sulla sua paura e sulle parole riferitele dal padre durante la cena. “Per sconfiggere i propri demoni, dobbiamo come primo passo accettarli…” Si voltò verso il gargoyle.
Lui si avvicinò, le prese la mano e le abbozzò un lieve sorriso. «Non devi avere paura di me.» Si avvicinò, ponendosi sopra il petto di lei.
Rosalyn smise di respirare. Il suo demone era lì, sopra di lei che le stava schiacciando le costole e mozzando l’aria. «Desideri non avere più incubi?»
Lei fece un semplice cenno con il capo, deglutì a fatica, una solitaria lacrima le scese dal lato sinistro del volto.
«Dovrai soltanto baciarmi.»
La fanciulla ebbe un sussulto. Chi avrebbe mai baciato una bestia?
«Baciami e riscoprirai la felicità. Tutti i tuoi demoni spariranno se sconfiggi con l’amore di un solo bacio la tua paura più grande.»
La fanciulla non doveva soltanto accettare i propri demoni, come le aveva detto suo padre: doveva affrontarli. Forse, per liberarsi dal Male, avrebbe avuto bisogno soprattutto della magia dell’amore. Amore che non possedeva più, ma che forse quel gargoyle era disposto a ridonarle. Ormai non aveva nulla da perdere: se fosse morta, avrebbe potuto ricongiungersi alla madre.
Chiuse gli occhi e avvicinò le sue labbra a quelle del gragoyle. Si toccarono.
Rosalyn venne illuminata da un bagliore dorato e caldo. Riaprì a fatica le palpebre. Di fronte a lei non c’era più un orribile demone, ma uno splendido fanciullo dai capelli biondi come il grano e gli occhi verdi e brillanti come il bosco in Primavera.
Jasper le protese una mano.
La fanciulla la prese e gliela strinse forte. Dopo mesi, nel suo volto comparve un sincero sorriso di gioia e stupore. Lui era il Principe Perduto, lui era il suo Principe, il suo nuovo amore che l’avrebbe salvata dal dolore e che le avrebbe colmato il vuoto nel suo cuore lasciato dalla scomparsa di sua madre.
Anche il fanciullo mostrò il suo raggiante sorriso, era felice di essere ritornato un giovane bello e sano essere umano.
Insieme alla sua futura principessa avrebbero, con l’unione e la potenza del loro appena nascente amore, sconfitto le tenebre nel regno e riportato la luce, la pace e la prosperità in una nuova Scozia.
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