Storia · capitolo 1

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Rufus di Valfredo De Matteis

Si svegliò di soprassalto immerso nel sudore. Stava sognando… aveva sognato. Il caldo afoso di luglio penetrava dalle finestre senza pietà, soffocando la camera da letto di un ardore umido intriso dell’odore dei platani e dei pioppi. Dalla bocca socchiusa del finestrone reclinato verso l’alto penetrava mollemente il cicaleccio ronzante di alcune cicale, accompagnate dallo sfarfallare del bianco lunare, un lento accompagnamento a quel concerto. Il letto era madido e L. giaceva letteralmente immerso in una pozza del suo stesso sudore, che, oltre a rinfrescarlo, lo appiccicava al letto. Incapace di rialzarsi come una coccinella ribaltata sul proprio guscio.

Fu nel tentativo di districarsi da quella presa bagnata che se ne accorse: non era solo. L’unica porta d’uscita dalla camera da letto conduceva al di là di una spessa madia in legno scuro lungo una moquette tendente al rosso. Vi era qualcosa sullo stipite della porta. No anzi… poco al di là. Una sagoma bassa e immobile. Una figura gonfia, in qualche modo non umana. Il sangue gli si gelò nelle vene. Istintivamente, brutalmente, si irrigidì di quella rigidità tipica delle reazioni immediate, che non ammettono alcun genere di rifiuto.

Lentamente condusse entrambe le mani ad afferrare il materasso, cercando di ritrovare una parvenza di equilibrio, di autocontrollo.

Il cuore gli batteva rapidamente nel petto. Era incapace di dire se stesse sognando o se fosse sveglio, se fosse per caso finito vittima dell’ennesimo strano sogno di quel periodo così turbolento. Gli ultimi sogni erano stati infatti molto particolari. Erano tutti così ricchi di dettagli e verosimili che gli era difficile, non sempre ma spesso, riuscire a capire fin dove si spingesse il sogno e dove invece rimaneva ancora da qualche parte un barlume di realtà. Era stato un periodo nero e denso, ma anche di cambiamento: la morte della nonna, la malattia della mamma e l’incontro con Vanessa erano stati eventi capaci di modellare la sua vita trasformandola in qualcosa di nuovo. solo Dio sapeva quanto ci fosse bisogno di far cambiare l’aria, in quella casa. Aria e spazio. Evidentemente, il suo inconscio ebbe delle difficoltà a riorganizzare tutti questi nuovi elementi in un insieme ordinato; come in un vaso di Pandora, nel tentativo di infilare tutto nel cassetto della coscienza (o dell’incoscienza, dovremmo dire) qualcosa picchiava contro l’uscio, impedendo che si chiudesse.

Fu mentre questo lampo di pensieri lo attraversava che lo riconobbe.

La sagoma chiara assorbita per due terzi dal buio al di là della porta era quella del suo cane, Rufus. Rimase interdetto. Rufus non era più a casa sua già da almeno due mesi. Due mesi, così tanto? Lo aveva portato dagli zii fuori città perché nel trambusto dell’ultimo periodo aveva l’impressione di non riuscire più ad occuparsi di lui con la dovuta cura. Prima il funerale della nonna aveva portato il nonno a stare con lui e Vanessa per alcuni giorni, e il nonno non aveva un particolare amore per i cani dopo che un pitbull lo aveva azzannato al polpaccio quando era piccolo. Poi il malessere trovato alla madre e il suo ricovero lo avevano costretto a fare avanti e indietro dall’ospedale, spesso impedendogli del tutto di tornare a casa dove Rufus lo attendeva sveglio fino a tarda sera, giorno dopo giorno, solo. Usciva di casa presto la mattina e tornava poco prima di mezzanotte, del tutto esausto, solo per gettarsi sul letto esausto.

Gli dispiaceva trovare Rufus ad attenderlo, con quegli occhioni così grandi e pieni di speranza, il muso allegro immerso in quell’esplosione di peli bianchi, rivolti in tutte le direzioni come raggi solari. Quel cane, quella ridente, gigantesca palla di pelo, era stato per lunghi anni il grande compagno della sua vita. Da diverso tempo tuttavia si era trovato a trascurarlo, e questo non gli piaceva. Meglio metterlo un po’ a stare dagli zii, aveva pensato. Sapevano farci con gli animali, certamente non si annoierà.

Ora Rufus era lì, in attesa sulla soglia della porta. In attesa? In realtà, il cane non dava proprio l’idea di star attendendo nulla. Dava l’idea piuttosto di star guardando. Non “scrutando”, poiché non annusava qua e là, non si guardava intorno alla ricerca di qualcosa, non era attento a movimenti o a suoni inconsulti. Il muso era basso, rivolto al suolo, ma gli occhi erano sollevati e, in quella densa tenebra estiva, riflettevano la scintilla lunare con la luminosità di una torcia nella notte.

L. si stropicciò il volto con entrambe le mani, ancora troppo stordito dal dormiveglia e dal caldo per realizzare appieno tutte le implicazioni di quella possibilità.

«Rufus? Rufus! Bello mio, ma cosa fai qui? Come sei tornato?»

Il cane lo fissava in silenzio, emettendo quel ritmico ansimare come di una macchina industriale del secolo scorso. La lingua gli penzolava fuori dal muso a causa del caldo. Cercava di termoregolarsi.

«Rufus?»

La lucidità gli tornò lentamente nel corso di alcuni secondi, mentre i suoi occhi erano fissi e immobili, persi in quelli del cane.. Gli zii abitavano a circa 3 ore di macchina da lui, più a sud lungo la costa. Come aveva fatto Rufus a percorrere da solo quella distanza, in autostrada, lungo un percorso che non aveva mai visto in vita sua?

«Ru…»

Gli occhi del cane non erano affatto canini. Il suo portamento, nel complesso, non era bestiale, non aveva nulla di quell’innocente frenesia dei setter. Il lunghissimo pelo bianco lo avvolgeva in maniera disordinata, forse più del solito. Le lunghe orecchie nere pesavano sul suo capo come due stendardi mentre il capo inclinato della creatura era piegato quanto bastava affinché gli occhi potessero figgersi sul giovane al di là della porta, ancora abbarbicato al suo letto. Portò con lentezza entrambe le gambe al di là della soglia del materasso, lasciando che i piedi cadessero pigramente a terra. Stava per alzarsi quando qualcosa lo fermò. In un lampo, comprese.Quello non era Rufus.

Non avrebbe mai saputo spiegare, né allora né in seguito, come quella realizzazione lo trovò. Quando lo fece però lo attraversò da parte a parte come una fucilata lasciandolo interdetto. Seppe soltanto che da un momento all’altro ne era diventato consapevole: quell’animale, quell’essere fermo ad osservarlo da al di là dello stipite della porta non era il suo vecchio compagno, Rufus. Ne aveva l’aspetto, ne simulava l’età, ne aveva il pelo, i colori ecc. ma non era lui. La targhetta color oro al collo mancava.

Il pensiero avrebbe dovuto farlo rabbrividire e, se fosse stato più sveglio, forse ne sarebbe rimasto terrorizzato. Lì per lì tuttavia soltanto un lieve timore, un etereo senso di inquietudine giunse ad imprimersi nel suo stomaco. Sentì freddo per un lungo istante, nonostante il caldo straziante della notte estiva e il silenzio del ventilatore rotto nell’angolo al di là del letto.

Deglutì, fissando la creatura che fissava lui. Di scatto, poi, Rufus si gettò all’interno della sala, superando la soglia della porta come un balzo. Si ritrovò all’interno in un battibaleno, saltando all’improvviso sul letto con altrettanta rapidità, il corpo agitato da scosse bizzarre e folli. L. si gettò all’indietro in uno scatto convulso, rantolando in preda ad una paura schiumante, improvvisa. Si strinse al lenzuolo già fradicio con entrambe le mani usandolo come un separè da mettere tra sé e quella creatura ora sul letto con lui. Con suo stupore, tuttavia, l’animale non lo attaccò. Una volta sul letto invece si limitò a distendersi di fianco a lui, con il muso vicino al suo. Il suo alito era tremendo.Tremava, ora. Non poteva controllarsi. Il corpo era squassato da tuoni bianchi e lividi, scosse violente che lo attraversavano come un parafulmini da parte a parte.

Rufus poggiò il muso sul cuscino al suo fianco, osservandolo con quei grandi occhi scuri ancora pervasi dalla schiuma scintillante della luce lunare. Quelli non erano i suoi occhi. Gli occhi di Rufus, il vero Rufus, erano animali e splendidi, innocenti nel gioco, nella caccia e nella noia. Erano occhi che si posavano rapidamente su tutto come se con lo sguardo potesse divorare: la sua fame era proverbiale, i suoi occhi erano soltanto un’altra bocca. Questi non erano gli occhi di Rufus. Questi occhi vedevano. Lui non poteva sottrarsi a quello sguardo.

Giacque immobile a fianco di quell’essere. Non riusciva né a pensare né a reagire. Si stese nuovamente sulla schiena, immobile, sentendo l’alito della creatura vicino a sé. Avrebbe forse dovuto tentare di fuggire, di combattere almeno, ma perché? Tutte queste possibilità gli sembravano vane, assurde. In fondo quell’animale non aveva fatto mostra di volerlo attaccare, non voleva nulla da lui . Cosa sto dicendo? Cosa dovrebbe mai volere un animale! La finestra era semiaperta. Forse, gettandosi fuori di corsa…

Tra quelle parole si insinuò un messaggio. Che il cane non volesse nulla da lui non era vero. Al contrario, voleva qualcosa. Anzi. Era proprio lì per quello. Per chiedergli qualcosa.Pensò di stare ancora sognando, per la seconda volta, o di essere del tutto impazzito. Forse lo stress dell’ultimo periodo era stato eccessivo e non aveva retto così bene come pensava. Forse la malattia della mamma lo preoccupava più di quanto non riuscisse ad ammettere.

Il cane continuava a fissarlo, il muso a pochi centimetri dalla sua guancia. Il fetore era terribile come quello del vero Rufus.

Sospirò, deciso a provare a rivolgergli la parola.

«Rufus - »

Si interruppe immediatamente: quell’essere stava sorridendo. L’essere, Rufus, stava sorridendo. Non con gli occhi lucenti e allegri di un cane che gioca, ma con la bocca, inclinata verso l’alto sotto entrambe le orecchie. Come un umano. Un orrore indescrivibile lo avvolse di nuovo, la stessa sensazione che un uomo di mille anni fa potrebbe aver provato nel sentir parlare delle fate o degli esseri dei boschi, i quali per definizione non hanno nome.

Capì di non potere nulla, che qualsiasi suo piano sarebbe già stato previsto, anticipato. In qualche modo si formò un contatto tra loro due. Ora capiva.

Seguimi.

Così l’animale gli disse. Era un imperativo che non ammetteva proteste. Giacque soltanto ancora una manciata di secondi in silenzio a fissare il soffitto, respirando in modo per quanto possibile regolare per tentare di ritrovare una parvenza di autocontrollo. Sapeva che un secondo imperativo sarebbe arrivato a breve e voleva evitarlo. Si infilò i sandali ai piedi, si alzò dal letto e lo seguì senza protestare. Sapeva che non avrebbe ottenuto nulla. L’animale avanzava dondolando al di fuori della stanza, diretto verso le scale al di là della porta.

Rufus imbeccò il rettangolo al di sotto della porta fatto apposta per lui, uscendone dopo aver sollevato la leggera piastra di plastica con la propria fronte. L. aprì la porta per ritrovarsi al di fuori della propria casa, immerso nella vasta notte estiva. Il caldo era meno insopportabile fuori da casa propria e, di tanto in tanto, una vaga brezza giungeva dalle campagne tutto intorno a rinfrescargli il viso. Era nudo fuorché i boxer scuri che portava addosso, ma difficilmente avrebbe incontrato qualcuno lì a quello, all’incrocio tra le campagne e le colline.

Dappertutto intorno a lui si estendeva nient’altro che una sterminata distesa agreste, campi coltivati e vigne, dove l’orizzonte era intervallato prima dalle bellissime colline coltivate a vite e poi, all’orizzonte, dai vasti terrazzamenti che declinavano sul mare. La vasta luna riempiva di bagliori la piana, delineando con cura le sagome delle cose tutto intorno nonostante l’oscurità. Dove la sua proprietà terminava si riusciva a intravedere presso l’incrocio sterrato il cartello inclinato che indicava da una parte, la città, dall’altra la sua tenuta. Rufus non aveva perso un attimo ad avviarsi verso l’interno del bosco che sorgeva in fondo alla lieve depressione dietro casa sua. Un sentiero di terra battuta vi conduceva. Sembrava sapere bene dove stesse andando.

Lo seguì come in un sogno, ritrovandosi ben presto avvolto da alberi grassi e bassi, con lunghi rami aperti a gettare ponti tra gli uni e gli altri. Lì sotto la luna non penetrava e talvolta doveva seguire il proprio aguzzino intuendone la presenza più con l’udito che con la vista. La pavimentazione del bosco era fatta di sparute foglie secche, morte nel calore atroce dell’estate. Stranamente né zanzare né altri insetti sembravano popolare quel tratto di bosco, e quando furono entrambi dall’altra parte, troppo presto per L., al di là dei rumori sinistri della boscaglia tutto appariva dietro di sé e molto lontano, sorpassato per sempre.

Vi era un capanno oltre il bosco, lì dove Rufus lo aveva portato. Al di là del capanno, i campi di qualche vicino.

Rufus si era fermato in attesa, portando le zampe anteriori l’una vicino all’altra quasi si aspettasse un contentino per il compito che era riuscito a svolgere. Fissava un punto nel vuoto con aria candida, con precisione. Il campo di granaglie era vasto, talmente alto che rendeva impossibile vedere al di là. L’orizzonte era ristretto tra i cereali oramai troppo cresciuti e il bosco tutt’attorno, una zolla di terra morbida schiacciata tra ripiani troppo alti.

Il giovane non era mai stato qui. Guardava Rufus con aria interrogativa, ma il cane era sereno. Cosa c’era dentro al capanno? La struttura lignea era piuttosto piccola per dimensione, un parallelepipedo sbilenco col tetto fatto di assi di ferro arrugginite e chiodi ancora più malmessi, ritorti e cadenti. Vi si avvicinò dubbioso, ma, d’altronde, questa non era la cosa più assurda che gli fosse successa quella notte. Prima di uscire di casa erano le 2:43, ora dovevano essere di poco passate le 3:30. Tra un po’ sarebbe stata l’alba, ma tra quanto? E che differenza faceva? Certe storie possono essere raccontate solo di notte, e perdono di senso una volta che arriva il giorno a raccontar le sue. Passò davanti a Rufus lanciandogli un’occhiata di sbieco. Il cane questa volta anziché permanere nell’attesa gli venne dietro, forse per accompagnarlo. L. ebbe piuttosto l’impressione che volesse assicurarsi di che non tentasse la fuga in alcun modo. Assurdo. Ma la bizzarria non servì a togliergli di dosso l’amara inquietudine che vi fosse qualcosa di irrimediabilmente sbagliato in tutta quella situazione, e che fosse in pericolo più di quanto non si rendesse effettivamente conto. Qualcosa nell’atmosfera, nei colori della notte, nel silenzio gli comunicava quella minaccia. La porta cigolò rumorosamente quando venne aperta.

Nel capanno erano gettati alla rinfusa su un tavolo diversi attrezzi da lavoro: delle pialle, squadre, matite, un secchio verde scuro sporco di ogni possibile colore e varietà di pittura. Alle pareti erano infissi dei chiodi e alcune paia di vecchi stivali anfibi, per terra giacevano martelli, cacciaviti e dei fogli scarabocchiati.

Non sapeva cosa dovesse farci con tutte queste cose. Il dubbio tuttavia gli fu fugato presto.La pala.

Non disse nulla, non si mosse, non rispose. Era ridicolo. Quel tono di voce suonava come un ordine.

Prendi la pala.

Non riusciva a muoversi. Guardava Rufus che guardava lui, non più in attesa nella speranza di ricevere un dono. Allungò la mano verso la pala.

Appena la mano toccò la pala, Rufus ringhiò. Il timbro di luce negli occhi era cambiato, diventando aggressivo, maligno… cattivo. Il giovane si fece indietro, andando a sbattere con la schiena contro i chiodi infissi alle sue spalle. Si fece male ma non ebbe il coraggio di imprecare, però ebbe la forza di continuare a guardare Rufus mantenendo la pala davanti a sé come uno scudo, stretta sul calciolo e sotto la lama di ferro con entrambe le mani. Rufus ringhiava con intensità sempre maggiore, avanzando verso di lui rasente la parete del capanno. Questo diede tempo a L. di uscire e ci mise del tempo a comprendere che proprio questa era ciò che Rufus voleva.

La terra lì fuori era morbida,, uno dei pochi punti della zona nei quali l’umidità della valle aveva permesso al terreno sempre riarso dal sole di non seccare. Il cane era giunto sulla porta del capanno e incombeva da lì, senza uscire del tutto dalla struttura. Lo scrutava come un carceriere scruta il condannato, accertandosi che non divaghi neanche di un metro dallo spazio assegnatogli. Fermo lì sul terriccio umido, in boxer e in piedi, con la pala in mano, L. intuiva che cosa gli stesse venendo richiesto, ma non poteva accettarlo. C’era qualcosa di assurdo nel pensiero che un cane potesse dargli degli ordini, eppure questo era proprio tutto ciò che quella notte era accaduto.Sapeva quello che Rufus voleva da lui.

Voleva che scavasse.

Era ridicolo. Se fosse mai uscito vivo da quella situazione non l’avrebbe comunque raccontato a nessuno, così si ripromise. Sarebbe stato impossibile spiegare che il proprio Rufus, che fino a 3 anni aveva pisciato in casa, che si spaventava per un insetto sul muso o se la pioggia era troppo forte potesse condurlo nei boschi per un’ora e poi intimargli di scavare… che cosa? Una fossa. Rufus voleva che lui scavasse una fossa, una fossa profonda e grande, e qualcosa gli diceva che quella fosse non era destinata al cane ma a se stesso.

Non poteva crederci, non voleva. Restava fermo lì con la pala in mano, spostando lo sguardo alternativamente tra il cane, il terriccio bruno davanti a sé e l’orizzonte, dal quale nessun aiuto mai sarebbe venuto. Se fosse stato più padrone di se stesso avrebbe pianto o perlomeno tentato la fuga. L’assurdità di quella situazione, tuttavia, e il terrore glielo impeivano.

Nell’assurdo, l’assurdo prese forma nell’idea di provare a parlargli. Forse Rufus avrebbe capito, ammesso che quello fosse veramente il suo cane.

«R-Ru.. fus…»

Pala. Scava.

Deglutì. Il cane non aveva emesso un suono ma, in qualche modo, i suoi pensieri lo raggiungevano nella forma di impressioni silenziose.

«Rufus ascoltami, ti prego. Sono io, non mi riconosci?»

No.

Di nuovo quell’impressione.

«E’ perché tu non sei Rufus, vero? Dì la verità».

Io sono Rufus. Tu non sei tu. Per questo non mi riconosci.

Dialettica canina al suo apice. Sudore freddo lungo i polsi. Il peso trascina il corpo di mezzo centimetro a fondo nel terriccio bagnato. Tensione.

«Rufus, torniamo a casa, su. Ti preparo la pappa. Non la vuoi?»

Tu non sei tu fu per la seconda volta l’unica risposta che ebbe.

«Che cosa… significa?»

Mi hai abbandonato. Vero padrone non l’avrebbe fatto.

Il ringhio feroce scomparve dal muso di Rufus mentre comunicava a L. questi pensieri Si impadronì del cane una muta fierezza, una tristezza epica degna del volto di un eroe. Gli occhi scuri del cane, pregni come spugne, scaricarono un boato di solitudine e rammarico intorno a sé, che andò a riempire l’aria circostante. L. lo guardava e per la prima volta poté riconoscere il suo Rufus in quello sguardo chiaro come uno stagno, l’emozione bestiale e pura dell’animale privo di linguaggio.

Quindi… tu non sei tu. Scava.

«Rufus…»

Questa volta il ringhio fu sopravanzato da un abbaio violento e forte, secco come un ordine urlato da una SS.

«Rufus, ascoltami! Ti prego. Ti ho lasciato dagli zii soltanto temporaneamente, perché le cose a casa erano difficili. Non ti ho abbandonato, è la verità, lo giuro! Eri sempre da solo a casa e mi dispiaceva. Ma sarei venuto a prenderti tra poco, lo giuro, lo giuro!»

Scava.

Poi, silenzio. Da Rufus non giunse più un sibilo, né un ringhio né un guaito, nulla. L. attese anch’egli in silenzio, tentando di comprendere quale fosse la vera reazione del cane. Ma essa non venne. Rufus se ne stava semplicemente lì, fermo e muto, ansimando con la lingua di fuori nel tentativo di portare un po’ di frescura al suo corpo afflitto dal caldo. Era assurdo, tutto quello che stava accadendo era semplicemente assurdo. Non poteva e non voleva crederci. Al contempo, però, qualcosa di quello che il cane aveva detto lo aveva colpito. Lui non aveva riconosciuto Rufus e lo aveva preso per una apparenza estranea, soltanto in superficie simile al proprio cane. E se invece fosse stato il contrario, e fosse stato lui ad essere cambiato al punto da non riconoscere più il suo vecchio animale?

Rufus scattò all’improvviso. Le zanne si chiusero sulla caviglia scoperta del giovane, la destra, facendola schioccare con un suono sordo. Dal di fuori non si poteva sentire il suono dei frammenti di osso che venivano masticati e frantumati dalla possente morsa del pastore, ma l’urlo che L. lanciò fu sufficiente a riempire l’intera valle di un suono orribile per diversi lunghi secondi. Rufus non proseguì il suo attacco, limitandosi ad ansimare, feroce, fissando la caviglia masticata di L. Non stava scherzando. Il cane non aveva parlato a caso e non aveva nessuna intenzione di scendere a patti, ora era chiaro.

Gli occhi gli si riempirono di lacrime nel capire che non se ne sarebbe andato da lì. Le ultime speranze svanirono rapidamente: non sarebbe uscito vivo da quella situazione. Prese la pala e iniziò a scavare. Il lavoro di per sé non avrebbe richiesto molto tempo, ma la disperazione e l’impressione che la propria vita sarebbe finita al termine di quell’operazione impressero alle sue alzate un ritmo lento, al quale tuttavia Rufus non obiettò. Mentre lavorava, più e più volte gli giunse il pensiero sconnesso, quasi certamente non diretto a lui: quando tu morto, vero padrone tornerà. Rufus, incapace di concepire il tradimento, aveva pensato che qualcun altro avesse preso le sembianze del proprio padrone e stesse agendo al posto suo. Così, aveva pensato di risolvere la situazione nell’unico modo che conosceva: eliminando la minaccia. Avrebbe in questo modo protetto la casa, ancora una volta.

Appena ebbe concluso, non ebbe il tempo di posare la pala. Rufus gli fu addosso. Le zanne e le unghie fecero il proprio dovere, uno spettacolo che si consumò lentamente sotto gli occhi distratti della luna, ormai stanca delle lunghe ore di servizio. L’alba giungeva, ma si sarebbe presa il suo tempo, attendendo che la tenebra consumasse il suo ultimo pasto.Quando riaprì gli occhi, Rufus era di fianco a lui. Dormiva rumorosamente sul suo stesso letto, col muso e buona parte del corpo poggiato sul suo braccio. Russava, come sempre fin da piccolo aveva russato. Al collo brillava la targhetta dorata. L’aria era agitata appena dal ventilatore acceso ,comprato da poco e posto poco sull’alto comò al di là del letto. Quella sera si sarebbe dovuto recare dagli zii a portare Rufus, poiché il pensiero che il cane restasse così a lungo da solo durante la giornata lo agitava e lo metteva in subbuglio. Proprio all’ultimo tuttavia aveva chiamato per disdire. Non se l’era sentita. Rufus l’avrebbe sicuramente vissuta come un tradimento, una pena che il cane non avrebbe compreso e che lui non avrebbe mai avuto il coraggio di infliggergli. Nel corso di tutti questi anni Rufus era sempre stato il compagno più stabile della propria vita, al di là di qualsiasi problema familiare o sentimentale. Ragazze ne erano passate diverse, così come anche lavori e amicizie. Rufus soltanto era ancora lì.

Dimenticò quel terribile incubo pochi secondi dopo aver aperto gli occhi. Il contatto con il pelo caldo del cane, nel caldo già intenso della stanza, gli dava fastidio, ma quell’afa paradossalmente lo rigettò nel sonno con un tonfo rapido, tanto che non ebbe tempo di rendersi conto di essersi svegliato. Il cane riprese a fissarlo sorridendo, non appena L. si addormentò di nuovo.

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