Storia · capitolo 1

Capitolo 1

Estremo saluto di Daniele Bacchi

Il sacerdote attende la famiglia sulla porta della chiesa, è particolarmente accondiscendente, li accoglie con atteggiamento partecipato e la dovuta empatia, solo un abbraccio più affettuoso ad uno dei più giovani che evidentemente conosce meglio degli altri. Sono appena le nove del mattino, ma il sole è deciso ad appesantire da protagonista una giornata che si annuncia intensa e carica d’emozioni.

Le auto di amici e parenti s’avvicinano a passo lento dirigendosi verso il lato lungo della piazza alla ricerca dell’ombra. Ci si raduna nella frescura che si ridurrà col passare dei minuti per scambiare i primi saluti: le femmine moderatamente eleganti come sanno essere in queste occasioni, mentre il genere maschile di norma ha meno attenzione ai dettagli, ci vuole pazienza, ma alcuni lasciano proprio a desiderare.

L’occasione consente di vedere persone che credevi d’aver dimenticato: hai un’idea vaga di chi siano i più giovani, troppo diversi da quei bambini incontrati l’ultima volta, quando? Forse otto, no, almeno dieci anni fa, all’ultimo matrimonio, o era un funerale? Constati con sorpresa quanto siano invecchiati i tuoi coetanei, tranne qualcuno che pare miracolosamente preservato. Ci si stringe la mano, cordialmente, baci delicati tra le signore e con moderazione verso gli uomini, qualche abbraccio palesemente sincero ed altri falsamente affettuosi nei quali si avverte chiaramente il dolo. Riaffiorano dall’imbarazzo dissapori mai sepolti e riposti in fretta e furia nei cassetti secondari della memoria per partecipare a questa celebrazione alla quale sarebbe vergognoso mancare, si fa buon viso ma non tutti riescono a celare il disagio.

Nel frattempo altri raggiungono alla spicciolata la chiesa da entrambi i lati. Controllano l’orologio, c’è ancora tempo e girano lo sguardo attorno alla ricerca di volti noti, poi abbassano il capo e scompaiono all’interno. Un gruppo di uomini si è dato appuntamento in anticipo al bar del circolo ricreativo, un’occasione per fare colazione insieme e ricompattare le file ricordando il tempo perduto, la scuola superiore, gli scherzi giovanili, la squadra di pallacanestro finita nell’oblio dopo la tenace resistenza dei più giovani per tenerla in piedi, poi sciolta una volta rimasti in tre e ognuno rifugiato a giocare altrove. Hanno deciso di indossare tutti un fiocchetto arancio-azzurro in ricordo di un passato incancellabile.

Con la speranza di trovare sollievo nella semioscurità dell’interno, tanti hanno già trovato posto occupando quasi tutte le panche del lato destro: i vicini di casa, i colleghi di lavoro, gli amici dei figli e le loro famiglie ed altri sconosciuti. Piano piano si riempie anche il lato sinistro, quello nel quale entrano più luce e calore. Come si conviene, sono rimaste libere le prime due file per la famiglia e gli affetti più stretti.

La famiglia schierata all’ingresso ha terminato di porgere i saluti a tutti e si dirige verso la prima fila per prendere posto, il senso di tristezza pesa come un macigno, avvolge la folla e aumenta esponenzialmente ad ogni loro passo verso il feretro che si trova già davanti all’altare, come da precisa disposizione.

Il sacerdote indugia ancora con la famiglia per rinfrescare la memoria sugli episodi più rilevanti da sottolineare nell’omelia, ma più che altro nella speranza che si plachi il cugino autistico Rodolfo il quale ha già fatto la spola tra dentro e fuori una decina di volte ispezionando freneticamente ogni angolo. Conferma che ci sono cento novantasei sedute; calcolando chi è ancora in piedi garantisce che i convenuti sono molti di più, ma relazionerà con cura quando tutti avranno preso posto. Zia Giulia, sua madre, più che provata nel tentativo di arginarlo e dall’inutilità degli sforzi necessari a contenere il suo vociare chiassoso, è ormai sfinita e cerca invano, con lo sguardo, di coinvolgere suo marito e gli altri figli per sedarlo bonariamente in previsione del momento critico nel quale le dodici clarisse del convento attiguo, già schierate nel coro, inizieranno i canti e non vi sarà alcun modo di impedire al buon Rodolfo di unirsi a loro compiaciuto della sua voce tonante.

La cugina Silvana, più previdente nonché più abbiente della famiglia, ha risolto da par suo il problema dei numerosi bambini assumendo una giovane che si occupi di loro concentrandoli in fondo alla chiesa, pur senza colpa le è sfuggito un dettaglio: la prescelta è troppo attraente e provoca una sensibile disattenzione che si doveva evitare.

A due terzi della chiesa, celata dall’ombra e dalla sagoma imponente del confessionale c’è una coppia. Nessuno li conosce e nemmeno li nota, ma loro sanno bene chi sono gli altri. Il giovane uomo che tenta di contenere un certo disagio, alto e comunemente vestito, stringe affettuosamente le spalle di una donna più anziana che trattiene a fatica le lacrime. Lei, compresa in un rigoroso silenzio, Indossa un abito anonimo e quasi scomparirebbe sullo sfondo se non avesse il capo coperto da un velo spesso di pizzo, di quelli che le donne indossavano in chiesa negli anni sessanta, che si rivela perfetto per mascherare il suo volto ed il suo pianto sommesso. Più complicato risulta distogliere la curiosità dall’uomo nel quale i vicini notano una significativa somiglianza che la sua barba lasciata volutamente incolta da giorni non può nascondere.

Per fortuna il sacerdote richiama finalmente l’attenzione dei presenti avviando la celebrazione, cessa il brusio che il ritardo ha reso fastidioso e nessuno si cura più di loro. Tutta la messa procede nella perfetta regolarità, l’omelia è palesemente apprezzata, è decisamente lunga, ma tocca le corde giuste dell’emozione e stringe, chi non potrà più ricambiare, nel caldo abbraccio ideale dei presenti.

La celebrazione termina col saluto accorato dei figli, abbastanza banale da parte quello dal quale ti aspettavi di più, ma gli altri due gradevolmente originali. I presenti, contati uno ad uno dal cugino Rodolfo nel numero esatto di duecento cinquantasei, si avviano mestamente a rendere nuovamente omaggio alla famiglia, tutti tranne due, che durante il saluto finale hanno guadagnato furtivamente l’uscita sfilandosi con cautela dall’ombra del confessionale.

Via via la piccola folla si disperde nella piazza bruciata dal sole. Il calore sconsiglia di indugiare nei saluti e nelle promesse vane di rivedersi presto. In breve si vuota la piazza. Resta l’auto funebre, la famiglia e pochi altri; si radunano le ultime cose con la distrazione di chi ha la mente assorta in ben altri pensieri. Sicuramente dimenticheranno qualcosa, i fiori no, li hanno donati alla chiesa insieme ad una generosa offerta .

Un breve conciliabolo e si parte. Senza dubbio se ne vedono poche di cerimonie tanto appassionate, partecipate e toccanti. Ne sarei sinceramente lusingato e compiaciuto, un vero peccato che tutto questo finisca sepolto con me.

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