Capitolo 1
marco termenana
Milano, domenica 30 agosto 2026
Sono marco termenana.
L’autore di “Mio figlio. L’amore che non ho fatto in tempo a dirgli”.
Il libro, edito a giugno 2021, ormai alla sua quinta edizione, sta facendo il suo percorso.
GIUSEPPE di el grinta, cioè il libro di cui si parla in quanto segue, è il suo antesignano: è sempre la stessa storia, ma scritta di getto e senza filtri perché immediatamente a ridosso della tragedia.
Mio figlio Giuseppe, il primo di tre, a poco più di 21 anni, nel 2014, a Milano, si è tolto la vita perché si sentiva più donna, cioè Noemi, che uomo, ma non riusciva ad affermarsi come tale. I suoi turbamenti erano poi notevolmente aumentati dal suo carattere chiuso ed introverso, che l’aveva portato ad un certo stato di hikikomori.
Per non impazzire, ho scritto GIUSEPPE con lo pseudonimo di el grinta che, rivisto, asciugato e razionalizzato, è diventato “Mio figlio. L’amore che non ho fatto in tempo a dirgli” con lo pseudonimo di marco termenana.
La storia, partendo dalla lettera che Giuseppe ha lasciato a mia moglie e a me, si sofferma sui momenti principali della sua breve vita e sul primo anno senza di lui. È soprattutto una cronaca ed un tentativo di analisi nel cercare di capire dove abbiamo sbagliato, se effettivamente abbiamo sbagliato, noi genitori con un figlio così difficile.
La testimonianza così resa ha ricevuto ed ancora riceve una buona accoglienza ovunque introdotta: premi letterari, scuole, amministrazioni comunali, stampa parlata e scritta, fino ad essere opzionata dalla società di produzione di Roma Zoorama s. r. l., per trasformarla in una sceneggiata per il grande schermo (è in corso la definizione del budget).
Ho fatto davvero il viaggio di cui si parla in quanto segue. Ed anche i personaggi riportati ed i loro tratti sono reali. Ho solo dato un’interpretazione fantasiosa a certi comportamenti e, appunto con la fantasia, mi sembra che mi sono spinto solo un pochino oltre i fatti realmente accaduti.
Ma quello che ho visto con il terzo occhio è davvero solo il frutto di una mente sempre attiva ed in movimento o è una giusta intuizione? Veramente ci muoviamo continuamente tra angeli bianchi ed angeli neri, camuffati e ben celati nella massa, ma non ce ne accorgiamo mai?
Questo racconto è comunque un omaggio a Giuseppe ed a tutti i ragazzi come lui…
* * * * * * * * * * * * * * * *
Stretto di Messina, domenica 4 novembre 2018
"Dotto', mi scusi, ma devo dirle una cosa" mi aveva detto l'omino un po' imbarazzato ed un po' facendosi coraggio.
L'avevo guardato strano: da dove nasceva quell'imbarazzo? Avevamo chiacchierato amabilmente fino ad un attimo prima.
Mi trovavo sul traghetto con il convoglio per andare a Palermo e stavamo arrivando a Messina. Avevo preso il treno da Milano la sera prima ed avevamo viaggiato tutta la notte e la mattina della domenica. Eravamo arrivati a Villa San Giovanni (cioè dove le carrozze del treno venivano "smembrate" per essere imbarcate più agevolmente appunto sul traghetto) in perfetto orario.
L'unico inconveniente del viaggio era stato che, improvvisamente, sin dalle prime ore della mattina, il mio cellulare aveva perso la connessione e questo (mi vergogno a dirlo ma è così!) mi aveva mandato in una crisi profonda perché mi ero ritrovato improvvisamente isolato a bordo di quel treno: non andava più niente: la linea telefonica, la messaggistica tradizionale, whatsup, internet... Niente insomma e, avendo invece vari appuntamenti telefonici al mattino con chi mi stava aspettando in Sicilia, mi ero messo ad armeggiare sulle impostazioni del telefono alla disperata.
Era stato allora che avevo fraternizzato con due su tre (il terzo era un giovane giocatore di pallone di colore della Serie C che quasi non parlava italiano) dei miei compagni di viaggio della cabina dove ero finito, tra cui l'omino: lui e l'altro, un giovanotto che credo ne sapesse più di tutti noi messi assieme ma ugualmente non era riuscito nell'impresa di riconnettermi il cellulare, avevano fatto vari tentativi, tutti infruttuosi.
Alla fine, avevano desistito ma, in compenso, avevamo fatto amicizia (giusto per inciso, preciso che il telefonino aveva poi ripreso a funzionare da solo e di colpo così come si era disconnesso, proprio sul traghetto e proprio poco prima).
L'omino, tra l'altro, era molto affabile e simpatico: bassino, un po' rotondetto, tarchiato direi, capelli e baffi grigi, vestito semplicemente, qualche anno più di me (all’epoca avevo sessant'anni): un tipico "prodotto" delle campagne del nostro Sud.
Aveva cominciato a parlarmi della sua famiglia, della moglie a cui avevano diagnosticato da poco un tumore (mi sembra al fegato), del figlio che lo stava aspettando alla stazione di Messina per ritirare un pacchettino.
Il massimo poi l'aveva raggiunto proprio sul traghetto: durante la traversata, mentre eravamo su uno dei ponti a prendere l'aria di mare, aveva cominciato a raccontare di quando aveva preso il treno la sera prima (mi sembra che fosse salito a Voghera), dove aveva incontrato una banda di ragazzi sudamericani alticci, che brandivano bottiglie di birra in una stazione praticamente deserta e lui aveva temuto per la sua incolumità.
Con noi tre, aveva fatto capannello mentre raccontava e mi aveva fatto venire in mente un film di Carlo Verdone di tanti anni prima, dove l'attore aveva fatto lo stesso capannello in un cortile di un ospedale con degli infermieri, mentre raccontava di un incidente di un ragazzo a bordo di un motorino, perché entrambi gesticolavano e mimavano i fatti che narravano, allo stesso modo e con la stessa platealità.
Al bar di bordo, poi, aveva dato il massimo della sua istrionicità perché aveva offerto il caffè a tutti noi suoi compagni di viaggio, giocatore di colore incluso, dicendo, quando l'avevo ringraziato, che era “un piacere".
Insomma, l'imbarazzo di quel momento, dopo tutti quei segnali di semplicità e di amicizia, davvero era fuori luogo e non si spiegava, a meno che...
A meno che non fosse tutta un'accurata finta ed ora veniva a battere cassa!
Vivevo a Milano da trentacinque anni, di cui i primi dodici passati sul marciapiede, e, in quegli anni, ne avevo viste di tutti i colori e quindi non mi meravigliavo più di niente, neanche dei trucchetti più elaborati e sofisticati.
Insomma, quel "dotto', mi scusi, ma devo dirle una cosa" mi era suonato come una dichiarazione di guerra e mi ero messo subito sulla difensiva, pronto a rispondere dei secchi e granitici no, a qualsiasi richiesta di prestito e di qualsiasi importo.
Tra l'altro, dettaglio da vero professionista da non trascurare, per formulare la sua richiesta, l'omino aveva aspettato che stessimo quasi entrando in porto e quindi che stessimo risalendo sul treno, dove non saremmo più stati soli.
In sostanza, aveva aspettato il momento giusto in cui avremmo avuto solo pochi minuti per stare solo noi due per discutere la sua richiesta.
Infatti, in quel momento, stavo entrando nell'angusto vano della porta del boccaporto che, dal ponte, ci avrebbe portato alle scale in ferro che conducevano giù nella stiva, dove c'era il treno.
Con molta sottigliezza, l'omino era riuscito a far andare avanti gli altri due ed a mettersi davanti a me, di modo da bloccarmi sul ponte (il treno era quasi vuoto e sul ponte eravamo andati in pochissimi passeggeri e comunque anche quei pochissimi passeggeri già erano ritornati verso i propri posti a bordo del treno).
"Dotto', io..." l'omino si era messo nell'angusto vano della porta del boccaporto dall'interno ed ora mi bloccava sul ponte, all'esterno.
Era voltato verso di me e mi guardava fisso negli occhi con quella sua aria da bonaccione affabile e simpatico.
Ero pronto al peggio, ma avevo sbagliato tutte le previsioni e non avrei mai immaginato quello che avrebbe detto dopo qualche secondo...
"Si tratta di Giuseppe."
Avevo avuto l'impressione che le mie gambe stessero per cedere e meno male che eravamo all'aperto ed all'aria fresca dello stretto di Messina!
Giuseppe, cioè il primo dei miei tre figli, a poco più di 21 anni, era morto suicida la notte tra il 24 ed il 25 marzo 2014 a Milano!
Giuseppe si era suicidato precipitandosi dalla sua camera all'ottavo piano del condominio dove abitavamo perché aveva problemi di identità di genere (alla fine non si sentiva né più uomo né più donna e non aveva più retto a questo dualismo). Chiaramente, sin da bambino, era stato un figlio molto difficile e problematico, che viveva barricato in sé stesso e con Lella (mia moglie) e me aveva parlato poco di questo suo dilemma che, per quanto complesso, avrebbe potuto trovare un altro canale di soluzione che non certo quello di porre fine alla propria esistenza ammazzandosi.
Il mio dolore, unito a quello della separazione promossa da Lella dopo 23 anni di matrimonio, proprio pochi mesi prima di quella terribile tragedia e che non si era fermata neanche davanti ad essa, mi aveva spinto a scrivere un libro, con il quale avevo provato a lenire un po' la pesantezza di quella che improvvisamente era diventata la mia esistenza (riuscendoci anche abbastanza bene): GIUSEPPE, edito a maggio 2016, con lo pseudonimo di el grinta, che a maggio 2018 aveva conosciuto la seconda edizione.
Ero dovuto ricorrere ad uno pseudonimo perché Massimo e Sofia, cioè gli altri due figli, ed anche Lella non volevano assolutamente che raccontassi la storia di Giuseppe, così come non lo volevano neanche in quel momento (soprattutto Massimo, che credo si vergognasse delle verità che narravo sul conto del fratello nel romanzo). Ad ogni modo, visto l'argomento, avevo colto le loro ragioni e, almeno la loro privacy, l'avevo tutelata così.
Tra l'altro, stavo andando a Palermo proprio perché, proprio con quel libro, a novembre 2016, avevo vinto il Premio letterario Piersanti Mattarella per la sezione narrativa: benché fossi arrivato al secondo posto ex aequo assieme ad altri otto finalisti, avevo avuto un successo tale nell'Isola che quella era la quarta volta da luglio 2017 che vi andavo a presentare, anzi, il direttore della sede RAI di Palermo, mi aveva offerto la possibilità di incontrare una delegazione delle scuole dove ero stato fino a quel momento, presso il loro auditorium. Possibilità che avevo subito colto e, infatti, uno degli appuntamenti che avevo per il venerdì seguente era proprio quello.
Va bene tutto, ma come faceva l'omino a sapere di Giuseppe? Non avevo detto una parola in merito, durante il nostro processo di fraternizzazione della mattina, né avevo avuto telefonate da cui potesse ascoltare e quindi apprendere.
Avevo avuto diverse interviste televisive che erano finite tutte su Face book ma, per i motivi di privacy di cui ho appena detto, mi facevo riprendere sempre di spalle o con il volto oscurato.
Cosa rispondergli allora?
Con un soffio di voce ero riuscito a dire solo:
"Mi dica."
Il soffio di voce sarà stato anche molto flebile ma era bastato a far andare avanti l'omino con speditezza.
"Non si turbi, io le sono amico. E poi sto per dirle una cosa bella."
Ero sempre più frastornato: l'omino dimostrava di avere psicologia (o comunque attenzione alle mie reazioni) ma qual' era la cosa bella che poteva dirmi? E poi, se era bella, perché tentennava nel cominciare a parlarmi?
"Le faccio una proposta: si ricorda di tutte le volte che ha detto in giro 'perché il Padre Eterno mi ha fatto questo?' o 'perché mi ha punito in questo modo?' od ancora 'non poteva prendersi me e, invece, dei tre, si è preso proprio il figlio più fragile, più vulnerabile, più gracile e che più aveva bisogno di essere protetto?' "
Pausa di un secondo e sorriso furbo.
"Bene, io sono venuto a cercarla per darle la possibilità di pareggiare i conti!"
Ma che diavolo stava dicendo? Come faceva a sapere tutte quelle cose (verissime!)?
Erano due le cose che ripetevo in tutte le mie presentazioni: una che avrei proprio voluto sapere dove si trovava l'Angelo Custode di Giuseppe quando, in quella notte maledetta, si era precipitato dalla finestra e perché non gliel'aveva impedito e l'altra era appunto questa: che avrei dato ben volentieri la mia vita per quella di mio figlio, se lui fosse potuto tornare indietro e la cosa fosse stata fattibile.
Tra l'altro, il nome “el grinta” poi era venuto fuori nei primi giorni, ovviamente ispirato all'omonimo personaggio di John Wayne, con il quale mi ero sentito molto accomunato per la rabbia e la profonda voglia di farsi giustizia da sé, per tutto quello che gli stava accadendo, solo che io avevo individuato in Dio il mio nemico.
(Con il passare dei giorni e man mano che la scrittura andava avanti, avrei potuto anche sostituire lo pseudonimo, scegliendo uno più a tema con gli argomenti affrontati nel racconto, ma mi ero detto che forse era meglio essere il più possibile spontaneo e lasciare le cose così come mi erano venute fuori di getto e perciò avevo lasciato quello: “el grinta”.)
Forse avevo parlato nel sonno durante la notte, lui aveva ascoltato e ci aveva ricamato sopra? Ma io non parlo nel sonno e quella sarebbe stata la prima volta!
E poi come faceva a dire che era nella condizione di darmi la possibilità di pareggiare i conti?
"Naturalmente, deve decidere lei e la mia è solo una proposta", aveva continuato ora sorridendo e mostrando dei denti bianchissimi, ben curati e stonati in quel volto rugoso da contadino meridionale.
Non avevo avuto né la forza e né il tempo di parlare, ma il mio volto incartapecoritosi e resosi rugoso e dubbioso in una frazione di secondo a sua volta, aveva parlato eloquentemente per me.
"Insomma, poche chiacchiere - forti gesticolii della mano destra -: non l'ha detto lei stesso? Perché il Padre Eterno non si è preso me? Lei si dà al posto di Giuseppe e Giuseppe torna indietro! Non è stupendo?"
Avevo sentito forte il bisogno di aggrapparmi al vano della porta del boccaporto ed avevo sentito glaciale il legno verniciato di bianco di cui era fatta, sotto le dita che lo stringevano forte...
Ma quell'uomo era un pazzo? Soprattutto sragionova! Avevo capito bene: mi stava proponendo di suicidarmi? Ed a che pro, soprattutto?
Non mi vergogno a dirlo, ma avevo perso tutta la mia sicurezza ed avevo balbettato.
"Ma io..."
"Ma lei niente! È semplicissimo: salta dalla ringhiera ed il gioco è fatto!"
Era proprio così: l'omino mi stava proponendo di suicidarmi...
Non avrei avuto il minimo dubbio che si trattasse di un folle, se non per un aspetto: come faceva a sapere di Giuseppe e quello che andavo a dire in giro su di lui, almeno per quella parte così essenziale di tutta la vicenda?
E qui, scusate, ma mi devo spiegare meglio: ora intendo (contrariamente a quanto ho posto poco fa la stessa domanda) non come faceva a sapere che avevo un figlio di nome Giuseppe ma, piuttosto, che avevo sempre detto che avrei dato ben volentieri la mia vita per quella di mio figlio?
E magari sapeva pure che ce l'avevo a morte con il Padre Eterno e non mi limitavo mai a non dirlo!
Ecco era questo quello che dava credito all'omino e, soprattutto, alla sua proposta...
Se non ci fosse stato questo aspetto, essa sarebbe stata il vaniloquio di un demente.
Ed invece...
"Oh, intendiamoci: deve fare tutto da solo ed io non posso aiutarla."
Aveva ripreso a gesticolare come Carlo Verdone ed anche la mimica e la scrollata di spalle che aveva fatto quando aveva detto "è semplicissimo" era davvero di una grande semplicità e, all’apparenza, sembrava che la sua volontà non si sarebbe mai associata ad una proposta come quella che mi stava facendo: mortale.
Non so come e perché, ma avevo cominciato a riprendermi ed il sangue aveva ripreso a circolare con regolarità nel mio corpo.
"Insomma, è venuto ad incassare?"
"Bravo! Lei ci piace perché è intelligente."
"Perché ha aspettato tanto?"
"E no, caro mio...! Noi dovevamo essere sicuri."
Ora parlava al plurale...
"Cosa devo fare?"
Ancora semplice scrollata di spalle e mezzo sorriso furbo:
"Ma gliel'ho detto: salta giù dal parapetto ed il gioco è fatto. È fortunato che siamo ancora in alto mare."
"No, forse non mi sono spiegato: cosa devo fare per essere sicuro che non mi frega e che Giuseppe davvero torna indietro. O si pensa che le do la mia vita così e per una "cosa" così particolare poi?"
Il sangue circolava sempre più regolarmente ed io ero ritornato freddo e calcolatore. Almeno così mi sembrava...
Naturalmente, non avevo la minima intenzione di suicidarmi, anche qui almeno così mi sembrava, solo che volevo capire fino in fondo cosa stava succedendo.
"Ma andiamo, dotto'. Le ho detto tutto quello che ha pensato in questi anni sullo scambio della sua vita con quella di Giuseppe da quando c'è stata la tragedia, ed ancora vuole delle garanzie? Lasci stare e faccia fare a noi. E poi io sono solo un povero contadino. Sono stato mandato solo per incassare materialmente, ma, per il resto, non so spiegarle queste cose che appartengono alla fisica ed alla chimica. Ma poi che bisogno c'è?"
C'era qualcosa di illogico. Di strano. Di inverosimile. Ma soprattutto di innaturale...
Un brivido mi aveva attraversato la schiena.
Lo stesso brivido che, entrando in stazione a Milano, avevo avvertito la sera prima: subito dopo l'entrata che avevo percorso, ad una macchinetta self service di Trenitalia, c'era un ragazzo asiatico che stava cercando di acquistare un biglietto, solo che aveva tanto di quel danaro dietro che banconote da 200 €uro, mal riposte e mal custodite nel portafogli che aveva in mano, gli stavano per cadere. Mi stavo quasi per fermare per avvertirlo che così era un bersaglio davvero facile, soprattutto a quell'ora ed in quel posto, e che doveva muoversi o comunque almeno togliere quel portafogli dalla vista, quando ero arrivato al primo dei tapis roulant che portavano di sopra, ai treni, ed ero stato superato di forza da un gruppetto che procedeva spedito e con passo marziale.
Nel gruppetto c'era un ragazzo di colore sui vent'anni ben vestito con le mani ammanettate dietro la schiena (chissà dai proventi di quale rapina provenivano quegli abiti, avevo pensato subito), con a fianco un agente di polizia che, davvero molto guardingo, gli teneva un braccio sulle spalle e nell'altra mano aveva già pronto un manganello, e dietro tre giovanissimi soldati in mimetica, meno vigili e tesi del poliziotto, ma con imbracciati dei mitra neri enormi.
“Cristo, dove sei?” mi ero detto. “Possibile che consenti tanta disparità?”.
Un ragazzo che non sa dove mettersi i soldi, in un punto, e, poco più avanti da lì, un altro ragazzo della stessa età, che chissà in quale carcere viene scortato.
Ma tu vuoi proprio sfottere? Almeno non abbinarli!
Là avevo avuto il brivido freddo nella schiena...
Quello stesso medesimo brivido freddo che avevo rivissuto in quel momento e, tra l'altro, mi era venuto il dubbio che quello che avevo visto la sera prima era una specie di avvertimento per quello che mi stava capitando in quel momento.
Un presagio, insomma.
"Ancora?"
La voce forte e stentorea dietro di me mi aveva distratto da quei pensieri e riportato, non dico alla realtà, ma almeno a quegli attimi.
Era il giovanotto che viaggiava con noi in treno e che la mattina aveva cercato di aiutarmi con il cellulare senza riuscirci, pur dandomi l'impressione che ne sapesse più di tutti noi messi assieme.
I suoi occhi di un verde chiarissimo erano duri ed il suo sguardo era glaciale.
Credevo che fosse sceso assieme agli altri al treno giù in stiva ed invece, improvvisamente quanto silenziosamente, si era materializzato alle mie spalle.
Si rivolgeva all'omino nello stesso modo e con la stessa insofferenza con cui ci si rivolge ad una persona di servizio (anzi no, proprio ad un servo!) disobbediente e fortemente recidivo nell'errore.
L'omino aveva subito cambiato aspetto: era diventato improvvisamente paonazzo ed aveva preso a farfugliare.
La mimica facciale e le semplici scrollate di spalle erano ritornate a caratterizzarlo.
"Ma io non c'entro niente! - Aveva cominciato a balbettare, sputacchiando e schiumando mentre farfugliava. - È lui che va in giro dicendo che darebbe volentieri la sua vita per quella del figlio. Sono venuto solo ad incassare!".
Pausa.
"E pure ad aiutarlo!".
Altra pausa.
"E poi mi ci hanno mandato ma non dipende da me. Mica decido io!".
Era evidente che la reazione era dovuta non perché era stato colto in flagrante, aspetto di cui non si preoccupava minimamente, ma perché sentiva che l'”affare” gli stava sfuggendo dalle mani, proprio quando, almeno dal suo punto di vista, era ad un passo dalla sua positiva conclusione.
"Guarda cosa capita ad interessarsi degli altri! E così che vengo trattato? Non lo merito!".
"Basta. Vattene. E di corsa!".
Aveva replicato il giovanotto deciso.
Immediatamente l'omino era scomparso giù per le scale di ferro e si era precipitato davvero di corsa in un acciottolio di passi farraginosi, resi ancora più rumorosi dal metallo delle scale, su cui doveva pestare i piedi con veemenza, e che perciò rimbombavano forte propagando nell'aria l'eco di tutta la sua rabbiosa energia frustrata.
Il ferro delle scale aveva dunque reso ancora più rumoroso quell'acciottolio, ma poi c'era stato un attimo di silenzio.
"Dottore, torni anche lei al treno."
Ora, dopo quell'attimo di silenzio, il giovanotto si rivolgeva a me ed il tono era completamente diverso: era tenero, come si parla ad un bambino disperato ed inconsolabile per la perdita del suo bene più prezioso avvenuta per di più con profonda ma irrimediabile ingiustizia.
"Qui fa freddo. Che vuole andare in RAI con la febbre e senza voce venerdì?"
Silenzio...
Anche lui sapeva...
Quella voce era quasi una musica dolcissima. Un vero toccasana. Impossibile non ascoltarla.
Senza dire neanche una parola, avevo attraversato il vano della porta ed avevo cominciato a percorre i primi gradini di ferro che mi avrebbero portato nella stiva e quindi al treno.
Questa volta però il ferro delle scale non aveva propagato nessun acciottolio ed io ero silenziosissimo.
"Dottore, non li ascolti questi ciarlatani. - Aveva detto il giovanotto mentre avevo fatto questi primi gradini e gli davo ancora le spalle. - Purtroppo, Giuseppe non può tornare indietro. E qui non c'entra né la fisica e né la chimica. Lo sa anche lei. Il suo sacrificio non servirebbe proprio ad un bel niente, se non a togliere il papà a Sofia ed a Massimo ed il marito a sua moglie."
Mi ero voltato per cercare di rispondere qualcosa di sensato ed a tono, ma lì i nostri sguardi si erano incrociati, rendendo superfluo, anzi addirittura dannoso, qualsiasi mio commento.
"E poi, dottore, mi scusi, un'ultima cosa, forse la più importante di tutte: non ce l'abbia con nessuno: il Collega quella notte ha fatto davvero l'impossibile ma Giuseppe era inarrestabile... Sono quelle cose che vanno così e non si capisce perché!".
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