Capitolo 1
Cammina lento nella foresta, Giunco, in cerca dei legni giusti da ardere, per riportarli al villaggio. Non ha mai costruito una pira ma la madre piangente gli aveva indicato come fare. Appoggia nel carretto grossi tronchi e tanti piccoli fusti già secchi. Il corpo del fratello lo aspetta impaziente a casa, dove il fuoco ed il fumo insieme alle preghiere dei vivi restituiranno la sua anima al cielo da dove provengono tutti gli abitanti della terra. Strappato alla vita troppo giovane, il fratello era destinato ad essere un nobile guerriero e naturalmente orgoglio della sua famiglia. Giunco, strappato troppo presto dal seno materno e nato infermo e debole avrebbe fatto meglio ad essere lui restituito al cielo prima del fratello, della madre e di tutto il villaggio. Con la colpa di essere sopravvissuto al guerriero, Giunco raccoglieva la legna per la pira. Senza fretta sulla via del ritorno il sentiero si faceva via via più tortuoso e la legna sempre più pesante, non ha i muscoli né la forza del fratello, Giunco. Arrivato nel villaggio, l’accoglie la madre ancora piangente pronta a bruciare il corpo del figlio minore ma più forte nonché defunto, Frasca. Dopo poche ore la pira è pronta per il rituale funebre atteso al tramonto. Arriva il momento, Giunco non c’è, nessuno lo cerca. Si è diretto al fiume dove i pesci al calar del sole vanno a mangiare e l’acqua è limpida e fresca e il suo scorrere diventa il solo suono della foresta. Lo sguardo è diretto al cielo. La luce del fuoco, il fumo, i lamenti e le preghiere in lontananza si fanno intense. Giunco saluta il fratello, sembra davvero che la sua anima liberata dal fuoco abbandoni la prigionia del suo forte corpo e si diriga verso l’apparire delle stelle notturne. Ma i pesci nuotano indifferenti e Giunco allora è proprio come loro. No non è come loro si dice, ritorna quindi sul sentiero del villaggio. Al suo ritorno il villaggio è deserto. Non resta che il bagliore della pira ormai morente e l’odore di carne bruciata, la cenere viva di una vita volata via. Va dalla madre e l’abbraccia. Perché il cielo reclama la protezione della famiglia e ne risparmia l’infermità? Solo dolore, risponde la madre, provo per mio figlio, non questiono certo il volere del cielo. Rabbia, risponde il nonno, provo per il cielo. Cosa prova dunque Giunco? Certo amore provava per il fratello e si sentiva più sicuro a camminare per la foresta, a cacciare in mezzo ai serpenti e i predatori. Doveva morire anche lui ora? Restituire al cielo, al fratello la sua piccola appendice? Nessuno al villaggio lo pensava eppure gli occhi di Giunco leggevano questo nei loro volti scuri.
Giunco tornò alla pira quando le braci erano ormai ferite scure nel buio, puntini di un cielo caduto a terra. Il villaggio dormiva nel rassicurante abbraccio delle preghiere sussurrate, convinto che il cielo avesse accolto il guerriero. Giunco si avvicinò, trascinando il corpo che non voleva collaborare. Ogni passo era una preghiera negata, un inciampo nella materia. Si inginocchiò dove le fiamme avevano divorato la carne di Frasca. Le sue mani, abituate a cercare legna secca e radici, affondarono nella terra ancora calda. Non cercò cenere. Cercò calore. Chiuse gli occhi, aspettandosi il vuoto che il cielo gli aveva sempre restituito. Invece, la terra rispose. Sentì un fremito sotto i palmi, un battito lento, profondo, che non aveva nulla a che fare con la fretta del guerriero. Era una pulsazione densa, che risaliva lungo le sue braccia deboli, entrando nelle ossa, parlando il linguaggio della stanchezza e del peso. Non sei volato via, pensò Giunco, e il suo corpo infermo sembrò improvvisamente più leggero, ancorato a quella vibrazione. Il cielo, lassù, restava un soffitto gelido e indifferente. La terra, invece, era un ventre. Capì in quel momento che il Dio del cielo era una menzogna costruita per non dover guardare il fango; era il Dio dei sani, di chi può camminare guardando le stelle senza temere di cadere. Ma lui, il caduto, il debole, il prigioniero di un corpo che lo teneva sempre rivolto verso il suolo, aveva appena trovato la sua casa. Il dolore, che prima era una lama, divenne un legame. La prigionia del suo corpo non era una condanna, era l'unico modo per percepire la voce del Dio vero. E quella voce non chiedeva sacrifici né anime; chiedeva solo di restare, di marcire, di nutrire, di essere parte. Giunco non aspettò l’alba. Il villaggio, nel suo silenzio notturno, gli sembrava un organismo rigido che soffocava nel proprio respiro, un luogo dove ogni vita era misurata in base alla sua utilità per il cielo. Ogni capanna, ogni giaciglio, ogni croce di legno puntata verso l'alto gli ricordava la pira di Frasca e la presunzione di un popolo che preferiva bruciare i propri cari piuttosto che accoglierli. Si allontanò zoppicando. La sua andatura incerta, un tempo motivo di vergogna, ora diventava un modo per saggiare il suolo. Ogni passo irregolare era una domanda rivolta al terreno; ogni radice che gli si parava davanti era un ostacolo che lo costringeva a guardare dove poggiava i piedi. Lasciarsi il villaggio alle spalle significò abbandonare l’illusione. Entrando nella foresta, la percezione del mondo cambiò radicalmente. Qui, il cielo non era che un soffitto lontano, spesso oscurato dalla fitta trama delle chiome. Non c'era nessuno a dire a Giunco che doveva essere "restituito" o che il suo corpo era un errore. Nella foresta, il principio del "guerriero" non esisteva. Esisteva solo il principio del "crescente" e del "decadente". Giunco si inoltrò dove gli alberi si facevano più fitti e il muschio ricopriva tutto come una pelle vellutata. L’aria qui era diversa: pesante, satura di umidità e di quell’odore dolciastro di terra bagnata che non era cenere, ma humus. Era l'odore del Dio che cercava. Si fermò davanti a una quercia secolare. Il tronco era contorto, segnato da cicatrici, nodoso, quasi deforme nel suo sforzo di arrampicarsi verso la luce. Non era perfetto. Non era un guerriero dritto e slanciato. Era un sopravvissuto. «Anche tu,» sussurrò Giunco, poggiando la mano sulla corteccia ruvida. Sentì, sotto i polpastrelli, la stessa vibrazione che aveva avvertito tra le ceneri di Frasca. Non era una voce, era una pressione. La foresta non parlava di anime eterne; parlava di radici che scendono nel buio, di foglie che tornano fango, di una vita che non ha bisogno di salire per essere divina. Il significato non era altrove, nel cielo; era qui, in questo eterno, silenzioso lavoro di trasformazione. Il villaggio reclamava l'ascensione. La foresta, invece, reclamava l'appartenenza. Giunco si sedette ai piedi della quercia, sentendo finalmente la propria infermità come una condizione di equilibrio: egli era il primo a stare abbastanza vicino alla terra da poterla ascoltare. La foresta, però, non era il paradiso che Giunco si era illuso di trovare lontano dalle liturgie del villaggio. Non c’era la protezione del fuoco, non c’era il conforto del fumo che portava le preghiere lontano. Qui, nel ventre della foresta, il silenzio era un predatore in agguato. Mentre si addentrava in una gola dove la luce faticava a filtrare, una radice viscida tradì il suo piede incerto. Giunco cadde. Il dolore gli risalì la gamba come un'ondata di fuoco freddo, bloccandolo contro il terreno. In quel momento di debolezza, un fruscio secco e metallico squarciò l’aria: una vipera, attirata dal calore del suo corpo contro il suolo freddo, si era sollevata a pochi passi da lui. Il terrore lo paralizzò. Al villaggio, gli avrebbero detto che quella era la maledizione del cielo per la sua fuga. Ma lì, disteso nel fango, Giunco sentì qualcos'altro. La vipera non era malvagia, né portatrice di un castigo divino. Era solo vita, mossa da una fame primordiale, la stessa che muoveva le radici degli alberi e il ciclo delle stagioni. Era il Dio-Terra che reclamava attenzione, che non chiedeva preghiere ma consapevolezza. Giunco non gridò. Non cercò il cielo. Invece, guardò la vipera dritta negli occhi, accettando la propria fragilità. Si accorse che, in quella condizione di estrema vulnerabilità, la sua "prigionia" — il corpo malato, le gambe deboli, la sofferenza costante — lo rendeva incredibilmente quieto. Non aveva la frenesia di chi vuole scappare, né l'arroganza di chi vuole dominare. Era semplicemente una parte del suolo, proprio come il sasso, il muschio e il serpente. La vipera oscillò, poi, forse avvertendo la sua immobilità quasi minerale, tornò ad adagiarsi tra le foglie secche, scivolando via nel buio. Giunco rimase immobile, col respiro che si mischiava all'odore della terra umida. Il cuore, che prima batteva col battito di un uomo terrorizzato, ora batteva con la stessa cadenza del bosco. Capì in quel momento una verità che avrebbe fatto rabbrividire i saggi del villaggio: la divinità non vuole salvare il tuo corpo, vuole consumarlo. Il significato non era trovare una via di fuga verso l’alto, ma accettare la propria decomposizione, il proprio essere materia che si trasforma. Il suo corpo infermo non era una prigione, era il ponte che gli permetteva di non essere più un estraneo alla Terra, ma di esserne parte integrante. Si rialzò, zoppicando ancora più pesantemente, ma con una lucidità nuova. Non cercava più la salvezza. Cercava il posto dove, un giorno, il suo corpo sarebbe tornato a nutrire ciò che stava calpestando. Giunco non era più Giunco. Le gambe che aveva sempre trascinato con vergogna ora non erano che materia in attesa, carne che il bosco si prendeva senza fretta. Si sdraiò tra gli aghi di pino e le foglie marce, dove la terra era più nera e grassa. Chiuse gli occhi e smise di aggrapparsi al suo nome. Al villaggio, la madre e il nonno si tenevano stretti alla memoria del morto, accendendo fuochi per non accettare che non fosse rimasto più nulla. Ma qui, nel buio tiepido sotto le radici, il nome non serviva a niente. Pensò ai vermi. Non come a qualcosa di schifoso, ma come ai veri operai di quel posto. Erano loro le mani della terra che venivano a sciogliere i nodi del suo corpo malandato. Sentì la pelle farsi porosa, le barriere tra il suo sangue e la linfa degli alberi svanire. Io sono la terra, pensò, mentre il cuore rallentava fino a battere allo stesso ritmo del bosco. Il mio dolore non è più un peso, ma concime. Non c'era nessuno lassù a guardarlo, nessun dio del cielo a volere la sua anima. Non c'era più il fratello guerriero, né la colpa di essere sopravvissuto. C'era solo un disfarsi lento, un ritorno a casa. Ogni pezzo di carne che cedeva alla decomposizione era una sbarra in meno di quella gabbia in cui era vissuto. La dissoluzione non era una fine spaventosa, ma un allargarsi. Giunco si stava colando dentro il bosco. Non era più un uomo che stava morendo: era il bosco che, attraverso di lui, ricominciava a respirare. Le stagioni passarono. Lì dove Giunco si era lasciato andare, la terra si gonfiò. Non uscì un albero dritto e maestoso, ma un tronco strano, nodoso, con i rami che si avvitavano su se stessi come se cercassero di tornare verso il basso. Era un albero storto. Cresceva lento, sgraziato, occupando lo spazio con fatica, proprio come faceva Giunco. Ogni volta che il vento soffiava tra le sue foglie, emetteva un sospiro profondo. Non cercava il cielo, ma teneva la terra stretta. Giunco non era più prigioniero
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