Critica della ragion domestica
Critica della ragion domestica
«Sandy: Ma lo sai, questo tuo essere casalinga e donna d'affari è veramente...
Kirsten: Fastidioso?!
Sandy: Eccitante... fastidiosamente eccitante!»
— The O.C.
Il dramma cova sotto l'apparente tranquillità di una mattina come tante. Basta una maledetta telefonata, che annuncia l'arrivo di ospiti inattesi, per scatenare la furia incontrollata del nostro nume tutelare.
Colei che governa le nostre vite, con la competenza di mille maggiordomi elisabettiani, nel giro di pochi istanti si trasforma in un essere irriconoscibile Parla una lingua sconosciuta, un impasto di attico, illirico e miceneo antico, condito da urla e strepiti. Di umano sembra non esserle rimasto più nulla. Eppure, un tempo, era stata una donna, una madre e, forse, perfino una moglie.
Il Terrore dei Sette Divani abbandona senza rimpianti lo scorrere ipnotico dei tonni in crosta di pistacchio, propinati in televisione dalla santa pastorella abruzzese e si prepara allo scontro imminente. Volando sulle pattine rosa a doppio strato felpato, impugna il mocio come una lancia da torneo medievale.
Noi restiamo immobili, con le spalle al muro, osservando quel corridoio che non sa ancora quando «l'orma di un tal piè mortale la sua cruenta polvere a calpestar verrà».
La trasformazione ormai è compiuta. Lei è pronta ad affrontare la madre di tutte le battaglie: difendere, a costo della vita — della nostra, naturalmente — l'immagine di una casa linda e pinta, orgoglio della famiglia e invidia dell'intero vicinato.
Come Spartaco prima di entrare nell'arena, procede all'accurato lavacro del viso con acqua di rose, cancellando gli ultimi residui della maschera di creta liquida. Quindi, fiera e altera, indossa in religioso silenzio i paramenti da combattimento.
Per primo compare un elmo immaginario di rutilanti bigodini mimetici.
Poi si infila, come fosse un giubbotto antiproiettile, il golfino rosa shocking di lana mohair e recupera dal nascondiglio segreto sotto il mobile dei detersivi il filo di perle di fiume: unico ricordo della comare Nannina, emigrata anni prima in un paesino sperduto dell'Australia.
L'ora X è scattata. Gli ordini piovono perentori, taglienti come scudisciate. Ogni macchia, ogni alone, ogni capello vagante vengono individuati e condannati senza processo. Porte, finestre e tavoli: qualsiasi superficie raggiungibile dall'occhio nemico finisce sotto un'ispezione tanto minuziosa da far impallidire i RIS.
«Sia ben chiaro» ci comunica fissandoci con occhi fiammeggianti, «chiunque venga sorpreso a lasciare una pur minima impronta sarà passibile di pene corporali e indicibili ritorsioni».
La cucina diventa immediatamente territorio off-limits. Il frigorifero viene piantonato con sistemi d'allarme degni di una base militare. I bagni vengono chiusi a chiave dopo l'ultima chiamata all'evacuazione: qualsiasi improvvisa esigenza dovrà essere rinviata a data da destinarsi. Anche i riposini pomeridiani vengono aboliti. Letti e divani devono rimanere intatti, e presentabili.
Tutti, in perfetto assetto di guerra, partecipiamo al briefing tattico preliminare alla visita. Ognuno indossa, come una vera divisa, gli abiti riservati alle grandi occasioni. Ai piedi calziamo le immancabili pattine nuove rinforzate: autentici anfibi della guerra domestica.
Le regole d'ingaggio sono poche, ma inflessibili. La prima viene formulata con apparente garbo, benché il significato non lasci spazio a equivoci: «Nessuno osi chiedere un caffè!».
Lei, davanti agli ospiti e per pura cortesia di facciata, pronuncerà l'immancabile invito con quella sua aria leziosa, infingarda e palesemente insincera. A noi spetterà il compito di respingerlo con fermezza: sarà sufficiente un semplice cenno di diniego con il capo.
Tra i divieti assoluti c’è quello di agguantare i preziosissimi biscottini alla finta mandorla custoditi nel porta-bonbon di biscuit.
Ci viene pomposamente assegnato il protocollo ufficiale della conversazione. Nei rari momenti in cui non sarà lei a monopolizzare la parola, sarà consentito sfiorare la politica, purché non sia quella locale; accennare agli acciacchi, ma solo se lievi e rigorosamente temporanei; evitare qualsiasi riferimento al sesso, questo illustre sconosciuto; astenersi da ogni critica alla sua santissima persona; non divulgare le reali condizioni economiche, sentimentali o comportamentali della famiglia.
Infine, durante il rituale commiato sulla porta, sarà obbligatorio mantenere un sorriso da ventiquattro carati per tutta la durata della cerimonia, che — secondo una tradizione ormai consolidata — non potrà mai essere inferiore alla mezz'ora.
Ma il peggio deve ancora venire. Esiste infatti un'ultima comunicazione di servizio, quella che riguarda il dopo battaglia.
Quando la pugna sarà finalmente conclusa e il silenzio tornerà a posarsi sulla casa come un balsamo, sarà tassativamente proibito precipitarsi in bagno con le brache in mano o assaltare la cucina alla disperata ricerca di qualcosa da mettere sotto i denti.
La scelta più saggia — sentenzia l'Altissima con la solennità di una Giovanna d'Arco in grembiule — sarebbe osservare un salutare digiuno, così da preservare il più a lungo possibile l'ordine appena riconquistato.
Solo allora potrà avere inizio il debriefing finale.
Come da consolidata prassi, viene convocata una riunione straordinaria in salotto durante la quale lei, con l'autorevolezza di un generale reduce da una campagna vittoriosa, procede al resoconto ufficiale della serata appena trascorsa.
L'evento, naturalmente, viene descritto come un trionfo assoluto, costellato — a suo dire — dalle più sincere manifestazioni di stupore, ammirazione e gratitudine da parte degli ospiti.
Apprendiamo così che la casa non è mai apparsa tanto linda, l'arredamento tanto elegante, l'accoglienza tanto impeccabile e la padrona di casa tanto instancabile quanto in quella memorabile occasione.
Ogni complimento viene diligentemente registrato, opportunamente ampliato e infine restituito ai presenti con la precisione di un verbale notarile, affinché nessuno possa sottovalutare la portata storica dell'impresa compiuta.
Solo quando l’elencazione si può dire definitivamente conclusa ci viene concesso di intervenire. Non già per esprimere un'opinione — ipotesi del tutto fantasiosa — bensì per fare ammenda dei nostri errori, involontariamente e forse inevitabilmente commessi nel corso della giornata, nonostante il suo insegnamento continuo e la sua instancabile opera educativa.
Noi ascoltiamo in religioso silenzio, annuiamo al momento opportuno e, con il capo leggermente chino, accettiamo il verdetto senza neppure tentare una timida autodifesa.
Del resto, chi potrebbe mai contestare il giudizio della nostra personale «Madre Teresa protettrice del focolare», custode inflessibile dell'ordine domestico e garante suprema della buona reputazione familiare?
Adesso che finalmente il sipario è calato sull’assurda rappresentazione, il silenzio riprende possesso della casa con la stessa cautela con cui era stato costretto ad abbandonarla qualche ora prima.
Nessuno osa sfiorare le maniglie né avvicinarsi al divano con l'abbandono di chi sente conclusa la giornata. Ci muoviamo tutti con la prudenza di artificieri chiamati a disinnescare un ordigno ancora attivo, ben sapendo che basta una briciola sul pavimento o un'ombra dimenticata sul tavolo per riaprire improvvisamente le ostilità.
E così, mentre la quiete torna lentamente ad avvolgere le stanze e l'ordine domestico si è finalmente ristabilito, ci concediamo l'illusione che l'emergenza sia davvero terminata.
Un'illusione destinata, come sempre, a durare soltanto fino alla prossima telefonata.
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