Capitolo 1
Il potere della neve
Mi sono accorto che nevicava stanotte verso le tre, quando i rumori della strada, solitamIente esasperanti, si sono ammorbiditi e le auto, passando sotto la finestra della camera da letto, producevano un crepitio gentile a contatto con la neve fresca.
Nevica! ho esultato muto sgattaiolando fuori dal letto, in preda all’eccitazione e alla stessa euforia di quando ero bambino e mi inebetivo alla finestra, inseguendo con la bocca aperta le piste dei fiocchi di neve che come per magia, trasformavano in poche ore lo squallido e grigio quartiere in cui abitavo, in un paese incantato dove voci e rumori parevano galleggiare.
Era ancora molto presto. Silenzioso come un gatto sono andato in bagno, ho chiuso la porta, ho alzato un poco la tapparella e spostato la tenda. Nevicava davvero. Ho aperto un’anta e fatto un respiro profondo. L'aria era fresca e fine. Neve copiosa correva giù dal cielo e nella luce acida del lampione, enormi fiocchi si contorcevano e rollavano per spingersi e cadere giù cancellando, neanche tanto lentamente, la lordura della strada.
Poche altre cose sanno elevarmi a tale stato di grazia.
Una linea netta e precisa aveva reciso all'orizzonte lo spazio. Cielo gonfio e soffice sopra, spazio libero, sciolto da perimetri e confini e forme, subito sotto. Dilatato all'infinito.
Perfetto! Potrebbe essere un Natale perfetto.
In quel momento mi sono trovato un pochino sciocco; un eterno bambino di sessant'anni che ancora non capisce perché la neve lo renda tanto felice.
Mia moglie mi considera un inetto. Un caso disperato per tante discutibili ragioni che non sto più ad ascoltare. Anche riguardo alla neve, lei, a differenza mia, va in ansia, irritata dai rallentamenti, dagli ingorghi e dal pantano che in genere ne consegue. Una vera sciagura, dice lei con astio. A me invece non interessano viabilità in tilt e paciugo per le strade.
Lo spettacolo della neve è impagabile. Un dono quando capita.
E così tra un pensiero e l'altro, senza quasi accorgermene si è fatto giorno e non stavo più nella pelle. Altro che il solito Natale. Questa è l’occasione giusta per renderlo speciale.
Sono andato in cucina a preparare il caffè e mia moglie si è materializzata alle spalle, dopo qualche minuto, attratta dal borbottio della moka e dal profumo della miscela.
- Già sveglio?
- Nevica.
- Oh no!
- Buon Natale Marta.
Mi sono avvicinato con una tazzina di caffè fumante e le ho dato un bacio sulla guancia.
- Buongiorno e buon Natale!
Non ha risposto. Fredda e distante pensava già ad altro e non ho avuto il tempo di finire il mio caffè, che, come al solito del resto, ma in particolare quando nevica, ha iniziato a sbraitare per la casa e a inveire contro il cielo e a pronosticare un'imminente sciagura e ovviamente a darmi dell’infantile e del menefreghista, che per misteriose ragioni si esalta alla vista della neve.
- Ma proprio oggi deve nevicare? Faranno tutti tardi. Vedrai che disastro sulle strade. Se non smette di nevicare qui non arriva nessuno. E non capisco la tua allegria. Sei matto da legare.
Per un po' ho fatto l’indifferente canticchiando sottovoce. Mi ero svegliato di buonumore e non avevo nessuna voglia di starla a sentire e tantomeno permetterle di inquinare il mio tempo, così l'ho raggiunta in camera e con gentilezza le ho preso la mano.
- Marta rilassati. Se anche non arrivasse nessuno, che problema c’è?
Lei si è liberata e con le mani sul mio petto mi ha spinto via indispettita.
- Vuoi scherzare?
L'ho guardata.
- Mai stato più serio.
Ha incalzato.
- Ma hai capito quale rischio corriamo?
- E allora? Sono anni che trascorriamo il Natale nella confusione. E non sei mai contenta lo stesso perché devi preparare tutto tu e poi rimettere in ordine.
- Quindi che vuoi dire?
- Che se dovessimo essere soli io e te sarebbe comunque bello. E poi ti riposeresti.
- Terribile vuoi dire! Morirei di noia. Altro che riposo.
- Potrebbe essere l'occasione per dedicare del tempo a noi!
- Ma per piacere, quale noi? Noi non esistiamo più da tanto. Ci sopportiamo. Non abbiamo più nulla da dirci. Non te ne sei ancora accorto?
Tentativo fallito. Mia moglie era fuori controllo. Senza la solita tribù di figli, nipoti eccetera eccetera, era convinta che la nostra vita insieme non potesse più avere un senso, un valore, una possibilità e forse aveva ragione lei, ma io da inguaribile romantico continuavo a sperare.
E comunque ci sono rimasto male perché quando eravamo ragazzi, consideravano la nostra palese differenza, praticamente in tutto, l'occasione e lo stimolo per fare esperienze nuove e per confrontarci su aspetti inediti. Una ricchezza, precisava lei. Ci amavano davvero, ma poi, invecchiando, i problemi, i sacrifici, le cose da fare, ci hanno cambiato e la nostra iniziale diversità ha affilato sempre più gli spigoli del carattere ed eretto muri di silenzio, di indifferenza e di pigrizia.
Sono tornato sull'argomento.
- Non pensi dunque che potrebbe essere piacevole trascorrere un Natale diverso?
- Sarebbe uno stillicidio.
- Anni fa ci rendeva felici.
- Ecco appunto, anni fa.
L'asprezza irriverente del suo tono cresceva e si amplificava.
Le parole hanno un peso. Volano, ma pesano e per evitare che in quella stanza volassero frasi troppo dure e troppo vere, frasi che non dovevano essere dette, ho bloccato Marta col mio sguardo ferito e deluso.
- Bene. Direi che per oggi può bastare. Io esco.
- E dove vai?
- Non so. Ho bisogno d'una boccata d'aria fresca. Qui rischio di soffocare. Hai ragione tu.
- Mi lasci sola?
- Non sarai sola. D'altronde non è di me che hai bisogno. Meglio sola. O no?
- Fa' un po' come ti pare.
- Mica dici sempre che sono mezzo matto?
- E allora?
- Allora quest'anno lo sarò per davvero.
- Non lo farai!
- Credi?
Marta incredula, seguiva i miei movimenti.
Sono sceso in box a cercare dei vecchi pantaloni, gli stivali di gomma e il giubbotto storico, che uso per i lavori nell'orto o quando vado nei boschi per funghi e sono risalito. Marta con le braccia incrociate al petto e un sorrisetto ironico mi provocava.
- Esci esci. Tempo zero e sarai di nuovo qui.
Io non ho reagito. Ero stufo. Non ne potevo più di discussioni. Marta diceva il vero. Noi ci sopportavamo. A malapena.
In tutta calma sono andato in ripostiglio a prendere una camicia di flanella a quadri e un maglione di lana grossa, poi in cucina ho finito di vestirmi infilando i pantaloni, gli stivali e il giubbotto. Ho cercato dei guanti, una sciarpa, mi sono schiacciato in testa un cappello e ho infine messo in spalla uno zainetto con dentro chiavi, portafoglio e smartphone.
Lei non mi ha trattenuto. Anzi mi dileggiava.
- Conciato così puoi sempre presentarti alla mensa dei poveri.
L’ho sentita chiudere a chiave la porta e cacciare improperi.
Avrei dovuto sentirmi amareggiato. In fondo Marta mi aveva spiattellato in faccia che la mia presenza era superflua, ma non volevo pensieri e mi è bastato affondare il passo nella neve immacolata, lasciar impronte gigantesche dietro di me e far due boccate d'aria pulita, per recuperare il buonumore del risveglio. Ero libero e ho iniziato senza volerlo a ridere.
Io che non rido mai, ridevo.
Camminavo e ridevo e l'allegria saliva alla gola, alla bocca, al naso, agli occhi, al cervello e solleticava.
Il Piero bambino di cinquant'anni prima chiamava. Io, una cassa acustica in cui la voce rimbalzava e riecheggiava, sono qui, sono sempre stato qui. Tanta la tenerezza che ho provato per me stesso. Per Piero e per il piccolo Piero che ero stato.
Le strade erano pressoché deserte. Lo spazzaneve non era ancora passato. Ho incrociato nell'area verde di fronte, il mio dirimpettaio, puntuale come ogni mattina a quest'ora con le cagnette, e con addosso un enorme piumino grigio sopra ai pantaloni sgualciti del pigiama e un paio di anfibi slacciati. Si capiva che andava di fretta e che aveva freddo perché si muoveva a scatti e le mani erano violacee.
Si è avvicinato.
- Buon Natale Piero.
- Buon Natale.
- Che delirio. Ci mancava la neve.
- Infatti.
Ho stoppato sul nascere la conversazione lasciandolo lì con le cagnette che non si muovevano, mentre lui trafficava con la mano destra per fumare e con la sinistra per comporre un numero di telefono.
Poveraccio, ho pensato, la moglie, una ex bella donna inaciditasi nei chili di troppo e nelle rughette dell'età, è snervante. Marta è diversa. Per lei io non esisto e questo ha i suoi vantaggi!
Non mi stancavo di camminare e vedevo qualche impavido sui marciapiedi armeggiare con l'ombrello sotto la neve inarrestabile o con la spatola e lo scopino sui vetri delle auto o con la pala davanti al cancello e salutavo anche chi non avevo mai visto. Buon Natale. Buon Natale a tutti.
La neve scalda. Mi sentivo il viso paonazzo, il cuore battere forte e iI respiro affannato. Mi sono fermato con le mani sui fianchi e gli occhi rivolti al cielo che continuava a sbriciolare nuvole in fiocchi di neve. Ho aperto la bocca per assaggiarne uno. Il bianco era accecante. Mi sono emozionato.
Le campane hanno battuto dieci rintocchi. L’ora della messa. Mi sono diretto alla chiesa. Parecchia gente era riunita sul sagrato con ombrelli aperti e tutti si baciavano e si stringevano le mani e si facevano gli auguri e c'era aria di festa.
Sono entrato in chiesa anche io dietro agli altri, tutti vestiti bene, mentre io con i miei abiti frasici e logori, sembravo un senzatetto.
La chiesa era gremita. Io tutto infreddolito mi sono nascosto dietro ad un pilastro in fondo alla navata, ho tolto e spinto i guanti in tasca e mi sono strofinato le mani apprezzando il calduccio all'interno. C'erano stelle di Natale sull'altare, un grande presepe illuminato nella cappella dedicata alla Madonna, un coro che provava canti liturgici, un forte odore d’incenso e una pace totale. Peccato non entrarci quasi mai in una chiesa!
La celebrazione è durata un'ora e mi è piaciuta. Ho ripensato a quando ci andavo con mia madre. All'uscita l'organo accompagnava le voci sugli ultimi canti e gli acuti del tenore schizzavano alla sommità della cupola affrescata. Sono uscito per ultimo.
Fuori le nuvole si erano alzate sbiadendosi e da una crepa sottile sbrodolava un rigagnolo di luce chiarissima. Dovevo sedermi. Da ore camminavo. Ero stanchissimo. Sul sagrato, nascoste dalla neve c'erano delle panchine. Ne ho liberata una spalando con le mani nei guanti ormai fradici. Mi sono fermato a guardare la panchina.
Quarant'anni prima su una panchina cosi, dietro ad un enorme ontano, io e mia moglie ci baciavamo e ci volevamo bene e io le ho chiesto di sposarmi.
È Natale e lotto contro la nostalgia che si insinua tra i miei pensieri.
Io e Marta siamo stati felici, poi siamo cambiati. È normale. Tutti cambiano. La vita ci cambia. Noi dove siamo finiti? Un noi non esiste più davvero?
I capannelli di gente felice si sono nel frattempo sciolti ed io pensavo a casa mia, ma non avevo voglia di rientrare. Chissà se era arrivato qualcuno.
- Buon Natale amico - un tipo mi ha detto passandomi a fianco con un sorriso bucato e nero.
- Vieni al pranzo comunitario?
Preso alla sprovvista non sapevo che rispondere.
- Non sono stato invitato. Non ho prenotato.
- Non serve. Basta essere poveracci.
- In effetti ho un certo languorino e anche freddo.
- Io ci vado tutti gli anni e a Natale ci danno cose buone ed è bello stare a sentire le storie degli altri.
- Ognuno ha le sue.
- Già, io comunque sono Piero.
- Io pure, piacere.
L'uomo andava veloce e senza pensarci su, l’ho affiancato, incuriosito dal suo modo di fare un po’ sfrontato, ma anche simpatico.
L’uomo ha accellerato il passo, quasi correva e io faticavo a stargli dietro e intanto non la smetteva di parlare. Girava a destra e poi virava a sinistra e poi ancora a destra e poi tirava dritto e di nuovo svoltava e dopo un percorso piuttosto intricato e faticosom tra viottoli a me sconosciuti e ingombrati dalla neve fresca che nessuno aveva ancora spalato, siamo sbucati finalmente su un enorme piazzale. Ansimavo. Ero sudato.
- Arrivati! L’uomo ha esultato dandomi una pacca sulla spalla,
- Ora ce la godiamo!
In centro al piazzale troneggiava un capannone. Intorno al capannone pullulava un fitto andirivieni di gente d’ogni tipo.
Piero si è finalmente fermato,
- Hai visto quanta gente! Andiamo!
Ci siamo infilati nel capannone, in un marasma di gente, dove intanto finti babbi Natale distribuivano, da un banchetto improvvisato, panettoni alle persone in fila, e volontari della Caritas facevano via via accomodare gli ospiti ai tavoli.
Si respirava allegria e serenità ovunque mi girassi.
Una ragazzetta ci è venuta incontro con un gran sorriso
- Buon Natale ragazzi- ci ha detto prima di farci sedere con altri quattro ad un tavolo meravigliosamente imbandito.
- Hai visto che roba? Ci trattano bene a Natale.
Gli ho sorriso e mi sono accorto, per caso, sbirciando fuori da una finestrella in alto, che aveva ripreso a nevicare.
Un segno? Forse.
Mi sentivo stranamente felice per quell’insolito Natale. Quasi euforico.
La neve pulisce. Purifica. Cancella. Azzera. La neve è bianca. Il bianco è non colore. Il bianco è il vuoto. Il vuoto è il nulla e sullo spazio bianco e vuoto si tracciano nuove forme, nuovi percorsi, nuovi scenari e soprattutto sul bianco si scrivono nuove storie ed io da tutto quel bianco sarei ripartito, con o senza mia moglie ancora non lo sapevo, percorrendo nuovi giorni e componendo nuovi racconti.
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