1. L'estate dei cliché
Il nastro numero tre girava da quindici minuti e continuava a sputare sempre le stesse tre valigie, in quest'ordine: un trolley rosso pieno di stickers, una a fiori e una verde militare con una ruota rotta che mi passava davanti a intervalli regolari. La mia, ovviamente, non si vedeva.
«Come on», mormorai al nastro. In inglese, perché certe cose mi venivano solo in inglese, e perché pregare la fuoriuscita dei miei bagagli in due lingue non avrebbe di certo aumentato le probabilità.
La signora accanto a me mi lanciò un'occhiata, poi tornò a fissare il buco da cui scivolavano le valigie. Aveva un ventaglio di plastica con su scritto Farmacia Marano e lo agitava con una violenza che avrebbe potuto far decollare un piccolo aereo.
Faceva caldo. Ero abituata al caldo australiano, ma qui lo sentivo più denso, tutto mi si appiccicava addosso e avevo l'impressione che l'aria condizionata non stava nemmeno facendo il suo dovere. Ero in Sicilia a mezzogiorno e mezzo, dopo più di trenta ore di viaggio da Adelaide a Dubai, fino a Romacon lo zaino che mi rimbalzava sulla schiena mentre correvo per non perdere la coincidenza. Non mi sarei offesa se qualcuno mi avesse detto che puzzavo come un sandwich lasciato sotto al sole, perché sapevo che probabilmente era davvero così.
Ad ogni modo, sotto la stanchezza e il sospetto crescente di aver perso la mia valigia, c'era la consapevolezza di essere davvero arrivata in Italia.
Da sola, capite? Ci avevo fantasticato per mesi, su questa estate. Da quando avevo finito la scuola, a dicembre, tutti, compresa la mia migliore amica Evie, sapevano già esattamente cosa volevano fare della loro vita, e io invece avevo questo enorme spazio bianco davanti, questo anno che non sapevo come riempire. La chiamavano Gap year e, anche se per gli altri era solo un anno di pausa, per me era come un promemoria delle mie lacune, nella quale c'era una clessidra che scorreva e mi ricordava che dovevo presto trovare quel qualcosa, a qualunque costo. Lo sentivo come il rumore che fa il vuoto da riempire.
Così allora me l'ero immaginata, l'estate italiana. Forse reduce dei troppi romanzi o dei troppi film, mi ero immaginata un'estate in cui scendi da un treno con un vestito leggero e trovi un ragazzo abbronzato appoggiato a una Vespa che ti guarda come se fossi la cosa più bella del mondo. Poi granita la mattina, il mare che non finisce mai, una relazione che dura esattamente un'estate e poi vive per sempre nei tuoi ricordi. Lo sapevo che era un cliché, è che certi cliché te li concedi proprio perché lo sai.
Il ragazzo abbronzato, per ora, era un addetto ai bagagli che fumava una Iqos sotto un cartello con scritto Vietato fumare e parlava al telefono in dialetto di cui non capivo una parola su tre. Che poi, l'italiano lo parlavo bene, dico davvero: a casa l'avevamo sempre parlato - io, mamma, papà, e i clienti della pasticceria che entravano e dicevano signora Carmela, un cornetto e un caffè.
Capii in quel momento davanti al nastro con le valigie che il mio era un italiano da manuale, da bancone o forse da ragazza di una famiglia italiana emigrata all'estero, e quello che sentivo in quel momento era un'altra cosa, con le loro frasi che si chiudevano sopra altre parole prima che potessi afferrarle. Amunì. Talìa ca. Ne riconoscevo il suono, non il senso, ed era come essere madrelingua e analfabeta allo stesso tempo.
Il telefono mi vibrò nella tasca dei jeans. Avevo comprato una eSIM italiana ancora prima di partire ed era l'unica cosa, in tutto questo viaggio, che avessi organizzato con un minimo di competenza.
Un messaggio di Evie, naturalmente.
ALLORA?? sei viva?? hai conosciuto il tuo italiano??
Sotto, una gif di un gatto che lanciava cuori.
Le scrissi che ero viva, che l'unico italiano che avevo conosciuto stava infrangendo la legge, e che le avrei mandato una foto appena avessi visto qualcosa di più scenografico di un aeroporto minuscolo e un nastro trasportatore. Non appena premetti invio, lo schermo mi cambiò sotto le dita con una chiamata su Whatsapp in arrivo.
Mamma.
Sospirai, e risposi.
«Potevi chiamarmi prima, comunque», disse mia madre dall'altra parte del telefono, e dall'altra parte del mondo.
«Ma se ti ho scritto un messaggio nel primo scalo, a Dubai. Poi a Roma sono dovuta correre per prendere il volo per Catania, avevo quaranta minuti e il gate dall'altra parte dell'aeroporto.» Mi avvicinai al nastro perché finalmente stavano uscendo altre valigie. «Comunque potevi anche venire con me, se proprio eri preoccupata, visto che sei in ferie.»
Ci fu quella pausa di mezzo secondo, forse meno, ma la conoscevo bene ormai.
«No, dai», disse, e la voce le si addolcì. «Volevo farti godere la tua estate lì.»
Eccolo, il tono sereno e levigato che tirava fuori ogni volta che voleva chiudere un discorso facendolo sembrare un regalo. Lo usava con i clienti scontenti, con la commercialista, e soprattutto con me ogni volta che mi avvicinavo troppo a un certo argomento.
«Io me la potevo godere lo stesso, l'estate», dissi, «E tu ti potevi godere la compagnia della nonna.»
Niente. Il fruscio della linea, il vociare dell'aeroporto, una signora che chiamava un certo Saro come se ne andasse della sua vita.
«Sono sicura che la nonna sarà contenta di conoscerti», disse alla fine mia madre. «Dopo diciott'anni.» Rieccola che sviava le mie domande..
Dopo diciott'anni, aveva detto come una battuta, e invece pesava come un'incudine. Tutta la mia vita, diciott'anni esatti, in cui io ero nata e esistita dall'altra parte del mondo mentre in un paesino sulla costa siciliana c'era una nonna che non mi aveva mai vista. Avevo visto solo una foto di lei, che la mamma teneva nel suo album: una donna con lo sguardo duro e un grembiule, in un cortile, che non sorrideva alla macchina fotografica.
Per il resto, di lei, a casa, non si parlava. C'era un confine invisibile attorno a mia madre e a tutto quello che era la nonna, la Sicilia e la sua vita prima, e io avevo imparato presto a non oltrepassarlo, perché la mamma mi raccontava di tutto: della sua adolescenza in Sicilia, di com'era stata la vita lì, di sua sorella (mia zia) Maria, ma mai della nonna. Non avevo mai saputo il perché, e mi chiedevo cosa ci potesse essere di così grande da non parlarsi per tutti questi anni.
Era anche per questo che avevo scelto l'Italia, se devo essere onesta. Volevo vederla, certo, l'avevo sempre voluta vedere, l'Italia delle canzoni che papà metteva nel bar la domenica, l'Italia dei racconti di mamma. Ma una parte di me, quella che non dicevo nemmeno a Evie, voleva andare a guardare di persona cosa c'era oltre quel confine che stava dentro a una sola fotografia di una donna che non sorrideva.
«Mamma», dissi, più piano. «Perché non venite mai a trovarla?»
Uno dei tanti tentativi, il mio, che non servì a niente, però sentii il modo in cui trattenne il fiato, un istante, prima di scegliere le parole.
«È complicato, amore.» Una pausa. «Hai preso la valigia?»
«No», dissi. In quel preciso momento, come per dispetto, uscì il mio trolley, ammaccato in un angolo nuovo ma vivo. «Sì. Adesso sì.»
«Bene. C'è Concetta che ti aspetta fuori, tua cugina, te la ricordi dalle foto? Sii gentile con la nonna, Julia. Lei è... è all'antica. Ha un brutto carattere, ma è il suo modo.»
«Sarò un angelo, tranquilla.»
«Sarai te stessa, che è peggio», disse, e per la prima volta da quando avevamo iniziato la telefonata sentii nella sua voce qualcosa di vero che mi fece sentire per un momento la mancanza di lei, papà, il bar e l'odore di crema pasticcera alle sette del mattino.
«Ti voglio bene, ma'.»
«Anche io, bimbetta mia.» Esitò. «Ah, Julia.»
«Sì, mamma?»
«Se la nonna... se viene fuori qualcosa, del passato, non darle corda, anzi-» Si fermò, poi cambiò discorso. «Niente, dai. Divertiti e mandami le foto.»
Riattaccò, lasciandomi con la strana sensazione di essere stata spedita in missione senza che nessuno mi avesse avvisato.
Tirai giù il trolley dal nastro, pesava una tonnellata - ci avevo infilato almeno quattro libri, il kindle e un set di dadi per D&D che mi portavo dietro per il "non si sa mai" - e mi avviai verso l'uscita.
Mi fermai un secondo, prima delle porte, poi tirai fuori il telefono e feci una foto. Era un atrio, delle persone e un bar con arancini in vetrina, niente di scenografico. Però c'era qualcosa nel modo in cui quella luce dorata piombava dentro che mi fece venire voglia di tenermela. Ultimamente mi piaceva fotografare tutto.
Presi fiato, raddrizzai le spalle, e attraversai le porte.
Se prima pensavo che dentro l'aria condizionata non funzionasse, una volta fuori sentì tutto il calore investirmi.
Oddio, anche all'ombra potevo sentire il sole bruciare.
Mi sporsi dal marciapiede e qualche metro più in là riuscì a riconoscere la figura Concetta (grazie Instagram) che agitava la mano nella mia direzione.
Eccola, la mia estate italiana che aveva inizio.
Non sapevo ancora (come avrei potuto?) che ne avrei vissute due, di estati italiane, e che per la seconda non c'era nessuna macchina fotografica al mondo che potesse scattarla.
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