Storia · capitolo 1

Capitolo 1

Borseggio in metro A di Lila Tempesta

Gli innamorati che s’appoggiano l’un l’altro per sostenersi accanto a delle suore in mascherina. I baffi perlacei d’un vecchio che sfiorano il sopracciglio di una donna ad ogni scossone, i bambini che surfano sul vagone come fossero in mezzo al mare. Questa, l’odore di cassonetto stracotto al sole in pieno aprile e i topi che fuggono sotto le macchine come i tossici, questa era l’essenza di Roma per Paolo, Paolo che non aveva mai vissuto da nessuna altra parte e che sognava di fuggire via sulle ali di un gabbiano, Paolo che amava Roma come amava il calcio e le tradizioni e la carbonara e la cappa secca di fine agosto che fa scappare tutti i ricchi. Aprì le sue mani pesati come sampietrini e si appese ai pali più alti del vagone per lasciar passare sotto di sé una famiglia tutta imbellita, lui sudicio di sudore e tatuaggi sbiascicati, loro rifiniti come una giacca in tintoria, tutti compressi come sardine pronti ad esplodere e riversarsi per le strade assolate. Paolo cercava di non pensare alla claustrofobia, di alienarsi senza impazzire, neanche si accorse della piccola mano, fine e precisa, che con uno scatto gli aveva sfilato il portafoglio dalla tasca sinistra. La porta della metro si aprì e si richiuse in un sussulto e la folla assaltò la banchina, Paolo si allontanò nel verme di latta che lo avrebbe condotto dall’amore della sua vita in stazioni lente come una processione e la ladra sgusciò via come un fantasma, dissolvendosi nel caos. I portafogli sono volatili come le emozioni e come le hit estive, i furti sono trasfusioni di energie non richieste, a volte terribili a volte necessari. A Roma lo sanno tutti che in metro non bisogna distrarsi, che in metro gli scippi sono onnipresenti e che vige la legge della furbizia, ma quel giorno Paolo aveva altro a cui pensare e alle sue tasche non ci badò proprio.

Da quando i borseggiatori erano entrati nel mirino della polizia e delle gang di uomini rabbiosi pronti a fare da cavalieri dell’ordine civile, il lavoro per Marta si era fatto più complesso. Temeva ogni giorno che le crollasse il suo castello di carte sopra la testa, costruito a fatica dopo anni di tentativi e fallimenti, di strade ipotetiche e sogni abbandonati a marcire in qualche bar. Strinse fra le dita i tre portafogli arraffati come se volesse spezzarli, si infilò in un vicolo scuro di mattoni crepati e iniziò ad analizzarne il contenuto. Si chiedeva sempre come facessero, gli altri, a non avere paura. Una banconota da 50, una da 100 e qualche spicciolo, si fece scivolare tutto tra le dita e, con l’abilità di una maga, lo fece sparire, gettando da un lato il resto. Si guardò intorno tenebrosa, lo sguardo iniettato di sangue, odiava e amava quella sensazione adrenalinica che genera il furto. Aperto il portafoglio di Paolo, che aveva la pretesa di essere di prima classe ma era stato comprato da un senegalese lungo la strada, tutto scassato e graffiato, Marta ebbe la certezza che al suo interno non avrebbe trovato niente, ecco, infatti, niente, conosceva troppo bene il suo lavoro ormai, si possono dedurre tante cose dai portafogli delle persone. Proprio mentre stava per gettarlo con gli altri, scorse sbucare da un taschino laterale una busta bianca piegata con cura. La curiosità prese il sopravvento, la aprì. Dentro c’erano una foto e una lettera. Nella foto, un uomo snello, sorridente, pieno di capelli e di vita, stringeva tra le mani una bambina riccioluta che lo guardava con sguardo appassionato. Aprì la lettera. Marta, che aveva concluso le medie per miracolo divino, riconobbe errori grammaticali da tutte le parti, questo Paolo l’avrà lasciata anche prima di me la scuola, pensò. Strinse fra le mani la carta e fece scivolare languidamente gli occhi sulla scrittura tremante, che recitava:

“Ciao Lucia, vorei chiamatte amoredepapà, ma a verità è che non ci conosciamo, anche se sicuro t hanno parlato già di me, ne avrai sentite de tutti i colori, immaggino. L’ultima volta che se semo visti eri così piccola che ti potevo ficcare tutta dentro un carzino, con i piedoni che me ritrovo. Mo quanto sei alta? Ogni tanto ti penso e mi chiedo se c’assonijamo, ma cuasi spero de no. Forse la storia mia te l’anno già raccontata, io questo no o so. Ho paura che pensi male de me, che ti hanno detto le cazzate, allora ti scrivo perché almeno le cose le puoi sentire diretto da me. Non sto qua a raccontatte tutto da quando so nato er 16 giugno, sennò faccio prima a ditte “gli Australopitechi erano pelosi e bla bla bla”. Partirò da quello che te riguarda, che so purtroppo le parti brutte. Io mi sono messo in brutti giri quando ero piskello, che poi avevo più o meno l’età tua, te lo giuro che io non ho mai fatto male a na mosca, ma a me stesso di male ne ho fatto tanto. Penso che centra mi padre, tu nonno, che, pace all’anima sua, devi sape era ngrandissimo stronzo, ma magari so solo io che so nato ar contrario e me so usciti i piedi prima da a testa. Comunque, quando sei nata te erano tanti anni che provavo a uscirne, ma rproblema era sempre la cocaina. Era lei che tornava da me anche quando non la volevo e sono stato pulito anche tanto tempo di fila, ma poi lei tornava sempre. Io a tua madre lo amata tanto, e quando sei nata te mi è esploso un petardo ner petto pe la gioia e sei diventato il mio primo amore, ma devi sape, adesso lo so, che quando uno si riempie di coca dalla mattina alla sera di spazio pe l’amore non ne rimane tanto. Alla fine se la rabbia e l’odio vincono rimani abbrutito e perdi tutto. Io mi sono allontanato quando eri piccolina perché me l’ha imposto tu madre. Io all’inizio lo odiata ma poi ho capito, mo la ringrazio. Noi ci sentiamo ogni tanto, lei mi chiede come sto e mi racconta di te, però io ho voluto aspettare prima di appari perché non potevo fa artri danni. Ora so tanti anni che so in disintossicazione, e so tanti anni che la cocaina na a tocco più. I giri so lontani e ho perso tanti amici, tra chi è morto e chi sta ngalera, e chi non vedo più perché con qualcuno non c’ho più niente da sparti. Io penso che uno una volta che è drogato un po’ drogato lo rimane, non è che guarisci, magari la droga cambia, la droga che usi pe anestetizzatte può esse qualsiasi cosa, quindi io non sto qui a dirti cazzate sul futuro che magari non si avverano, però ti posso dire che mi conosco tanto a fondo e che ora so cosa mi succede dentro quando mi prende quella rabbia marcia che mi acciacca la vena, e come tranquillizzarmi e non fare stronzate. Non sono perfetto, non lo sarò mai, ma ora sto bene, sento di essere abbastanza felice.

Domani verrò a portarti la lettera sotto casa, sono tanti anni che non attraverso tutte e tre le metro per raggiunge Subaugusta, rivedere le vie dove ho conosciuto tu madre mi farà un certo effetto.

Io ti ho scritto tutto questo perché a me me farebbe piacere de conoscete, io non so se a te va però. Non volevo appari all’improvviso, magari non me vuoi vede, che ce starebbe pure. Allora, se vuoi butta questa lettera e fregatene, a me va bene lo stesso, lo capirei, anche io ho avuto un padre di merda. Se invece ti interessa, sappi che non vedo l’ora di conoscerti, e che ora ce spazio pe l’amore dentro di me”

Marta concluse la lettura con le lacrime agli occhi, singhiozzando, le mani serrate a pugno quasi a strappare la carta e il cuore pesante, perché quella lettera che le era arrivata quasi per caso era anche per lei, anche lei aveva avuto un padre di merda, forse faremmo prima a contare i padri bravi che i padri di merda. A lei, però, una lettera del genere nessuno l’aveva mai scritta. “Ho fatto uno sbaglio immenso, ma che ne potevo sapere?” si disse, ancora in lacrime, ormai è troppo tardi per tornare indietro, o forse no? Rimase indecisa sul da farsi, la giornata era solo agli inizi e il sole bucava le nuvole dense sopra il centro di Roma, ma in metro non volava un filo di vento e i suoi raggi non ne oltrepassavano gli spessi muri di latta. Afferrò i soldi, li contò ancora, non erano abbastanza, avrebbe dovuto tornare a lavoro però aveva tutto il tempo a disposizione, no? Erano solo le dieci. Senza pensarci troppo si ficcò ancora una volta nel vortice caotico e oscuro di Roma Termini.

Aspettò con non-chalance che la guardia si girasse prima di scavalcare il tornello, seguita da alcuni maranza in borsello che, saltando come caprioli, le fecero un rapido occhiolino, poi corse lungo le scale mobili rimanendo incastrata nella marea di corpi che ogni giorno si riversa in centro città.

Attese con una certa angoscia, posizionata nella zona flessuosa della metro che si curva per trasformarla in serpente, quella dove senza una ragione precisa non si mette mai nessuno. A Colli Albani, 20 minuti dopo, erano più o meno scesi tutti, nelle file di posti vuoti sedeva solo una vecchietta dai capelli tinti e, un vagone più in là, il gruppo di maranza menzionato in precedenza. La vecchietta guardò Marta con fare sospetto, soffermandosi sui suoi jeans strappati e sugli occhi tetri, forse abituata a riconoscere i borseggiatori al primo sguardo. Ad ogni modo, quando Marta ricambiò il suo sguardo con una certa durezza, stranamente, le sorrise di un sorriso sincero e materno. Scese a Numidio Quadrato, lasciandola completamente sola con i suoi pensieri. A Giulio Agricola, Marta fremeva come una foglia autunnale. Cosa sto facendo? Forse dovrei tornare indietro, come farò a trovarlo? si domandava, ma poi a Subaugusta lasciò il vagone senza pensarci due volte e salì di due in due i grandini verso la Tuscolana. Sulla metro rimasero solo i maranza, chiaramente parte della fauna improbabile di ciò che si erge oltre i confini del raccordo. Girarono una canna a testa in quella distanza apparentemente interminabile che separa Subaugusta da Anagnina, termine di Roma e di tutto il mondo come le Colonne d’Ercole, poi scesero e si diressero verso i Cotral, trascinati dal furore del vento.

Marta, invece, che la Tuscolana la conosceva a memoria, si fermò al primo bar.

“Giorgio” chiese al barista “hai visto passare un uomo pelato pieno di tatuaggi?”

“Abbella, qua ce ne so quanti ne vuoi de pelati coi tatuaggi”

“Sì ma a me ne serve uno in particolare, aveva la maglietta sgualcita e un cappellino della Roma e la pancia”

“Stai a descrive mezza Roma”

“Vabbè, non me stai a aiuta, ciao”

“Ma che è colpa mia se cerchi uno col cappellino della Roma a Roma? Dici stavamo a Rio de Janeiro, già ce potevo sta. Siamo 2 milioni Marta, quasi 3”

Marta se ne andò sconsolata e arrabbiata. Sulla via principale i negozi si susseguono, uno più coatto dell’altro, un centro commerciale a cielo aperto sovrastato da palazzoni imponenti in cui sono racchiuse case piccole e lugubri, incasellate come pezzi di lego. Alla sua destra c’era il microscopico parchetto con le panchine arcobaleno e il murales di Diabolik che tanto le piaceva, lì solo soletto a marcire nell’asfalto. Nonostante l’istinto la spingesse verso Cinecittà, ragionando per raziocinio imboccò una parallela alla Tuscolana, verso l’area residenziale.

Camminò per ore, chiedendo a chiunque incontrasse di un uomo pelato e tatuato, la gente la evitava, faceva finta di non notarla o le rispondeva seccamente “no”, perché a Roma nessuno ha mai tempo nonostante tutto si muova con una estrema lentezza e nessuno si fida più di nessuno. Si ritrovò di nuovo davanti al bar di Giorgio, dopo aver percorso tutte le vie limitrofe avanti e indietro, che erano già le due.

Si accasciò tristemente sulla panchina arcobaleno tutta scolorita e si accese una sigaretta. Che palle! È impossibile trovare qualcuno o qualcosa a Roma, è come cercare una cima d’erba in un prato, o come si dice. Accanto a lei scorreva imperterrita l’acqua pura e calcarea di un nasone, che la fece pensare al mare e ai gabbiani e a quella sensazione di salsedine fredda sulla pelle umida che la chiamava da lontano. Avrebbe voluto gettarcisi a capofitto e non tornare più su.

Una signora le passò davanti, carica di buste in tela piene di spesa. Si appoggiò alla panchina sfiancata dal calore e la guardò di sbieco oltre gli occhiali.

“Signorina scusi, mi può aiutare a portarle a casa?”

Marta, che non era certo propensa ad aiutare il prossimo, in particolar modo quando era di cattivo umore, sbuffò e le disse che non aveva tempo.

“Ma se sei su questa panchina a non fare niente!”

“Ma chi ti dice che non sto facendo niente”

“E che stai facendo?”

Non sapendo cosa rispondere, girò lo sguardo e la vecchietta, bestemmiando alcuni discorsi sui giovani d’oggi, si diresse barcollante verso il semaforo. Scattò il verde, un auto passò rapida e incurante sulle strisce pedonali, urtando la signora che miracolosamente rimase in piedi, ma facendo rovinare tutta la spesa al suolo.

“Maledetto stronzo! È verde!”

Marta la osservò inclinarsi goffamente a raccogliere le mele e le arance che rotolavano per la strada, il semaforo pericolosamente tendente all’arancione. Sbuffando, le corse incontro.

“Ma come, non avevi da fare?” la canzonò la signora quando si rifugiarono in salvo nell’isola pedonale, il rosso appena scattato e quasi tutta la frutta in busta.

“Guarda che me ne vado”

Attraversarono a piedi le stesse strade ardenti che Marta passeggiava da tutta la mattina, girarono sulla destra e oltrepassarono i cassonetti stralipanti di buste della spazzatura. Poco più in là, accanto ad una gelateria, il portone marroncino del palazzo. La signora abitava al sesto piano e l’ascensore era rotto, ma certo, non aveva dubbi che sarebbe andata così, Marta salì stranita le scale e arrivata in cima accantonò la pesantissima frutta sullo zerbino con un gesto secco.

“È una vergogna, quest’ascensore! Ho scritto al sindaco il mese scorso perche questa città cade a pezzi e non mi ha ancora risposto”

“Ma perché compri tutta sta frutta se poi devi salì tutte ste scale?”

“Perché già scendele, ste scale, è un’impresa”

Si salutarono con un sorriso sincero, alla fine, tra una cosa e l’altra, si erano andate simpatiche, poi Marta si voltò verso l’androne.

“No! Non c’è più!”

“Cosa?” rispose, subito pentita di non essersene andata e basta.

“Il detersivo! Mi sarà caduto in strada… Me lo vai a comprare per favore? Non ce la faccio ad andare al negozio un’altra volta”

Sganciò fuori da una tasca fiorata un biglietto e da 50€. Marta, che non ci poteva credere, lo afferrò rapida e disse certo, certo, vado e torno, mi aspetti, si figuri, poi corse via sghignazzando. Che svolta! Ore di lavoro perse e poi BAM, una signora mi da di sua spontanea volontà un bigliettone. Forse vanno aiutate più spesso le vecchiette. Sorpassò il portone dell’edificio in gran fretta, pronta a dirigersi verso la metro. Nell’entusiasmo, urtò accidentalmente un passante.

“E sta attenta!” gli disse duro con uno sguardo scontroso. Marta non rispose nulla, lo fissava a bocca aperta senza riuscire a muoversi. L’uomo si allontanò con le spalle curve e le mani in tasca come se avesse una nuvola nera sopra la testa.

Non era riuscita a dire niente. Era pericoloso. E se avesse fatto il matto e chiamato le guardie? Lo guardò allontanarsi, indecisa, poi, con uno scatto felino, gli corse dietro d’istinto.

“Aspetta”

“Che vuoi?”

“Ti sei perso questo”

Lo sguardo di Paolo si illuminò. Aprì con frenesia il portafoglio, strappandoglielo dalle mani e, alla vista della busta, parve tirare un sospiro di sollievo.

“Me l’hai fatto eh?”

“Nono, ti è caduto”

“Ma non dì cazzate”

“Me l’ha dato un amico”

“Se, stocazzo”

Marta raggelò e si preparò a riparare nel primo vicolo a portata.

“Quindi me stai a dì” continuò Paolo “che, dopo anni che al posto tuo ce stavo io, me so fatto frega er portafoglio come ncoglione?”

Scoppiò a ridere e la abbracciò. Le sue braccia forti si incresparono di muscoli, in dissonanza con la sua pancia morbida.

“Grazie bella”

Mostrò con un sorriso i tre denti finti, poi se ne andò di corsa, pronto, finalmente, a risanare tutti gli errori del passato.

Marta rimase perplessa e confusa, investita dal sole, al centro del marciapiede scassato. Il cassonetto puzzava di marcio, un gatto randagio si trastullava con una lisca rinvenuta scavando nella plastica ardente.

Senza pensarci troppo, si avviò verso il negozzietto più vicino e comprò un detersivo, poi risalì le scale dell’edificio fino alla cima, con una certa lentezza.

“Tieniti questi” le disse la signora, allungandole 5 euro.

Si riaddentrò nei cunicoli angusti della metro e, scavallando, corse fino al vagone più lontano, tra le urla del controllore. Fa sempre caldo nei vagoni della metro, un caldo asfissiante. Si diresse verso il centro città, di fermata in fermata la metro si sarebbe riempita di persone appiccicose e stanche, o magari felici, e avrebbe trasportato ogni storia e ogni inaspettato intreccio fino a Battistini.

Si sedette sul sedile arancione e strinse fra le mani i suoi miseri cinque euro. Erano ormai le quattro. Freneticamente, cercò i 150 euro di bottino, ma non li trovò da nessuna parte. Si avventurò spasmodicamente fino ai meandri più oscuri delle infinite tasche dei suoi pantaloni, ma niente, dovevano esserle caduti nella corsa. Si avvicinò al portello pronta a fiondarsi ancora una volta in strada, direzione Anagnina, per cercarli, ma poi lasciò perdere. Cercare qualcosa a Roma è come… com’era il detto? Non se lo ricordava mai. Tutte le strade portano a Roma ma poi a Roma non se riesce a trova mai ncazzo.

Si accasciò stanca sul sedile, una nuova folla di turisti invase prontamente il vagone in direzione Spagna.

Tirò un sospiro e, senza sapere realmente il perché, scoppiò a piangere.

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