Storia · capitolo 1

Capitolo 1

Il Pettirosso di Giusy Cestari

Il pettirosso

Racconto di

Giusy Cestari

Anche quel giorno Giovanni si era inoltrato nel bosco.

Aveva percorso un ripido sentiero fra faggi e abeti, fino a una radura dove sorgeva una croce di legno; lì si fermò.

Con una foglia di felce tolse con cura la polvere e qualche ragnatela dal bel crocifisso intagliato a mano. Alla base della croce c’era una brocca di coccio ricolma di fiori artificiali appena un po’ sbiaditi dal sole. Li scosse delicatamente e li dispose meglio. Al centro infilò la felce ancora turgida e raccogliendo da terra delle pigne, le depose attorno al vaso.

Gli venne da rivolgersi a quel Cristo affinché gli desse un po’ di serenità.

Trasse un lungo respiro, si sentiva stanco.

Non solamente perché quel pomeriggio aveva camminato più del solito.

No, era brutto rendersene conto ma Giovanni si sentiva stanco: della vita, della sua monotonia, del vuoto che sentiva dentro di sé.

Aveva sessantadue anni e era in pensione da qualche mese. Viveva da solo nell’ abitazione che era appartenuta ai suoi genitori, in un piccolo borgo di montagna non lontano dalla città. La sua era proprio l’ultima casa del paese. Una volta arrivati lì, la strada si interrompeva. Poco distante, all’inizio del bosco, dei segnavia indicavano una serie di sentieri che si inerpicavano sul monte.

Con passo allenato si poteva raggiungere la vetta in poco meno di tre ore e ammirare la vallata sottostante da un’altezza di oltre duemila metri.

Naturalmente sul picco c’era stato molte volte. La prima, poco più che bambino, con suo padre e suo fratello. Gli era rimasto vivido il ricordo: la fatica e lo sforzo dell’ascesa, il sudore che gli imperlava il viso, il peso dello zaino sulla schiena, la borraccia a portata di mano per placare la sete… e poi finalmente la soddisfazione di essere riuscito ad arrivare fino in cima.

Rivisse l’emozione nel rivedere la maestosità delle montagne circostanti e, giù in basso, il fondovalle: la città adagiata nel verde, la curva sinuosa del fiume che l’attraversava, i vigneti, i meli e i piccoli paesi in lontananza.

Gli tornò in mente anche la volta in cui era salito con quella che in seguito sarebbe divenuta sua moglie. Ad ambedue piaceva molto camminare e nel lungo periodo trascorso insieme avevano fatto diverse escursioni. Il loro era stato un grande amore, lui se ne era innamorato pazzamente e per molti anni avevano vissuto in perfetta sintonia, condividendo la passione per i viaggi, la montagna e il mare, la buona compagnia di amici comuni. Avevano avuto una splendida figlia e la loro vita sembrava felice. Se qualcuno a quel tempo gli avesse detto che prima o poi il loro amore era destinato a spegnersi gli avrebbe sicuramente riso in faccia.

Invece a un certo punto qualcosa cominciò a mutare. La noia iniziò ad intaccare l’entusiasmo dello stare insieme, le risate e le conversazioni divennero scarse e fiacche, i silenzi sempre più frequenti.

Ancora adesso, nonostante fosse passato tanto tempo dalla loro separazione, ripensare alla sua ex moglie gli provocava tristezza e rancore in egual misura.

Ricordò la sera in cui tutto si frantumò irrimediabilmente.

Era rientrato dal lavoro alla solita ora. Nell’ingresso due valigie e la moglie in salotto seduta sul divano ad aspettarlo.

Nemmeno un saluto ma solo un “Ti devo parlare” detto in tono solenne.

Giovanni perplesso, le aveva risposto: “Ti ascolto”.

Lei andò dritta al nocciolo della questione. Gli disse che le dispiaceva molto ma che fra loro era finita. Aveva conosciuto un altro e deciso di andarci a vivere insieme.

Lo shock che lo aveva travolto era stato così forte da costringerlo ad accasciarsi di colpo sulla poltrona per non cadere a terra. Lei gli aveva portato subito un bicchiere d’acqua. Ripresosi, Giovanni aveva chiesto, gridato, accusato, insultato. E poi si era scusato, aveva implorato, supplicato. Si era perfino inginocchiato - rammentò vergognandosene ancora - pregandola di non andarsene.

Infine, vinto, aveva pianto.

Mentre lui e il loro matrimonio si disfacevano in mille pezzi la moglie aveva fatto ben poco per cercare di calmarlo. Implacabile aveva elencato tutta una serie di manchevolezze e di insoddisfazioni nel loro rapporto che l’avevano portata a prendere quella decisione definitiva.

Aveva continuato parlando anche di cose pratiche, di abiti e oggetti che le appartenevano e che avrebbe portato via in seguito. Da ultimo aveva fatto il nome di un noto avvocato a cui avrebbero potuto rivolgersi per definire tutte le procedure per la separazione.

A quel punto non c’era più nulla da aggiungere. Anche la moglie aveva gli occhi rossi per le lacrime trattenute e disse a Giovanni che ormai era arrivato per lei il momento di andarsene. Lo salutò toccandogli la spalla, prese le valigie e uscì dalla loro casa e dalla sua vita.

Seguirono giorni lunghi e penosi passati a commiserarsi, a rimpiangere di non aver fatto nulla per evitare che il suo matrimonio naufragasse così miseramente. Perché era ovvio che anche lui si era reso conto che il loro legame ultimamente era fatto più di abitudini e tiepido affetto piuttosto che di amore e di complicità. Ma nonostante ciò aveva ignorato anche tutti i segnali che avrebbero dovuto metterlo in all’erta: in quel periodo aveva notato che la moglie si vestiva e si truccava con maggior cura per andare al lavoro e rientrava a casa sempre un po’ più tardi. Aveva mille impegni che lo escludevano e molto spesso alla domenica andava dalla madre che viveva lontano - o perlomeno, questo era quanto gli diceva - e stava via tutto il giorno.

Quelle volte in cui lui manifestava il desiderio di accompagnarla o le ricordava che in tal modo passavano un’altra giornata festiva divisi, lei gli rispondeva che si sarebbe annoiato dalla suocera o accampava scuse di altro genere. Ormai non facevano più l’amore da mesi.

Una crisi matrimoniale chiara e lampante… ma che lui aveva fatto finta di non vedere sperando ingenuamente che prima o poi le cose si sarebbero aggiustate da sole.

Quanto era stato stupido!

Quando sua moglie lo lasciò, il mondo intero parve cadergli addosso.

All’improvviso tutte le sue sicurezze crollarono lasciandolo annichilito.

Il giorno dopo chiamò l’ufficio e si diede per malato. Non aveva più voglia di fare niente né di vedere nessuno. Il fratello e gli amici lo chiamavano al telefono ma lui tagliava corto e poi spegneva il cellulare. Suonavano alla porta di casa ma non si degnava neppure di rispondere al citofono e chiedere chi fosse.

Passava i giorni a letto angosciato e inquieto oppure sul divano a guardare inebetito le immagini della televisione a cui aveva tolto l’audio.

Soltanto a fine giornata cercava di tirare fuori quel poco di forza di volontà che gli rimaneva per rendersi presentabile e preparare la cena che avrebbe poi condiviso con la figlia: frequentava il secondo anno di università in città e ogni sera tornava a casa dal padre.

Anche lei era rimasta profondamente scossa dalla repentina separazione dei genitori. Un fulmine a ciel sereno.

Ma era una giovane e brillante studentessa con tanti amici e tanti svaghi e ben presto si era adattata alla nuova situazione.

Pur amando molto anche la mamma, aveva scelto di rimanere accanto al padre, nella casa dove aveva vissuto fin da bambina.

Questo per Giovanni fu un bene. Prendersi cura della figlia - anche se in realtà si trattava solo di prepararle un pasto e fare un po’ di conversazione insieme - lo spinse a scrollarsi di dosso l’apatia che altrimenti, fosse stato completamente solo, lo avrebbe portato di sicuro verso la depressione.

Così invece, lentamente, ricominciò a provare interesse per la vita dando un nuovo senso ai giorni e ritrovando a poco a poco se stesso. Dopo quasi un mese di inattività riprese a lavorare e la nuova routine, come pure la vicinanza di amici e colleghi che gli volevano bene, contribuirono a ridargli un minimo di serenità, di fiducia nel domani.

Riallacciò delle vecchie amicizie con le quali fare escursioni in montagne vicine e lontane scoprendo altre prospettive e nuovi orizzonti.

Erano trascorsi undici anni dalla fine del suo matrimonio. La figlia ormai era divenuta un’architetta e viveva all’estero. Si sentivano spesso al telefono e tre o quattro volte all’anno si incontravano per trascorrere dei piacevoli giorni insieme. Rivederla era sempre una festa, una felicità che gli riempiva il cuore e che serviva a dargli nuovo vigore per andare avanti.

Nel corso del tempo aveva intrecciato qualche breve relazione sentimentale ma purtroppo si erano tutte rivelate dei fuochi di paglia. Non gli era più capitato di innamorarsi. Forse anche perché il dolore subìto dall’ epilogo della sua più importante storia d’amore gli aveva lasciato profonde ferite che stentavano a rimarginarsi.

Ora però il peso della solitudine cominciava a pesargli enormemente. Tanto più adesso che era in pensione e le giornate si erano fatte interminabili, sempre più simili l’una all’altra.

Sospirò nuovamente. Era ancora davanti al crocifisso.

Tutti quei ricordi affiorati così copiosamente gli avevano procurato una grande malinconia.

Ad un tratto un gorgheggio lo distrasse. Su un ramo di un faggio lì vicino si dondolava un pettirosso. Bello e panciuto emetteva il suo caratteristico verso.

Lo stette a guardare ed ascoltare, incantato.

Gli vennero allora in mente le parole di sua madre quando, da bambino, gli diceva che vedere un pettirosso e soprattutto sentirlo cantare portava bene. Quell’uccellino infatti, nella tradizione popolare era considerato un portafortuna.

Sorrise al dolce pensiero della sua mamma che ormai da tanto aveva lasciato questo mondo. Quanta nostalgia verso quella donna così semplice e speciale che lo aveva amato senza riserve, così come aveva amato la vita!

Anche se erano trascorsi molti anni dalla sua scomparsa, dentro di lui risuonava ancora nitidamente la sua voce con quella sua inconfondibile nota di allegria. Ottimista per natura, la mamma riusciva sempre a trovare del buono in ogni situazione, anche in quella più tragica.

Quando si ammalò gravemente a soli cinquant’anni, nonostante la consapevolezza che la malattia non le avrebbe dato scampo, conservò fino alla fine la fiducia nella vita e anche, strano a dirsi, il buonumore. Al suo capezzale, col babbo e il fratello riuniti per l’ultimo abbraccio, le lacrime di tutti loro si mescolarono ai sorrisi che ancora sapeva regalare. Perfino nel momento della sua morte non si smentì: guardando con amore ognuno dei suoi cari, le sue labbra si incurvarono all’insù un attimo prima di esalare l’estremo respiro e addormentarsi per sempre.

Il pettirosso smise di cantare e se ne volò via.

Giovanni recitò mentalmente alcune preghiere in memoria della madre e del padre - anche lui se ne era andato a distanza di pochi anni dall’amata consorte - e poi decise di incamminarsi per far ritorno a casa.

Era un bel pomeriggio di metà ottobre, l’aria cominciava a farsi più fresca e di lì a poco il sole sarebbe tramontato. Prendendo la via che portava a valle ammirò lo spettacolo che il paesaggio autunnale offriva a chiunque avesse occhi per guardare. Le foglie delle betulle, dei faggi, dei castagni avevano assunto calde tonalità di giallo, arancione e di rosso. Moltissime erano già cadute. Gli piaceva sentirne lo scrocchiare sotto ai piedi, calpestare quel tappeto variopinto che ricopriva il sentiero.

Il sole filtrava fra i rami facendo risplendere il bosco.

Giovanni era un esperto “fungaiolo”. Il suo occhio allenato gli consentiva di individuare i funghi anche se ben nascosti, di farne incetta per poi cucinarli e gustarli con polenta e formaggio.

L’estate però era stata particolarmente asciutta e di conseguenza anche un poco avara nel favorire la crescita di quei profumati prodotti della natura. Ma lui, procedendo nel cammino, scrutava attentamente il terreno cercando di scorgere qualche gallinaccio o, meglio ancora, qualche bel porcino. Tuttavia la ricerca, quel giorno sembrava vana. Trovò invece una discreta quantità di lamponi tardivi che assaporò deliziandosi il palato grazie a quel loro sapore dolce e acidulo al contempo.

Riprese a camminare decidendo lì per lì di fare una piccola deviazione verso il “Belvedere”. Era un piccolo pianoro posto su un dirupo da cui si poteva osservare la valle da un altro versante della montagna. Avrebbe allungato la strada del ritorno di poco e c’erano ancora diverse ore di luce prima che giungesse la notte.

Si alzò un leggero venticello che lo fece rabbrividire. Indossò il piumino che fino a quel momento era rimasto allacciato sui fianchi e subito si sentì meglio. Procedette sulla stradina per un buon quarto d’ora quando all’improvviso, vide arrivargli incontro di corsa un Labrador. Il cane gli saltellava intorno scodinzolando, leccandogli le mani e annusandolo. Giovanni lo accarezzò mentre si guardava in giro per vedere dove fosse il suo padrone.

Un attimo dopo infatti qualcuno gridò: “Miele! Dove sei? Torna qui!”

Il cane fece subito dietrofront e corse verso una donna poco distante che lo sgridò bonariamente mentre riagganciava il guinzaglio.

Avvicinandosi, si scusò con Giovanni per l’irruenza dell’animale.

Lui le disse ridendo che non doveva scusarsi proprio di nulla. Gli piacevano i cani ed anzi si complimentò per quel bell’esemplare di Labrador dal pelo folto e lucente, dal colore ambrato proprio come il miele.

Lei lo ringraziò e gli chiese se conoscesse il sentiero che conduceva al “Belvedere”.

I segnali ad un certo punto erano spariti e più avanti c’erano due biforcazioni senza alcuna indicazione rispetto a dove portassero.

Giovanni allora le rispose che conosceva bene la strada e che anche lui era diretto alla medesima destinazione, che era poco distante. Se voleva potevano andarci insieme. Lei parve esitare, ma solo per un attimo. “D’accordo. Andiamo, allora!” , gli disse affiancandosi.

Per qualche minuto procedettero in silenzio, il cane davanti a loro che tirava il guinzaglio, respirando rumorosamente.

“Beh… ma non è forse il caso di presentarci, a questo punto?” chiese Giovanni fermandosi.

“Certo, mi chiamo Carla”, si presentò lei allungandogli la mano.

Giovanni gliela strinse dicendole il suo nome.

Si guardarono un momento negli occhi.

Carla era una bella donna sulla cinquantina, considerò lui in quei pochi secondi. Una gran massa di riccioli castani le incorniciavano il viso e gli occhi avevano lo straordinario colore della gemma dell’acquamarina. La sua voce era carica di dolcezza. Ne rimase affascinato.

Gli disse che si era trasferita da pochi giorni nello stesso borgo dove viveva anche Giovanni. Aveva acquistato un vecchio villino rustico che aveva fatto ristrutturare. Lavorava come infermiera nell’ospedale cittadino ma ora era in ferie per due settimane. Stava utilizzando le sue vacanze per ultimare il trasloco e per rendere accogliente la sua nuova casetta dove viveva insieme al figlio adolescente. Quel pomeriggio si era presa un paio d’ore di relax per esplorare il circondario in compagnia di Miele.

Anche Giovanni le parlò di sé. Le disse che in quel paesino ci era nato e che lo conosceva come le sue tasche perché ci risiedeva da sempre. Aggiunse che viveva da solo.

Parlando piacevolmente arrivarono quasi senza accorgersene al pianoro.

Carla rimase colpita dal suggestivo panorama che le si aprì davanti: incastonato fra le montagne si scorgeva interamente uno splendido lago nelle cui verdi acque si specchiava il rosseggiare dei boschi tinti d’autunno.

Nella bella stagione era la meta preferita di tanti giovani e famiglie, che in pochi minuti di macchina lasciavano l’afa della città per rinfrescarsi con una nuotata o semplicemente per rilassarsi in riva al lago. Era frequentato anche da molti turisti che venivano da lontano e soggiornavano nel campeggio che si affacciava su una delle sue sponde o in uno dei tanti hotel sorti di recente lì intorno.

Giovanni suggerì a Carla di tornare lassù in pieno giorno. Il sole avrebbe inondato di luce il paesaggio facendo risaltare lo stupefacente foliage della vegetazione che cingeva il lago e quest’ultimo avrebbe rivelato maggiormente le meravigliose sfumature cromatiche dell’acqua.

Era ora di avviarsi e scendere verso il paese: il cielo si stava oscurando con l’arrivo della sera, e l’aria cominciava a farsi fredda.

Camminarono e conversarono affabilmente scoprendo di avere molte cose in comune.

Entrambi avevano un doloroso matrimonio alle spalle ed un figlio, amavano fare trekking e guardare film di fantascienza. Quest’ultima cosa sorprese molto Giovanni perché non conosceva molti appassionati di questo genere cinematografico. Ricordò immediatamente che la sua ex moglie lo rifiutava in toto.

Scoprì che un’altra passione li accomunava: quella per la lettura. Adoravano leggere, soprattutto la narrativa contemporanea ed ambedue avevano una predilezione per la letteratura classica russa e francese.

Verso il ritorno, mentre procedevano a passo spedito, parlavano di questo o quel romanzo, citando le frasi che erano rimaste loro impresse, esaltando la grandezza di un autore ed elogiando la delicatezza poetica dimostrata da alcuni scrittori. Insomma, qualcosa di nuovo e di magico stava avvenendo fra loro. Percepivano una comunanza, una simpatia reciproca che non avrebbero mai immaginato di provare verso qualcuno di appena conosciuto.

Arrivarono nei pressi dell’abitazione di Giovanni.

“Ecco casa mia”, le disse indicando una tipica costruzione di montagna fatta di sassi e di legno; una struttura molto ben curata e graziosa, con vasi di gerani rossi che abbellivano le finestre e il balcone.

“Ma è bellissima!” Esclamò Carla.

Lui ringraziando la invitò ad entrare per un caffè ma lei gentilmente rifiutò. Era tardi e doveva rincasare per preparare la cena al figlio. “Magari la prossima volta”, aggiunse.

Erano visibilmente dispiaciuti di lasciarsi. Si scambiarono il numero di telefono con la promessa di rivedersi presto.

“Se domani pomeriggio sei libera, ti andrebbe di arrivare insieme fino alla Croce?”

Le chiese di slancio Giovanni.

“Molto volentieri”, rispose Carla con entusiasmo.

Si salutarono stringendosi le mani e per un lungo attimo si persero l’uno negli occhi dell’altra, sorridendo.

Giovanni la seguì con lo sguardo mentre si allontanava sulla strada del borgo con i lampioni già accesi.

Poi, mentre inseriva la chiave nella toppa ripensò al pettirosso, alla sua mamma, alle emozioni provate nelle ultime ore.

Un gran senso di pace lo invase e una piccola gioia gli rallegrò l’anima.

Aveva appena ritrovato qualcosa di prezioso che credeva di aver perduto per sempre: la speranza.

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