Capitolo 1
Premessa
Ma che razza di superbia bisogna avere per azzardarsi a profanare il viale dei neologismi con la premeditazione di volerne rubare uno? Quanta megalomania serve per immaginare di poter modificare anche un singolo pezzo del nostro bellissimo lessico?
Come avrete cominciato ad intuire dalla severità della premessa è probabile che io stia semplicemente cercando d’ intrappolarvi in un bell’effetto paradosso.
Esordire con una premessa così clamorosamente autocritica è il travestimento perfetto per provare a conquistarmi un po' della vostra fiducia.
Nei miei tortuosi anni da studente di liceo classico mi sono abituato a convivere con parole dal suono inquietante come elisione, aferesi, crasi. Molte non hanno praticamente lasciato alcuna traccia (nemmeno quando avrebbero dovuto!) altre, invece, si sono arenati in qualche fondale della mia memoria, rimanendo lì per la maggior parte della mia vita senza un motivo apparente.
Quando ho deciso che Estatescenza sarebbe stato il fioco con cui avrei presentato questo racconto, qualcosa mi ha rispedito subito al concetto di crasi. Fortunatamente l’inconscio fa e l’inconscio disfa, così i miei deliri classicistici si sono infranti contro un salvifico rigurgito di conoscenza, obbligandomi a cercare tra altre tipologie di relitti mnestici.
Estatescenza non è una crasi, non rappresenta solo una fusione tra due parole, ma è un incontro tra spunti semantici e più semplici assonanze.
Nella mia idea dovrebbe essere un contenitore, o meglio, un connettore di parole a vari livelli, un termine che possa rappresentare un crocevia.
Se dovessi rappresentarlo musicalmente mi verrebbe da immaginarmi un bel crossover tra generi, dell’Hip hop mischiato all’hard rock con inserti di musica classica e il tutto miscelato da un DJ.
Estatescenza parte sicuramente dall’appiccicarsi delle parole estate e adolescenza, ma per me è stato forse ancor più importante che potesse racchiudere e rappresentare anche altri due concetti, quello di essenza e di fluorescenza.
Mentre appare più immediato ed intuibile l’accostamento tra l’adolescenza e quella stagione estiva che spesso paragoniamo ad uno stato d’animo, un po' più distante sembra il punto d’incontro tra essenza e fluorescenza.
Si può accostare la polpa di una persona, la sua sostanza immutabile, con la capacità che hanno alcuni oggetti di riemettere le radiazioni elettromagnetiche? L’essenza di una persona è il baluardo della sua umanità, mentre la fluorescenza ci dice che anche gli oggetti possono possedere una loro versione del concetto di generosità e ce ne danno prova restituendoci la luce.
Persone e oggetti, intrapsichicità ed estetica, nocciolo e buccia, è proprio la forbice creata da queste diadi tra interno ed esterno che volevo portare nell’area dell’Estatescenza.
Quella estiva è l’unica stagione che cambia così radicalmente nella nostra percezione con il passare del tempo. Il fatto che si sovrapponga quasi inevitabilmente al momento delle vacanze, cullandoci nella leggerezza più inscalfibile, le conferisce un’intensità e una purezza destinate inevitabilmente a creare una nostalgia eterna.
L’adolescenza, dal canto suo, rappresenta il condensato della gioventù, un apogeo obbligatoriamente vertiginoso nutrito da un senso di onnipotenza così bizzoso da far impallidire i vecchi colleghi dell’Olimpo.
Non esistono secondi amori o medaglie d’argento dell’amicizia! C’è solo un primo amore ed un miglior amico e spesso entrambe queste figure seminali si manifestano in quegli anni in cui tutto è concettualmente o bianco o nero, mentre tutti i colori che vediamo hanno un’intensità irripetibile.
Per fortuna questo mondo di promesse inscalfibili e senza ritorno viene reso umano da contraddizioni eclatanti, da repentine virate etiche che permetteranno al concetto di complessità d’iniziare a sedimentare, creando così la base della persona che saremo.
Perché l’adolescenza è una coperta corta, un luogo che ci scalda e ci fa star bene pur ricordandoci sempre della sua caducità.
“Ma si… è solo un amore adolescenziale…”
Quante volte a noi adulti capita di pronunciare questa frase senza renderci conto della enorme ingiustizia che rappresenta. Viviamo ricordando per sempre l’intensità e la complessità del nostro primo amore ma, quando a viverlo sono i nostri figli, parliamo di storie da ragazzini, di amori passeggeri.
Si, è vero, l’adolescenza deve finire, per mantenere quell’intensità così abbagliante è costretta ad un baratto esistenziale con la vita. Nell’infanzia dobbiamo imparare che il piacere ha dei confini, in adolescenza sperimentiamo come questi limiti tocchino anche l’amore, lasciandoci alle prese con un dolore intensissimo, senza avere la certezza che saremo in grado di superarlo.
Quando l’adolescenza non finisce, o arriva in ritardo, ci trasforma in una caricatura giovanilistica di noi stessi, declassando il bellissimo personaggio di Peter Pan ad una sindrome.
È in questo tempo formativo, abituato a ribaltamenti continui di prospettive, che possono coesistere concetti così distanti come essenza e fluorescenza.
I colori al neon che hanno accompagnato noi adolescenti degli anni 80, oltre ad averne rappresentato perfettamente l’ingenuo entusiasmo, sembravano rimasti come barlume nostalgico di un periodo troppo spesso etichettato esclusivamente come una dittatura edonistica.
Nel tempo si è venuta a creare una potentissima rilettura storica, una rivalutazione per certi versi eccessiva di quella decade scintillante. Questa radicale inversione di tendenza è rappresentata perfettamente dal cambiamento nella critica della musica di quel periodo. Prima quasi tutti gli artisti sembravano voler amputare la propria produzione degli anni 80, rinnegando il fatto di aver dovuto indossare spalline da quarter back e subire acconciature straripanti. Adesso invece la musica di quel periodo gode di un’immunità assoluta e, addirittura, sembra aver innescato la voglia di revival che è straripata anche in tutte le altre decadi.
Questo effetto di beatificazione colpisce anche molti di noi cresciuti in quel periodo, intrappolandoci nella convinzione granitica di aver vissuto la miglior gioventù possibile.
La discesa libera dell’autocelebrazione sembra trovare il suo traguardo quando arriviamo a identificare quei momenti come i più belli della nostra vita, scolpendo nell’indiscutibilità la convinzione secondo cui chiunque dovrebbe vivere un’adolescenza come abbiamo fatto noi.
Ci capita di calendarizzare i nostri anni ancora come facevamo da ragazzi, tutto comincia a settembre e finisce sempre a giugno, momento in cui entriamo in un’altra dimensione che ci porta altrove per tre mesi.
La fine dell’estate, i Righeira che ne diventano i menestrelli, gli esami di riparazione, l’inizio degli U.S. Open di tennis…inizia la più intensa delle liturgie malinconiche.
Ma fortunatamente le emozioni sembrano svolgere anche un lavoro di ribilanciamento, restituendoci crudelmente alla realtà. Quando ci capita di ascoltare dopo tanto tempo una canzone a cui siamo stati intensamente legati, riusciamo a sentire solo a metà. Recuperiamo subito il significato di quelle parole e le sensazioni che ci provocano quelle melodia, ma le emozioni e l’atmosfera che ci aspetteremmo di sentire sono cambiate. È come una falsa partenza, scattiamo immeditatamente ma altrettanto velocemente ci dobbiamo fermare, trotterellando poi tra malinconia e oblio.
Riascoltarle ci lascia un sottofondo di delusione per non poter più vivere esattamente quelle emozioni come pensavamo di sentirle allora, ma dire che ci lasciano indifferenti sarebbe come mentire a noi stessi.
Arriviamo così ad un compromesso con il nostro passato, lo spostiamo dal trono su cui lo avevamo messo per farlo sedere più vicino al presente.
Sopra questo quadrilatero che delimita il concetto di Estatescenza aleggia, creando un’ideale piramide, il punto fondamentale che si collega a tutti gli altri, il concetto di amicizia.
Perché parlare di adolescenza senza parlare di amicizia sarebbe come studiare l’astronomia senza considerare mai il sole.
L’estate senza amici diventa il più terribile dei contrappassi e i cambiamenti che facciamo in quella stagione lasciano una luminescenza unica solo se anche loro sono presenti.
Gli amici sono i primi nostri specchi dopo mamma e papà, e la fiducia nella loro schiettezza disinteressata ci porterà , per un po' , a fidarci di quei nostri simili più di chiunque altro.
Un’amicizia che nasce d’estate lascerà per sempre una traccia a prescindere dalla longevità di quel rapporto.
È proprio qui che nasce il patto di eterna bellezza che stipuliamo con il concetto di amicizia. Si accende un’eco inesauribile che avrà la funzione di mantenere viva quell’idealizzazione con cui compenseremo tutti i cambiamenti e le delusioni che vivremo negli anni.
Passiamo tutta la vita parlando di amicizia non rendendoci conto che ci riferiamo ad una sua versione in particolare, l’amicizia a cui la gioventù dava un sapore unico di purezza e d’intensità, di Estatescenza.
Davide Bellini
ESTATESCENZA
“Riky, che strani sti così, come si chiamano?”
“Involtini primavera, assaggiali, sono buoni!
All’inizio ti sembra di masticare della plastica ma poi, quando arrivi alla carne, sono gustosi, io ne mangerei per sempre! Prova ad arrotolarli nella lattuga e pucciarli in quella salsa marrone. Mio padre ci mette anche una foglia di menta ma a me fa schifo!
Hai preparato la cassetta per questa sera?
Poi assaggia anche quelle robe bianche che sembrano delle spugnette rinsecchite, il cameriere mi ha detto che si chiamano nuvolette di gambero, ti rimangono incollate al palato come un’ostia gigante”
Riccardo aveva questa capacità di accelerare improvvisamente i ritmi del dialogo, la conversazione poteva velocemente trasformarsi in un interrogatorio.
T’infarciva d’informazioni e di affermazioni camuffate da domande delle quali spesso non ascoltava nemmeno la risposta.
Questo gorgo relazionale avveniva per nessun motivo specifico, semplicemente qualcosa cominciava a solleticare la sua curiosità in modo più intenso e lui partiva sul tappeto volante della compulsione.
Comunque io la cassetta l’avevo fatta, come ogni volta che qualcuno me lo chiedeva, ma quella era stata particolarmente difficile. Mi serviva sempre uno stimolo da cui partire, spesso lo trovavo in un’esperienza che avevo condiviso con il committente. Ma in quei giorni sentivo troppe distrazioni, sovrapposizioni continue che annacquavano la mia determinazione.
“Buono questo pollo! Hai visto che talento che sono con le bacchette? Prima volta e riesco già a mangiarci pure il riso!”
“Ale guarda che i cinesi il riso non lo mangiano così, praticamente se lo sparano in bocca come se le bacchette diventassero una catapulta!”
Io non davo una grande importanza al cibo (caratteristica che mi ha accompagnato per tutta la vita) e non ero ancora realmente uscito da quella fase in cui mio padre, pensando di addomesticare il mio appetito, mi aveva avvolto con una strategia educativa univoca che prevedeva la trasmissione all’infinito del disco rotto “Alessandro mangia”.
Quella sera, però, vivevo sotto l’incantesimo della collisione di due esordi: scoprire Milano e andare a cena in un ristorante cinese.
Quel doppio noviziato me ne regalò un terzo, la sensazione di sentirmi affamatissimo.
Un meccanismo in cui, invece, ormai ero diventato un veterano era quello di costruirmi aspettative iperboliche. Quando mi ritrovavo con un programma eccitante davanti, cominciavo immancabilmente a fantasticarci sopra. Non era un puro e semplice lavoro d’immaginazione, perché mi tuffavo negli abissi della mia memoria filmica, la mescolavo con qualche sbirciatina alla realtà e ne ottenevo dei quadretti accattivanti quanto credibile. Ciò mi permetteva di amplificare il mio entusiasmo senza confini ma anche di espormi a delusioni spietatissime.
Riccardo ed io eravamo amici da sempre, non esistevano immagini della mia infanzia senza di lui.
Il fatto che anche le nostre madri avessero creato un buon rapporto, sulla base di una comune dolcezza, aveva concesso alla nostra amicizia una quotidianità rassicurante.
Finite le elementari i miei decisero di seguire le indicazioni di mia zia che, ammantata dall’aura di un diploma magistrale, aveva suggerito loro di mandarmi in una scuola di preti perché “avevo bisogno di una raddrizzata”. Nel momento in cui crocifissero la mia pubertà con quella decisione l’unica mia consolazione fu ricordarmi che in quel purgatorio ci fosse già finito da un anno anche Ricky.
Pur sapendo bene che la sua presenza nel girone degli “storti” fosse assolutamente immeritata non riuscii a soffermarmi troppo sui motivi di quella ingiusta etichetta. Averlo vicino nella palestra del testosterone nascente era una rassicurazione troppo forte.
In realtà, però, nei primi due anni di quel nebuloso percorso ci perdemmo un po', probabilmente perché i 12 mesi che ci dividevano anagraficamente erano diventati una trincea troppo profonda per l’imprevedibile mondo della preadolescenza.
Dopo la prima portata mi fu immediatamente chiaro come quella sensazione di voler ingurgitare il mondo non fosse fame, ma un banalissimo cocktail di entusiasmo e curiosità.
“Come l’hai intitolata? Hai messo i Bronsky Beat?”
“Riky non pressare, lo sai che le mie cassette si svelano solo con l’ascolto, prima non parlo mai!”
“Che palle Ale, non siamo mica nell’area 51! Dimmi qualcosa, dai! Solo se li hai messi!”
Ultimamente avevo cominciato a riconoscere in Riccardo uno sguardo particolarmente aggressivo quando eravamo a tavola. Mi capitava spesso di osservarlo mentre sembrava dedicato esclusivamente ad aspirare tutto quello che aveva nel piatto. Non diventava semplicemente impermeabile alla comunicazione, ma piuttosto ipnotizzato da richiami che ricoprivano tutto, l’acquolina faceva scivolare via qualsiasi cosa intorno a lui.
Sembrava volesse mostrarmi un lato di sé che in altri modi non riusciva ad esprimere.
“Ale lo sai che questa sera sarà una figata! Mio padre e Carla andranno via con i tuoi giusto in tempo per l’inizio della partita e vedrai che staranno fuori quasi tutta la notte.”
Mi chiesi subito perché avessimo bisogno di tutta la notte per guardare la partita, secondo i miei calcoli sarebbero bastate due orette per fare ciò che volevamo.
Poi mi accorsi che quelle tre parole, tutta-la-notte, erano uscite dalla sua bocca come tre rintocchi, indicando una solennità con cui, evidentemente, non riuscivo assolutamente a sintonizzarmi.
Ricky aveva appena finito la prima scientifico mentre io pensavo che l’esame di terza media mi avesse slegato per sempre dal rancore nei confronti di quei collerici ministri di Dio (cosa che, ahimè, succederà solo un paio di decenni più in là).
Ormai riconoscevo nel mio amico le prime tracce della metamorfosi adulta. Mi stupiva come le sue spalle, per qualche strano nuovo super potere, fossero diventate più larghe (ovviamente il fatto che si allenasse con la canoa 5 giorni a settimana non mi sembrava un fattore rilevante). La voce aveva smesso di tremargli in gola assestandosi su degli ultra-bassi minacciosi quanto, a volte, impercettibili. Mentre io continuavo a vedermi sostanzialmente uguale a sempre, salvo per un allungamento che mi appariva piuttosto uno scherzo ottico che una crescita.
“Appena escono piazziamo su la cassetta e aspettiamo la partita. Ho preso coca per me e sono riuscito a trovare l’Orangina per te, dovrebbero esserci anche alcuni pacchetti di Fonzies rimasti. Hai visto che organizzazione? E tu non vuoi nemmeno dirmi che canzoni hai messo nella cassetta!”
Queste modalità di Ricky avrebbero voluto essere manipolatorie ma gli uscivano in maniera troppo lineare perché le percepissi come tali. Lo schema era sempre quello di dare il più possibile risalto alle cose che faceva pensando, così, di potersi concedere qualsiasi richiesta in cambio. Teneva a portata di mano anche la comodissima via di fuga del semi serio (“Scherzavo, dai!”), smascherando ogni sua velleità manomissoria con un sorriso più dolce che guascone.
“Alessandro mangia per favore!”
“Ho messo questa Ricky, ti piace? L’ultimo successo di Mario Arceri! Che poi è uguale a tutti gli altri, sempre la stessa canzone da anni ma al pubblico questa sua coerenza artistica sembra piacere molto! Potremmo definirlo un Albano con meno estensione ma più ossessione!”
“Ale! mi ascolti o no? Vuoi mangiare per cortesia!”
“Dai Mario, lascialo stare, già non mangia normalmente figurati in una situazione come questa!”
Mia madre a volte sfoggiava un tempismo inaspettato nello schierarsi per quella che, all’epoca, credevo fosse la mia difesa. Ogni volta il suo coraggio mi sorprendeva, come se stentassi sempre a riconoscerle quella dote.
Quella sera lei ed io trovammo in un rosato cinese dall’etichetta pacchiana un alleato inaspettato, capace d’inebetire sia mio padre che quello di Ricky.
Quando suo marito la assecondò, dandole una carezza melliflua sulla mano, rimase inizialmente sorpresa, finché non riconobbe in lui le caratteristiche della sua classica affabilità etilica.
Quegl’istanti mi dicevano che avrei potuto godere di un’amnistia immediata e illimitata per qualsiasi reato commesso da lì fino alla fase calante dell’ebrezza alcoliche di mio padre.
Nel 1986 i ristoranti cinesi a Milano erano già in un discreto numero, rappresentavano un’offerta che incuriosiva quanto insospettiva, un’apertura verso un mondo che poteva ancora tollerare un certo grado di stereotipie nel descriversi.
Il Chinatown (appunto…) cominciava a ricercare le prime velleità di sofisticatezza. Raffigurava perfettamente un’ideale compromesso tra l’atmosfera arrembante della Milano anni 80 e l’orgoglio di un popolo che, grazie al lavoro, stava cominciando a prendersi gli spazi che il nostro mondo aveva iniziato ad ignorare. Il pavimento era costruito sopra un acquario che sembrava servire più come base per battute al limite del discriminatorio (“Poi ce li fate anche mangiare sti pesci?”) che come rappresentazione di una cultura enorme. Il nostro tavolo era piazzato nel centro del locale, a rimarcare come Enrico e Carla fossero degli habitué, perni di una propaganda sociale imprescindibile per avere successo in quel periodo storico. Il papà di Ricky era un agente immobiliare mentre la sua compagna aveva un negozio di antiquariato che si tramandava da generazioni. Entrambi avevano una manifestazione non eclatante del loro snobismo, ma la mia spietatezza preadolescenziale li smascherò subito. Non riuscivo a capire come Ricky potesse aver creato un legame così positivo con quella donna che, in fin dei conti, aveva sostituito sua madre. Enrico invece mi piaceva molto, invidiavo il modo in cui riusciva a disinnescare ogni conflitto con Ricky. Avevano una modalità molto fisica per dimostrarsi il loro affetto, cosa che con mio padre si stava dimostrando impossibile. Quando cercavo di abbracciarlo mi ritrovavo a sentirmi come chi cerca di farlo con un cactus. Perfettamente consapevole delle conseguenze (cosa che, per altro, ho continuato a ripetere comunque per gran parte della vita), ma incapace di farne a meno.
“Ricky dove hai lasciato le chiavi del motorino?”
Qualsiasi risposta non avrebbe mai ottenuto la mia attenzione perché la parola motorino, nella mia testa, metteva in moto una eco potenzialmente infinita ed assordante.
Carla gli aveva regalato per la promozione un Benelli 50 rosso, uno strumento che aveva reso concreto il concetto di libertà. In realtà quell’oggetto, privato del suo valore mitologico, aveva tutta una serie d’inestetismi indifendibili! Il sellino triangolare era più simile a quello di una biciletta, gli specchietti (Ricky era stato obbligato ad averne addirittura due!) così lunghi da farli assomigliare a delle antenne per qualche telecomando a distanza, e Il manubrio clamorosamente sproporzionato per quel piccolo abitante dell’asfalto. Tutto ciò enfatizzato da un casco integrale che era stato imposto a Ricky ancor più tassativamente degli specchietti.
Il risultato finale raffigurava un astronauta-ciclista calato come un palombaro su una bicicletta telecomandata probabilmente da Carla.
Ma noi non abbiamo mai dubitato della sua bellezza, delle possibilità infinite che ci offriva quotidianamente. Potevamo decidere semplicemente di osservarlo inebetiti per minuti o godere della sensazione d’indipendenza più forte che avessimo mai sentito.
“Le chiavi? Quali chiavi!”
Ricky riuscì a reggere la provocazione solo per pochi secondi dopodiché estrasse, con un orgoglio completamente fuori controllo, due minuscole chiavette tenute insieme da un anellino che cominciò a far roteare sull’ indice. La sua espressione dovette cambiare in un lampo! L’anello delle chiavi era diventato un mini hula hop da dito grazie alla velocita delle rotazioni, finendo a fluttuare per aria fino ad infilarsi tra le grate di scarico del pavimento-acquario.
“Ma che sfiga!” imprecò Ricky!
“Ma che pirla!” lo corresse Carla!
Di colpo la patina amichevole del loro rapporto mostrò una crepa dal sapore strettamente consumistico.
I successivi dieci minuti trasformarono la sala centrale del Chinatown in un flipper umano. I camerieri facevano a gara per recuperare le chiavi con le iniziative più fantasiose, mentre mio padre ed Enrico dovettero riappropriarsi di una lucidità anche solo formale per apparire minimamente coinvolti. Carla non toglieva gli occhi di dosso da Ricky, come se l’intensità di quello sguardo fosse il castigo più potente che potesse infliggergli.
Dopo una ventina di minuti le chiavi ricomparvero, o meglio, furono riportate al tavolo dai proprietari del ristorante in persona. Una coppia di mezza età rimpicciolite dal lavoro che, aldilà del sorriso di ordinanza, lasciava intravedere un’espressione affranta. Sul momento tutti pensammo che, per qualche strana forma di ius primae noctis, quelle due persone potessero ritenersi in qualche modo responsabile per l’accaduto, come se il loro ruolo professionale dovesse contemplare anche sacrifici di quel tipo. Col passare dei minuti capimmo, vedendo transitare sempre più spesso camerieri con scope e palette, che nelle operazioni di recupero qualcosa era andato terribilmente storto...
Vedere poco dopo le grate completamente rimosse rese chiara la reale causa dell’espressione affranta di quella dolce coppia.
Il dispiacere evidentemente non gode sempre di proprietà transitiva, perché nessuno di noi accennò ad un minimo segno di afflizione.
L’atmosfera al tavolo era ormai inesorabilmente inquinata, gli adulti cercarono in qualche giro di sakè un po' di nuovo entusiasmo, ma non funzionò.
Ci alzammo praticamente tutti insieme con un’andatura caracollante, figlia però di motivi diversi: la fuga dell’euforia aveva lascito gli adulti bolsi e rallentati mentre la stanchezza tentava di zavorrare le nostre sperimentazioni.
Quando ci salutammo per rivederci a casa di Carla cercai, come facevo sempre, di andare in macchina con “gli altri”. Sapevo che spesso quei momenti in macchina con i miei genitori potevano diventare una transizione anche emotiva. Una vera e propria resa dei conti travestita da chiarimento.
Mio padre respinse la mia richiesta seccamente, il che mi fece presumere che i chiarimenti potessero riguardare anche me…
In realtà il viaggio fu piuttosto silenzioso finché lui, probabilmente sentendosi obbligato a motivare il rifiuto, mi disse di non aspettarmi che la serata sarebbe durata troppo a lungo.
Decisi di non rispondere, cosa che per me cominciava a rappresentare uno sforzo titanico. Mi placò aver smascherato la sua incoerenza nel catechizzarmi per una cosa che, in realtà, dipendeva esclusivamente da loro.
Via Borgospesso…
Quel nome mi girava in testa da giorni, una giostra alimentata da una curiosità assoluta. Aveva cominciato a far lavorare a pieno regime la mia fabbrica delle aspettative. Questa volta ero riuscito ad entrare nell’iper-dettaglio, arrivando ad immaginare qualsiasi minuzia.
Per questo il fragore della delusione fu ancor più eclatante!
Quella strada in cui era situato l’appartamento di Carla mi portò implacabilmente nel versante oscuro del mio fantasticare
Trovai che tutto fosse esattamente il contrario di ciò che dichiarava di essere: una via sottile in un tripudio urbano! Nessuna traccia di anime rurali o tantomeno del concetto di spessore. A sancire la mia diffidenza per quella sottile sfilata di apparenza ci pensò il fatto che ci trovassimo nell’ennesimo affluente di cemento della lussuosissima via della Spiga.
Non trovai lo spirito amichevole di un borgo né la concretezza agreste che mi ero immaginato, tutto quello sforzo di fantasia sembrava adesso immeritato per uno scenario che si sarebbe potuto confondere con qualsiasi cosa.
Per raggiungere l’appartamento di Carla passammo prima davanti ad una serie di vetrine che, nonostante fossero già chiuse, sembravano voler continuare a passare il messaggio che quello sfarzo non conoscesse pause.
Il cuore ibrido dei miei tredici anni mi permise di guardare tutto con un disinteresse violento. Ero ancora immune dalle velleità modaiole che mi avrebbero sorpreso in un futuro più lontano ma già pieno di quell’idealismo che sarebbe rimasto con me, creando una delle tantissime contraddizioni della mia adolescenza.
Ci arrivammo dopo il pigro imbrunire di una calda giornata estiva. I miei occhi me la descrissero come una piega nella pietra, una sacca grigia dove il sole non sarebbe mai potuto entrare completamente. Tutto sembrava immerso in una vasca di ombra, di cui i pochi raggi di sole presenti delimitavano la linea di galleggiamento.
Quegli enormi portoni in legno circondati da frotte di piccoli mattoni rossi rappresentavano, anche per il mio occhio ancora acerbo, un violento stridore con le vetrine abbaglianti della vicina via Montenapoleone.
Come se aggrapparsi agli stilemi di un mondo antico potesse nascondere la spudoratezza della nube commerciale che aleggiava su tutto.
Ci misi poco a capire cosa i miei si aspettassero che avrei dovuto pensare di quel contesto.
Loro erano già schierati in un’ammirazione che mi sembrava ammaestrata. Mia madre cercava ogni dettaglio per trasformarlo in una fonte di ammirazione e mio padre esibiva il suo silenzio ossimorico: s’intrappolava in un mutismo a cui affidava implicitamente i suoi commenti (ovviamente positivi!) più eclatanti.
Negli anni, diradatesi le foschie dell’idealizzazione, ho cominciato a rileggere i rapporti creati dai miei genitori con tutte quelle persone che vedevo transitare nelle nostre vite.
Essere i proprietari di uno stabilimento balneare di successo in quegli anni sembrava non poter prescindere dal barattare un po' del proprio privato per quel pubblico. Sono cresciuto rimbalzando tra l’idea che i miei genitori avessero molti amici e l’ascolto di critiche feroci che sentivo uscire dalle loro bocche nei confronti di quelle stesse persone che, di colpo, si erano trasformate in un nemico.
Momenti come quello che stavamo vivendo, in quell’appiccicosa morsa estiva, mi aitavano a distinguere delle note compiacenti, comportamenti che il mio radar di ragazzo riusciva a catalogare solamente come strani.
Forse cominciavo a vedere mia madre e mio padre esattamente come i padroni del Chinatown, una coppia intrappolata in due mondi, condannata a rimbalzare tra tendenze servili e divieti emotivi.
La casa di Carla sembrava l’ideale prolungamento di quella angusta strada milanese. Appena entrato percepii nuovamente quella forzata convivenza tra antico e moderno, nella speranza che il primo potesse dare qualche dignità al secondo.
L’ingresso disegnava un grande semicerchio sopra un pavimento in marmo e offriva davanti a sé un ventaglio di 5 porte. Un esordio che sembrava voler sfoggiare immediatamente, attraverso tutte quelle opzioni, il grandissimo potenziale di quell’appartamento.
La prima porta a destra era la camera da letto degli ospiti, e faceva anche da anticamera ad una grande cabina armadio. Ovunque dominava uno sviluppo a metà strada tra le scatole cinesi e l’effetto domino. Era una casa che sembrava compiacersi della sua autostima obbligando l’ospite, con quella struttura concatenata, ad ammirare ogni suo spazio.
Ricky sgusciò fuori dalle sue Nike Wimbledon per fiondarsi verso una tana che sembrava aver già fatto sua.
Carla fece partire il rimprovero mentre le scarpe del mio amico erano ancora in volo, richiamandolo ad un ordine che lui sembrò accogliere con non calanche.
“Hai ragione, scusa! Le metto a posto e vado in camera. Vieni Ale?”
Mi sorpresi nel non riuscire a sintonizzarmi con il suo entusiasmo, qualcosa mi stava bloccando mentre lui aveva iniziato ad incitarmi anche usando il linguaggio del corpo. Sgranava gli occhi e muoveva lateralmente la testa, talmente tanto da aver trasformato dei gesti d’intima intesa in tic nervosi.
Avanzai lentamente entrando nella seconda porta da destra che conduceva verso la camera di Ricky, ma prima mi trovai ad attraversare un salotto infinito. Sentii la necessità di fermarmi un minuto per concedere a quella stanza lo status di cuore della casa. Fu una percezione immediata, non per il suo posizionamento (sapevo già che sarei andato via da lì senza capire realmente la conformazione di quell’appartamento) ma per l’atmosfera che mi venne addosso. M’immaginai come un archeologo a cui stava cadendo addosso della polvere di sapere. Tutto era distribuito in maniera perfetta, affascinante come non sempre il passato riesce ad essere per un ragazzo di tredici anni. La tentazione di catalogare ciò che vedevo come un ammuffito cimitero dell’inutilità chiaramente mi passò davanti, fino a quando uno sguardo perforò la tela in cui era intrappolato e mi s’incollò addosso portandomi via.
“Oh Ale, molla i nani da circo e vieni in camera mia che dobbiamo organizzarci!”
La voce di Ricky era diventata sottile, quasi ovattata, non avrebbe più potuto raggiungermi in quegli strani sentieri che nemmeno io avevo mai visto.
Anticipando una mia curiosità che stava diventando sempre più pulsante Carla mi sfilò dietro la schiena come una fantasia per sussurrarmi il titolo del quadro di cui stavo ammirando la riproduzione.
Con la sua ironia, tuttavia, Ricky aveva sempre trovato il modo di smuovermi, anche dai miei punti più fermi. Riusciva a sradicarmi dei sorrisi lenti ad emergere come a svanire. Successe così anche nelle profondità di quel momento, non appena la sua voce tornò a riprendere spessore. Mi ritrovai così a combattere per non sovrapporre la sua definizione di “nani da circo” a quell’angoscia esistenziale incredibilmente ritratta da Velazquez.
Quegli sguardi fissi di due persone vicine nella loro fisicità ma distantissime nella spietatezza della scala sociale. Una piccolezza principesca ed una farsesca, la prima portatrice di espressioni altezzose e l’altra di occhi senza speranza.
“Oh, allora, ti muovi? Chiedi permesso al signor Barnum e vieni in camera che si sono già collegati!”
Ormai Ricky aveva demolito il privilegio che quel dipinto mi aveva regalato. Dovetti uscire da quel dono estatico con ignominia, spintonato fuori da una pesantissima manata di umorismo nero.
Prima di abbandonare quel salotto sentii la necessità di sedermi un attimo sul grande divano di pelle beige piazzato al centro della stanza. Cercavo di restituire un po' di quella profondità che mi era stata regalata inaspettatamente.
“Su quale canale la danno? speriamo che il commento sia decente!”
La rai era solita associare alle partite che riteneva meno importanti dei commentatori soporiferi che, abbinati al fuso orario messicano, potevano creare una sonnolenza quasi istantanea.
“Noooo! Commenta Ennio Vitanza! Tanto vale mettere la cassetta in sottofondo! È una palla! Non cambia tono nemmeno per i goal!”
“Ale sei tornato! E già entrato in clima prepartita! Mi piace quando sei così aggressivo, altro che nani e trapezisti!”
Mio padre, nel frattempo, si era lasciato scivolare sul divano che aveva accolto la mia piccola sindrome di Stendhal, dando il colpo di grazia ai residui mistici di quel luogo con uno sbadiglio leonino.
“Enry io non garantisco per la mia tenuta, ho già un abbiocco incontenibile!”
“Tranquillo Mario, là non dovrebbe essere troppo lunga e mal che vada ci facciamo aiutare dal signor Champenois.”
Quel tipo di ammiccamento tra mio padre ed Enrico attivava sempre in me un’ansia immediata, come una lama che fende velocissima. Era un’intesa perversa che rotolava sempre inesorabilmente verso una deriva prima depressiva e poi esplosiva.
Mia madre si era incollata a Carla facendole da mono pubblico, le lasciò tutto il palco affinché potesse trasformarsi nella miglior guida turistica di casa sua.
Ad un certo punto tutti e sei fummo sopraffatti da una stanchezza trasversale, una nube invisibile capace di cancellare anche l’entusiasmo iniziale che ci aveva ritrovato davanti al Chinatown.
Fu il primo squillo metallico del telefono a ridestarci. Soprattutto gli adulti, richiamati violentemente ad un impegno che a quel punto della serata avrebbero senza dubbio voluto evitare, dovettero inamidarsi l’anima per poter uscire.
Enrico e mio padre si alzarono dal divano quasi all’unisono, non si scambiarono sguardi d’intesa per paura che potessero avere un effetto opposto a quello necessario.
Carla e mia madre raggiunsero l’ingresso con un passo quasi entusiastico, conseguenza di alcune rinfrescate estetiche che avevano fornito loro una sufficiente dose di eccitazione.
Ci salutarono senza nemmeno imbrigliarci nelle raccomandazioni di rito, si limitarono a ribadire (soprattutto per loro stessi) che sarebbero tornati presto.
Così tutti ci congedammo complici della più clamorosa delle bugie collettive, sancita dalla fissità dello sguardo del grande orologio a cu-cu dell’ingresso che segnava già le 23:37.
Non appena la porta di casa si chiuse le nostre espressioni salparono per lidi apposti!
Ricky sembrava Nerone mentre osserva la sua folle onnipotenza riflessa nelle fiamme che si mangiavano Roma.
Io, invece, mi sopresi nel sentire una sorta di nostalgia fulminante. Fu una consapevolezza che mi arrivò addosso come un asciugamano bagnato, il più brusco dei risvegli.
Oscillavo tra la più semplice sorpresa per come i miei genitori potessero mancarmi già e il più complesso domandarmi perché mi mancassero in generale.
“Ale hai visto che gioca Frank!”
La nostra amata Danimarca…
Da un paio di anni Ricky ed io ci eravamo innamorati follemente della nazionale di calcio danese, quella che fu incastonata perfettamente nel soprannome di Danish Dynamite.
Un gruppo di vichinghi con i capelli lunghi e biondi che sapeva solo attaccare, una Ford Mustang con il pedale dell’acceleratore incollato giù, spinta da un motore che doveva per forza venire da qualche mondo futuro.
Le scintilla di quella passione intensissima fu inizialmente di natura esclusivamente estetica, ma col tempo si estese in terreni molto più vasti.
Quando riguardo le mie ultime foto a dominazione genitoriale, cioè quelle su cui non avevo alcun diritto di parola, mi viene sempre da pensare ad una dittatura del caschetto. Il bambino della pubblicità della Kinder, Nicholas della famiglia Bradford, qualsiasi bimbo dei film della Disney, sembrava che in quel periodo ci fosse un tacito accordo mondiale secondo cui l’infanzia dovessero stare sotto un caschetto. La natura contribuiva poi aggiungendo un altro elemento, donando indiscriminatamente capelli dal biondissimo al biondiccio praticamente a tutti, anche a quelli che da adulti sarebbero diventati corvini. Tenendo conto che il caschetto, per sua struttura, non potesse essere corto, finiamo per avere davanti agli occhi la sola immagine in cui ogni bambino nato nei primi anni 70 si potesse riconoscere durante tutta la sua infanzia.
Quando vedevo Lerby, Jesper Olsen o Arnesen correre in mezzo al campo venivo rapito da quei capelli lunghi e biondi che s’ inscurivano con il passare dei minuti. La comparsa del sudore ne faceva appiccicare una parte intorno al viso, mettendo ancor di più in evidenza la porzione rimasta asciutta che diventava come una fiamma fluorescente sulla testa dei nostri idoli.
Un’altra diramazione di questo folgorante legame con quella squadra partiva esattamente da dove partivamo noi.
Un gruppo di ragazzi nati con il costume da bagno addosso e abituati a ribaltarsi tra le onde nevrili del ponente ligure. Per noi poter conoscere coetanei (nello specifico direi più coetanee) di altre nazionalità era come esplorare la luna.
Volti angelici incorniciati da capelli di un colore che aveva dato una nuova accezione alla definizione di biondo. Queste ragazze ai nostri occhi erano fluorescenti come la maglietta della Danimarca sui campi da calcio, mettevano insieme la bellezza rassicurante delle bambole e nuovi desideri ancora troppo timidi per palesarsi.
“Hai notato come le immagini delle partite di questo mondiale siano tutte chiarissime! Sembra che giochino sempre a mezzogiorno sotto due soli!”
“È vero! I campi invece sembra che abbiano l’erba altissima, una moquette verde spelacchiata in alcuni punti.”
“Ale questa sera giochiamo con la maglia più chiara e con i pantaloni rossi!”
Esistono magliette di squadre di calcio che hanno lasciato un segno indelebile nell’immaginario di qualsiasi ragazzo, uno schieramento estetico più potente anche di quello sportivo, bandiere di nazioni trasversali.
La divisa della nostra Danimarca era uno splendore di simmetrica fluorescenza, una specularità alternata tra petto e spalle, delimitata dalla presenza delle sue caratteristiche frecce che parevano uscite direttamente da una segnaletica stradale.
Il fatto che la prima e la seconda maglia differissero solo per la densità del rosso ci toglieva anche il dubbio di quale preferire. Ma come la mettevamo con la scaramanzia tipica del mondo del calcio? Quale divisa attribuire alla buona o alla cattiva sorte? Anche questo problema per noi non si poneva, perché i vichinghi credono solo nel Valhalla!
“Se abbiamo suonato la Germania con la Spagna andiamo via lisci, poi hai visto Elkjaer? Fa paura! I difensori dell’Uruguay se lo sogneranno per ogni notte della loro vita.
Nonostante non avessimo una conoscenza approfondita della storia di quella squadra, lacuna che m’impegnai a colmare negli anni a venire, sentivamo una connessione profondissima quanto istintuale con quel gruppo di ragazzi poco più grandi di noi.
Ai nostri occhi erano delle rock star e li vivevamo così, senza sapere che, venendo da un mondo dilettantistico, il loro stile di vita fosse realmente pieno dei cliché più classici del rock and roll.
Anche in patria l’idolatria nei loro confronti virava su versanti musicali, al punto da far loro incidere una canzone che salirà anche in testa alle classifiche. Ma per noi due ragazzini italiani della provincia d’Imperia quei gladiatori scandinavi rappresentavano la nostra nicchia esclusiva, degli eroi i cui poteri risultavano chiari solo a noi.
“Ale andiamo in camera di mio padre e Carla, altrimenti tu devi stare su quella sedia.”
Ci mise poco a convincermi. L’idea di stare in due sul suo letto singolo incollati dall’umidità estiva, o incastrarmi per 90 minuti su quella sedia targata Collodi, avevano garantito la mia collaborazione.
Andare nella camera di Carla ed Enrico voleva dire attraversare prima una stanza adibita a libreria, cosa che facilitò la rapidità del nostro passaggio.
Ci piazzammo sul letto matrimoniale paralleli ma distanti e cominciammo a tifare!
Il materasso sembrava tenerci sospesi in aria, era talmente spesso da dare le vertigini, guardavamo alla rete sotto il letto come fossimo sul ciglio di un canyon.
La scelta del televisore sembrava voler rinforzare oltremodo l’alternanza tra antico e moderno.
Purtroppo per noi però, in questo caso, il lato vetusto aveva dominato nel settore tecnologico, depositando uno scatolone catodico da 50 pollici sopra un minuscolo ma modernissimo mobiletto viola di design.
Il fatto che ci fosse una sporgenza così grande nel retro di quel gigantesco parallelepipedo di plastica, lo faceva assomigliare ad una versione catodica della matriosca, come se nascondesse un piccolo sé all’interno che, magari, ne conteneva altrettanti e via così fino all’infinito.
“Ale sono tesissimo! T’immagini se vincessimo i mondiali? Piontek lo farebbero re di Danimarca.”
“Non portare sfiga Ricky!”
Anche io tenevo tantissimo alla vittoria della partita, ma tra noi due funzionava così, ci muovevamo sempre compensando le emozioni dell’altro. Gli sconfinamenti nei campi dell’empatia sarebbero venuti molto più in là e molto faticosamente.
A me capitava sempre più spesso di ritrovarmi a fare delle domande che parevano assolutamente estemporanee, quasi un traboccamento di curiosità.
Con il tempo ho capito come quello fosse il mio tirocinio con la mia timidezza, mi stavo cominciando ad allenare nel maneggiare ciò che avevo cominciato a vivere come un impedimento.
Mi servivo di veri e propri salti da kamikaze per trivellare tutti quegli strati d’imbarazzo e remore.
“Ricky non ti da noia vedere Carla vicino a tuo padre? Non prenderla male, ma è solo che so quanto tu sia legato a tua madre e mi sembra strano vederti così amichevole con lei.”
Il silenzio che susseguì non mi portò a rimpiangere di aver espulso quelle parole, sentii piuttosto la necessità di riempire l’attesa articolando ulteriormente la mia domanda.
“…comunque mi sembra che lei sia gentile con te, quindi ti capisco…”
“Cosa vuoi che faccia Ale? Le faccio la guerra? La ignoro? Mio padre ha scelto lei, perciò è meglio che me la faccia andar bene, altrimenti mi ritroverò con un problema in più!”
Feci fatica a riconoscere il mio amico in quel ragioniere delle emozioni e, nonostante la sua risposta avesse spolverato qualche mio angolo rabbioso, rimasi interdetto. Riuscii a capire abbastanza velocemente che non fosse quel razionalismo costruito a farmi male, ma il fatto che lui mi avesse implicitamente confermato di avere un problema.
La sensazione che il suo fosse un ragionamento più maturo di quello che avrei potuto fare io al suo posto andava di pari passo con la certezza che il verbo da usare in quel momento non fosse pensare ma sentire.
“Siamo partiti bene Ale, guarda Arnesen, si vede che il ginocchio è a posto. Se gli facciamo gol nei primi dieci minuti ritiriamo fuori il pallottoliere come contro l’Uruguay!”
“Ricky il bagno è di là?”
Indicai la porta vicino alla sua parte del letto, ormai arreso al fatto che quell’accenno d’intimità fosse stato riempito da comode impellenze del momento.
Entrai nel bagno di Carla e dopo un po' sentii la voglia di estrarre una domanda dalla mia testa per scriverla sul grande specchio che troneggiava sopra il lavabo: “Come può una donna così brutta avere così tanti prodotti di bellezza?”
A tredici anni la correlazione tra cura del sé e avvenenza aveva ancora un vestito abbastanza rigido. Per me le persone poco attraenti erano autorizzate (forse meglio dire caldamente esortate!) a smettere di porre attenzione al proprio aspetto, accettando definitivamente quel verdetto estetico.
Carla era molto grassa e questo m’impediva automaticamente di riconoscerla come avente diritto a velleità estetiche, immaginarla seduta davanti ad uno specchio mentre cercava di vedere ciò che io non vedevo mi sembrava surreale.
Il tema della bellezza era sempre stato un fattore centrale per la mia famiglia, come un grande specchio posizionato costantemente sul soffitto delle nostre tre vite.
Mia madre da giovane era stata una ballerina, prima classica e poi contemporanea, mentre mio padre era cresciuto col rimpianto di non aver avuto il coraggio per tentare di entrare nel mondo dello spettacolo.
Il fatto che fossero una bella coppia per me non era un dato oggettivo o soggettivo, ma un vero e proprio dogma!
E anche io, in quanto loro figlio, ero per diritto di nascita in un’area di semi divinità della bellezza.
La valutazione di questo elemento, che ovviamente veniva rimesso esclusivamente al loro gusto, mi ha spesso offuscato, lasciandomi un’autostima che ora riconosco come ottusa. Sono cresciuto dando per scontato un’immagine di me stesso che ho potuto scoprire realmente solo attraverso le relazioni in cui mi sono sentito rassicurato dall’amore dell’altro.
Il primo tentativo di mia definizione estetica autonoma avvenne a 11, quando mi trovai a dover difendere strenuamente un bisogno di sostituire le rotondità bimbesche del caschetto arruolandomi in un appuntito taglio a spazzola.
Mia madre visse quel mio cambiamento come un vero e proprio lutto ed io cominciai a capire che nella mia famiglia non esistevano tante versioni della bellezza.
Rientrai nella camera da letto di corsa, un po' per sapere come fosse il risultato e un po' per uscire da quel nido di ampolle infinite.
“Comunque non c’è partita, Søren è in versione He-man e li sta distruggendo tutti in mezzo al campo!”
“Micky come sta giocando? è in giornata il tuo idolo?”
Riccardo aveva sviluppato negli anni una vera e propria ossessione per Michael Laudrup, quello che per tutti era il giocatore più talentuoso di quella squadra (Io, invece, sostenevo che fosse Arnesen).
Poi, il fatto che fosse finito nella sua squadra del cuore, la Juve, aveva portato tutto alle soglie del fanatismo!
“Si, si sta muovendo bene, ma non lo vedo ancora entrato in partita.”
“Rigore! No, dai, se non lo fischia è un bastardo!
Guarda, guarda! È nettissimo!”
Ero saltato fino ai pedi del letto, con il rischio concreto di entrare anch’io a far parte degli ospiti della Matrioska.
“L’ha dato! Si! Chi lo tira secondo te Ale? Io lo farei tirare a Mikcky, anche per dargli una sveglia!”
“Guarda, lo calcia Jesper! Giusto, contro la Germania l’ha tirato lui.
Quasi tutte le squadre di calcio scandinave, prima del gigantesco mikado causato da crollo del muro di Berlino, facevano sfoggio di una scarsissima fantasia nei cognomi. Nella nazionale italiana non succedeva che ci fossero 2 o 3 Rossi, nella Spagna non si assisteva ad una invasione di Martinez, ma tra Svezia e Danimarca bisognava spesso superare una selva di Eriksson, Nilsson, Nielsen e Olsen. Quest’ultimo cognome compariva due volte nella nostra amatissima compagine. Il primo Olsen si riferiva allo storico capitano, Morten, il vero e proprio totem della squadra. I calciatori convivono con un doppio binario anagrafico, quello sportivo e quello umano. A Morten Olsen riusciva l’incredibile compito di farli combaciare. Alle spalle aveva già una carriera molto lunga ma aveva solo 38 anni e il suo volto sembrava uscito direttamente dalla fantasia a cui aveva attinto il suo connazionale Andersen per creare la strega del mare.
L’altro Olsen era Jesper, vero e proprio carneade che, nonostante una ottima carriera alle spalle, era stato riconosciuto come ottimo giocatore solo dopo la sua esplosione a quel mondiale messicano.
“Goooool! Grande Jesper! E Zubizarreta si accomoda dall’altra parte! Hai visto Ricky che rigore ha tirato? Spettacolo! Ora li massacriamo.”
“Io poi la Spagna la odio! Tutti quei giocatori del Real Madrid e la semifinale che ci hanno rubato, ti ricordi?”
Due anni prima di quel mondiale messicano scoprimmo insieme, ma senza dircelo, quella bellissima banda di vichinghi senza paura. Come da copione di tante notti estive adolescenziali sperimentammo in un brevissimo lasso di tempo sia l’estasi che il dolore per amore.
Nei campionati europei di Francia 84 la Spagna spezzò l’entusiasmo di quella gang di giovani vichinghi che aveva incantato l’Europa, cominciando però ad illudersi troppo presto che il salto tra dilettantismo e professionismo non fosse poi così difficile.
“Tranquillo, questa sera finirà diversamente, siamo troppo più forti.”
“Ale ma tu pensi chi io mi stia lasciando comprare?”
Chi aveva spento la televisione? Cosa aveva bloccato il mio respiro? Quella frase di Ricky sembrò fermare il tempo! Per mia fortuna la pausa infinita che ne seguì mi permise di capire che, quell’ apparente auto accusa, in realtà non era nient’altro che il più candido e onesto dei dubbi.
Il mio amico aveva lanciato un messaggio in una bottiglia esattamente a metà tra me e sé stesso.
Mi stava dando la responsabilità di confermare i suoi dilemmi piuttosto che di offrirgli un’illuminazione.
“Non so Ricky…è che ti ho sempre visto tanto legato a tua madre, e forse perché anche io le voglio un sacco bene, che mi fa strano vederti così in confidenza con Carla. Poi ho sempre pensato che i tuoi si amassero molto e che fossero una bellissima coppia”
Parlavo di amore senza averlo mai sperimentato ma pensavo che ciò mi ponesse in una posizione di vantaggio. Come un medico che può trattare i pazienti più gravi protetto dalla sicurezza del suo distacco professionale.
“Comunque non ho mai pensato che tu ti sia fatto comprare, lo so come sei, però lei sembra che ci tenga proprio a creare un bel rapporto con te e spesso asseconda i tuoi desideri.”
Ormai il mio amico non c’era più! Quella frase uscita dalla sua bocca pochi minuti prima sembrava essergli costata uno sforzo vitale. Era sempre sdraiato vicino a me con il busto appoggiato alla testiera del letto ma io lo percepivo come fosse orizzontale, un carissimo estinto.
“E nooo! Così no! Che cacchio combina Jesper? Come fai a passare il pallone indietro così al portiere? Non possiamo farci i goal da soli!”
Le labbra del mio amico furono la prima parte del suo corpo che diede un segno di leggero risveglio, si mossero come in un esercizio base di logopedia.
“Te l’avevo detto che loro sono la nostra bestia nera!”
“Ok, ma se i gol ce li facciamo noi, allora lasciamo perdere! Poi, proprio Jesper, il nostro giocatore migliore fino ad ora!”
Una bella passata di catrame calcistico e voilà, tutto era stato sepolto nuovamente! Il gol di Butragueno per la Spagna cancellò quei nostri ennesimi accenni d’intimità per rimetterci verticali.
La fine del primo tempo ci lasciò con le solite ambivalenze: la voglia di ricominciare subito, in modo da sfogare tutta la frustrazione per l’interruzione forzata, opposta alla necessità di una pausa per riassestare qualcosa d’inceppato.
Io sentivo di dover compensare tutta quell’ondata di novità vissuta al ristorante cinese con un rassicurante ritorno nella famigliarità del cibo spazzatura. Cominciò così un mio personalissimo Ping-pong tra i Fonzies e l’Orangina, bibita francese che Ricky era riuscito miracolosamente a trovarmi a Milano. Praticamente mi chiusi in un tripudio giallo in cui l’aspro la faceva da padrone. La routine era di sgranocchiare avidamente un po’ di quelle piccole clave formaggiose e poi di trangugiare quel liquido gasato a cui dei pezzetti di arancia sparsi qua e la davano il diritto di paragonarsi impropriamente a qualcosa di naturale.
Ero nel pieno del ruminamento di quel pastone dal gusto indecifrabile che Riky calò l’asso (che fece calare il gelo):
“Te ne sei mai fatta una guardando una di queste?”
Avevo capito in un lampo a quale “una” si riferisse e riconobbi perfettamente la categoria di videocassetta a cui apparteneva quella che aveva appena tirato fuori dal comodino di suo padre!
Perché avevo paura? Era realmente paura? Cominciai così immediatamente ad applicare questo interrogatorio alle altre migliaia di emozioni che s’impossessarono di me in quel momento.
Volevo o non volevo “farmene una” guardando (probabilmente insieme a lui) quella videocassetta con in copertina delle donne nude che mi ricordavano le Mazone di capitan Harlock piuttosto che qualcosa di eccitante?
Non mi sentivo intrappolato ma piuttosto centrifugato, ad ogni giro subentrava un’emozione nuova che sostituiva la precedente.
“E se arrivano e ci beccano? Sai che figura! Poi se ci trovano mentre siamo lì! No, no, io passo, fallo tu se vuoi!”
Troppo facile mi apparve l’uscita di sicurezza rappresentata dallo spostare la responsabilità sugli adulti, un parafulmine infinito di cui avevo iniziato ad abusare abbondantemente già da tempo.
Ero abbastanza sicuro di aver iniettato sufficiente diffidenza nel mio amico per aspettarmi che desistesse anche lui. Ma non successe…
“Non te ne avevo parlato al ristorante perché avevo paura che mi beccassero, ma sono settimane che ci penso, da quando le ho trovate nel comodino di mio padre. Mi sa che sta roba è pure più bella del video di Touch me di Samantha Fox!”
La citazione di quel video non mi fu d’aiuto, perché provocava anche in me delle eruzioni ormonali incontrollabili, ma dovevo difendere la mia scelta pudica, così buttai tutto giù deglutendo anche il silenzio.
Non mi dava fastidio l’idea di poter dar sfogo a qualcosa che avrebbe potuto eccitarmi, ma il fatto la presenza di Ricky mi obbligasse a profanare un’intimità che non volevo condividere con lui.
Cominciai così a ritrarmi come una murena tra gli scogli.
Adesso si trattava di gestire il tutto…
Mancava poco all’inizio del secondo tempo ma, di colpo, la dimensione cronologica aveva assunto una valenza diversa, più sensoriale e più relativa.
Ricky uscì dalla camera da letto ed entrò nel salotto, preparando la definitiva profanazione del mio ex luogo d‘ispirazione. Aveva un’espressione simile a quando aggrediva gl’involtini primavera, la sola differenza era una venatura leggermente più melliflua nei suoi occhi.
Mi feci quasi da parte al suo passaggio, anche se i grandi spazi della stanza non lo richiedevano, quasi a dimostrargli quanto ci tenessi a non intralciare il suo desiderio, almeno quanto volessi dissociarmene.
Appena chiuse dietro di sé la porta mi liberai di un carico di tensione che ritornò subito dopo. Aver deciso di non condividere il mio piacere con il suo mi aveva sollevato e rassicurato della mia fermezza, ma l’idea di poter ascoltare cosa sarebbe successo oltre quella porta cominciava ad agitarmi.
L’idea che gemiti, convulsioni e mugolii potessero riempire l’aria e allearsi con le immagini che mi ero fatto di suo padre mentre guarda quei video, stava diventando spaventosa.
Fu un tipo diverso di passione che mi venne in aiuto, un vento dall’alto, delle fragranze eteree ma intense.
Mi avvicinai allo stereo e aprii con foga la cassetta che avevo preparato. L’intro di “The final countdown” degli Europe mi allontanò leggermente da quegli spettri goduriosi.
Al primo ritornello ero ormai al sicuro! Salii su quella cavalcata classica camuffata con melodie pop rock agitando il pugno, perfettamente protetto tra stadio e arena.
Quando attaccò “Small town boy” dei Bronsky Beat la realtà mi riagganciò ricordandomi della richiesta di Ricky. Il ritorno divenne un atterraggio di fortuna quando lo vidi rientrare nella stanza con passo entusiastico.
“Ma lo sai che sta canzone parla di un frocio!”
Pregiudizi, discriminazioni, rispetto…tutti concetti che partivano dalla seconda fila, perché in pole position c’era la mia feroce necessità di decifrare la sua espressione.
“Si, ho visto il video e c’è sto ragazzo che deve scappare dal suo paese perché i suoi non accettano il fatto che gli piacciano i maschi…tristissimo!”
“Hai ragione, è veramente tristissimo!”
Chissà se quel “tristissimo” lo stessimo usando con la stessa accezione, come germoglio di quell’apertura mentale che nel tempo ci saremo conquistati.
“Comunque il pezzo è fighissimo, le tastiere hanno un suono freddo, quasi metallico, ma mi emozionano, grazie per avermi messo i Bronsky!”.
“Dai che sta ricominciando la partita!”
La parola di gran lunga più importante nella frase appena pronunciata dal mio amico fu il verbo “ricominciare”.
Tutti e due cercavamo un appiglio per lasciarci alle spalle quella mancata sintonia edonica, volevamo uscire da uno stagno che il nostro diverso rapporto col desiderio aveva trasformato in solido imbarazzo.
“Guardalo, guardalo, guardaloooo!Che spettacolo Elkjaer quando parte così. Non lo fermano mai!”
“Si, ma se poi tira in bocca al portiere non serve a niente Ale!”
La nostra ritrovata sincronia fu disturbata dal secondo trillo isterico del telefono che, attraverso delle piccole meduse in ottone, propagava il suo suono per tutta la casa. Sembrava il rumore della campanella scolastica una tonalità più bassa.
Ricky alzò quella cornetta che assomigliava ad un boomerang con la volontà di finire rapidamente la chiamata.
“Lo sapevo!”
Sussurrò quella frase mentre suo padre lo stava indottrinando con tutte le istruzioni per favorire un loro rientro senza discussioni.
“Si, ti ascolto, ti ascolto!”
In realtà Ricky era ormai irrimediabilmente fuori dalla conversazione perché Emilio Butragueno, centravanti della Spagna, aveva segnato il suo secondo gol.
Potevo sentire la voce di suo padre che sembrava voler uscire dalla cornetta. Si era accorto della evaporazione di suo figlio e non accettava il fatto di non riuscire a riagguantarlo. Desistette convinto dal fatto che quella distanza momentanea tra loro non ne nascondesse altre più pericolose.
“Pesantissimo mio padre! Oltretutto non mi ricordo niente di quello che mi ha detto!”
“Sai che a volte mi chiedo come sarebbe la mia vita se i miei si separassero?”.
Avevo messo in preventivo quantomeno un silenzio simile al mio di pochi minuti prima, ma Ricky mi sorprese sorprendendosi.
“Ma come? Se sono sempre insieme! Lavorano anche insieme. E poi mi sembra che si amino…”
L’utilizzo della parola amore mi fece sussultare! E in un attimo riconobbi le prime conseguenze della mia
Inesperienza. Realizzai che quando pensavo ai miei e ai motivi per cui fossero o non fossero una coppia felice non pensavo mai all’amore.
“Io non vedo amore tra i miei! Vedo affetto, obbiettivi comuni, stima quando non partono i nervi, ma amore no.”
“E cosa t’immagini quando pensi ad un divorzio, con chi vorresti stare?”.
Per grossa parte della vita non ebbi dubbi riguardo al fatto che fosse mia madre il genitore a cui ero più legato. Mi sono sempre sentito schierato con lei, al suo fianco, in un ruolo che mi ha abbagliato più che illuminato.
“Starei sicuramente con mia madre, quello non è un dubbio, mi chiedo invece come sarebbe il rapporto con mio padre. Penso che s’interromperebbe, che tireremmo su dei muri invalicabili. Avendolo vicino tutti i giorni mi sono abituato a scalarli e scavalcarli, ma se fosse lontano penso che potrei anche perdere la voglia.”
“Ale guarda quelle tipe che spettacolo!”
La matrioska ci mostrò tre ragazze danesi che tifavano sorridenti nonostante il risultato negativo.
In un attimo tutte le fosche nubi famigliari svanirono squarciate da un biondeggiare scintillante.
Quei tre volti angelici ci riportarono ad inizio estate, quando Ricky ed io assaggiammo per la prima volta la brezza degl’innamoramenti estivi. Sentimenti che nascevano con la stessa intensità con cui terminavano. Il fatto che l’avessimo vissuto insieme creò un senso di fratellanza eterno.
“Non assomiglia a Camilla?”
“Eh si…sai che mi sento male!”
Non avevamo alcun dubbio sulla natura del malessere a cui faceva riferimento Ricky. Definiva un’intensità quasi insostenibile di eccitazione ed entusiasmo tenute insieme da un senso di nostalgia fortissimo.
“Appena faccio 16 anni vado a Copenaghen Ale! E ovviamente tu verrai con me, promesso?”
Camilla, la ragazza che avevamo conosciuto a fine giugno era di Malmoe ma ormai la cartina geografica dell’Europa (soprattutto della Scandinavia) era stata ridefinita secondo parametri esclusivamente emotivi.
I raggi dei nostri movimenti potevano essere indirizzati verso l’amore, il calcio, la musica, ma il centro era sempre un entusiasmo inarrestabile.
“Te l’aveva lasciato l’indirizzo?”
“Si, anche il numero di telefono, ma non ci penso nemmeno a chiamarla e a dover palare prima con sua madre o, peggio ancora, con suo padre! Te l’immagini? Oltretutto in inglese!”
Dopo un primo accenno di dissenso non potei non allearmi con la sua tracotanza.
“Hi, i am Riccardo from Italy, can I speak with Camilla? Ma daiii, dove vado? No! Non ci penso nemmeno! E comunque ha detto che forse i suoi l’anno prossimo vorrebbero tornare.”
Quando incontrammo la prima volta Camilla e Lisbet io non le vidi subito, fu Ricky che richiamò la mia attenzione con una spallatina discreta come un’incidente stradale. Al secondo colpo del mio amico, però, io avevo già visto tutto! Avrei sposato Lisbet, lei si sarebbe trasferita in Italia, saremo stati felici e Ricky sarebbe stato il mio testimone.
“Rigore!”
Il fatto che altri argomenti si fossero insinuati tra noi e l’intensità del tifo per la nostra amatissima Danimarca era stato un presagio che avremmo dovuto prendere più seriamente…
Come succedeva a noi contro la “Baia del sole”, la spiaggia contro cui ci scornavamo ogni estate su un campetto di polvere e terra, anche i nostri eroi fluorescenti stavano annegando nelle sabbie mobili della frustrazione.
Cominciammo ad empatizzare talmente tanto con la rabbia di Elkjaer, Lerby, Bergreen e compagni che qualcosa andò fuori giri...
Vederli mentre si strangolavano con la loro stessa foga di attaccare, impotenti davanti ai continui contropiedi della squadra spagnola, rese tutto troppo intenso.
Quando Goicoechea calciò il rigore del 3-1 io ormai avevo due grandi lacrime che si erano calate inesorabilmente fuori dai miei occhi. Avrei voluto buttar fuori tutto il mio dolore per quella che ritenevo un’ingiustizia assoluta ma lo sguardo più equilibrato di Ricky mi contenne.
Una deglutizione continua e la stretta dei miei pugni chiusi mi aiutarono a non tracimare.
“Dai Ale, magari la ribaltiamo…”
Nella sua voce non c’era nessun accenno di fede, sentivo solo la voglia di proteggermi, di alleggerire le mie spalle immature da un macigno insopportabile.
“Ti va se togliamo il commento di sta mummia e mettiamo la mia casetta in sottofondo?”
Ricky avrebbe fatto qualsiasi cosa in quel momento pur di rivedermi sorridere, così in un lampo sentii l’“oh-oh-oh-oh-oh-oh” di Baltimora entrarmi in testa. Tarzan boy era venuto a salvarmi dal mio dolore!
“Dopo ci sono i Level 42, penso che Lessons in love sia la canzone con cui ricorderò quest’estate.”
“Io ho riscoperto Eyes without a face di Billy Idol, mi piace un sacco.”
I nostri gusti musicali stavano cominciando a disegnare le aorte attraverso cui avremmo irrorato quella passione per tutta la vita. Quando due anni più tardi Ricky mi ritrovò con i capelli lunghi, il chiodo, l’orecchino e i jeans strappati, infatti, sembrò stupirsi solo parzialmente. Quella notte milanese ci stava mostrando sprazzi del nostro futuro mentre noi non potevamo concederci tregue da quel densissimo presente.
“Ma veramente pensi che i tuoi possano separarsi?”
Rimasi bloccato a riflettere se fosse piuttosto un mio desiderio passeggero o qualcosa a cui mia madre e mio padre avessero realmente fatto cenno.
“Io non so se mi sono ancora chiesto quanto mi abbia fatto male che mio padre abbia lasciato mia madre…e non so se vorrò mai farlo! Quello che riesco a sentire è la mancanza di noi tre insieme, di quanto mi rassicurasse semplicemente sapere che fossimo tutti a casa, anche se ognuno era da solo nella sua stanza.”
“Bastardo di Butragueno! Ne ha fatti 3 sto maledetto! Però armai non ci siamo più Ricky, ci siamo arresi”
Mentre proferiva il suo de profundis monitorava il mio livello di frustrazione, ma non si accorse quanto la parola “arrendersi” avesse riacceso un piccolo focolaio d’ira…anche sul 1 a 4!
In quel momento il terzo squillo del telefono rappresentò una martellata al concetto di quiete, così Ricky fu molto più solerte di prima a rispondere per zittirlo.
“E’ tua madre.”
“Come stai, ti diverti? Noi abbiamo quasi finito, qui è una noia mortale!”
Realizzai in quell’istante che non sapevo nemmeno dove fossero andati i nostri genitori e cosa stessero facendo! Ormai, però, era troppo tardi per chiedere, avrei solo smascherato il mio menefreghismo e fatto ipotizzare un mio distacco.
“Sono contenta che domani torneremo a casa!”
Tornare a casa…starci tutti insieme anche se ognuno è per i fatti suoi. Era questo il segreto della famiglia? Trovare la giusta distanza? Un sostegno e non un vincolo.
“Anche io sono contento mamma! Papà come sta? È di buon umore?”
Ormai mi ero abituato, come qualcuno che ausculta le rotaie per prevederne l’arrivo del treno, a dover riconoscere qualsiasi indizio che potesse far sterzare il buonumore di mio padre. C’era sempre nell’aria la necessità di dover aderire completamente ad un copione, con l’inquietudine di sapere che qualsiasi fattore potesse comunque cancellare anche una interpretazione da oscar.
“Si, dai, ha fatto un po’ di show perciò è contento.”
Misi giù la cornetta e tirai su la malinconia.
Parlare con mia madre mi aveva fatto sentire una mancanza che non riuscivo a identificare. Era di qualcosa che esisteva o di quello che non avevo mai avuto?
“Che fanno, arrivano? Comunque, Butragueno ha fatto il 5 a 1!”
Questa volta Ricky non sentì minimamente il bisogno di proteggermi. Vide che anche io mi ero allontanato, così come sembrava aver fatto lui dopo la fine del primo tempo.
Ripensai all’immagine di lui mentre guardava quelle donne con i seni triangolari, ma il mio pudore bloccò qualsiasi mia ulteriore curiosità.
L’arbitro fischiò la fine della partita.
La cassetta si chiuse con Boys of summer di Don Henley, una canzone che dalla sua uscita inserivo in tutte le mie cassette estive. Mi piaceva che la cantasse la voce degli Eagles, come se Hotel California avesse esteso le sue bellissime atmosfere d’estate fino agli anni 80.
Sono cresciuto convinto di avere un rapporto speciale con l’estate, sicuro di come le sensazioni che mi capitava di provare in quella stagione infinita potessi sentirle in quel modo solamente io.
Questo delirio di onnipotenza emotiva era ben nutrito dal fatto che il mio mondo si fosse diviso nettamente in due: a scuola con gli amici che mi ero fatto lì dentro e d’estate, con quei fratelli che mi aveva portato. Ho in mente volti di bambini, diventati poi ragazzi, con cui sento di essere cresciuto visceralmente legato. Come figlio unico di proprietari di una spiaggia avevo tantissimi privilegi che spesso sfociavano nella tirannia. Il più importante è stato sicuramente quello di poter condividere con altri coetanei tutti i momenti della giornata in un periodo di festa. Mangiare insieme avvolti dagli accappatoi dopo essere stati in mare per ore, tra un salatissimo pacchetto di cracker e scivolose focacce, mentre le mani tremano ancora per il freddo che sembra rimasto tra le pieghe dei polpastrelli. Pranzi ingurgitati a tempo di record per tornare in acqua sfidando tutte le teorie sulla digestione. L’ultimo tuffo della giornata nel mare ormai divenuto specchio di una calma mista a stanchezza. I tramonti che durano ore, antipasti di notti che avrei voluto durassero per sempre.
“Quand’è che tornerai giù? Per la festa della schiuma devi esserci!”
“Non lo so Ale…”
Mi sentii subito in dovere di proteggere l’espressione dubbiosa del mio amico, perché mi ero reso conto di come in quel momento fosse troppo lontano anche dalle nostre priorità.
La realtà ci stava per rimettere il guinzaglio al collo, eravamo nella terra dei sogni ma più svegli che mai.
Il suono del citofono sembrò un abbraccio in confronto a quello del telefono, complice un impianto che affondava i suoi cavi negli intrighi degli anni di piombo più che nell’euforia della Milano da bere.
“Mio padre citofona sempre prima di salire, dice che in questo modo, se fossi con una ragazza, avrei modo di rivestirmi.”
Per un attimo mi balenò davanti agli occhi un’immagine di lui insieme ad una Mazone…
Quando i nostri genitori rientrarono in casa non so se si accorsero di quanto fossimo diversi da come ci avevano lasciato.
Io andai diritto verso mia madre, come se ci fosse un solo solco affettivo davanti a me, e la abbracciai. Lei ricambiò, ancora libera da quell’impaccio che mi avrebbe mostrato nel futuro, motivato da un suo estremo pudore a manifestarmi il suo affetto dopo avermi visto entrare nel corpo di un adulto.
Con la coda dell’occhio vidi Enrico che dava un cinque a Ricky mentre Carla si aggirava per la casa in cerca di disordine. Quando appurò che non avessimo deturpato nulla si lasciò andare ad una carezza che Ricky accolse parzialmente, evitandone gran parte grazie ad un impercettibile movimento laterale del collo.
“Avete preso una bella scoppola, eh?”
Il modo di gestire l’imbarazzo di mio padre è sempre stato una fonte di scontro inesauribile tra di noi.
Sembrava che la provocazione diventasse per lui l’unica via di fuga, scioglieva il ghiaccio a modo suo, facendo il funambolo tra lo stuzzicare e il banalizzare. Purtroppo, nessuna delle due opzioni ha mai lasciato spazio a qualche riflesso di empatia.
Con il tempo ho semplicemente imparato ad anticiparlo, evitandogli uno sforzo inutile per tutti.
“Si, abbiamo perso ma rimaniamo la squadra più forte del mondiale! Sicuramente più forte dell’Italia!”
“Beh, veramente siamo usciti anche noi agli ottavi, esattamente come i tuoi fenomeni danesi.”
Rispetto alla versione di mio padre che mi aveva descritto poco prima mia madre quella che avevo davanti in quel momento era decisamente più incattivita dalla fatica e dalla scomparsa di qualsiasi endorfina della serata. Ma da qualche anno avevo cominciato a non temere più lo scontro, sentivo come imprescindibile il desiderio di difendere le mie opinioni a qualunque costo! Questo rendeva il ruolo di mia madre ancor più determinante, la poneva in una posizione che, col tempo, ho capito significasse potere.
“Adesso no per favore! Con questo cavolo di football!”
Erano ormai quindici anni che mia madre era in Italia ma la sua anima francofona era inscalfibile, soprattutto quando l’intensità emotiva si alzava.
Il calcio diventava football, rigorosamente con l’accento sulla a, e la sua ghigliottina diventava libera di mutilare la grammatica italiana.
Un quarto raglio si appoggiò sulla lentezza di quella notte d’estate, una cacofonia inattesa ma non quanto ciò che avrebbe annunciato!
“Ma chi può essere?”
Enrico si agitò tradendo una confidenza ancora in divenire con quell’appartamento-museo.
“Se sono i vicini che si lamentano per qualcosa questa volta li mando a…”
“E’ la mamma!”
Tornai subito indietro a quando io mi ero murato vivo con il mio pudore, cercando di ammutolire in qualsiasi modo il desiderio del mio amico. Lui, invece, aveva sentito un bisogno più forte di qualsiasi altra cosa. Aveva deciso di chiamare sua madre per dirle quanto stesse male senza di lei. Io, invece, avevo scambiato un confessionale per un’alcova!
Paola non aveva avuto bisogno di capire di più, aveva preso la sua Renault 5 spring ed era corsa da suo figlio, squarciando qualsiasi tipo di distanza.
Carla reagì con un’accoglienza talmente perfetta da risultare farsesca, mentre Enrico non proferì parola.
I miei genitori cercarono una neutralità che inizialmente sembrò funzionare, ma che lo sguardo sorpreso di Paola nei confronti di mia madre fece inesorabilmente cadere.
La loro amicizia era andata aldilà di quella tra me e Ricky, ma quella zona che spesso imbastardiva il personale con il professionale dei miei genitori colpì nuovamente.
“Ciao Giulie…”
Vidi mia madre vacillare, sentivo che fosse in una zona dove non voleva stare ma, ancora una volta, senza far nulla per cambiarla.
“Ciao Paola, che sorpresa! Resti con noi?”
Tra tutti i tentativi disperati di dissimulazione quello fu il più maldestro, talmente catastrofico da farmi pensare che volesse apertamente denunciare il proprio disagio alla sua amica.
Ricky aveva già preparato le sue cose sfruttando le pause del nostro imbarazzo comune e sperava di potersi congedare con un subliminale saluto collettivo.
Si mosse l’unica persona da cui probabilmente lui si aspettava un movimento.
“Perché Ricky?”
Enrico con gli occhi lucidi lo fermò tenendolo per una mano. Fu un gesto dolce di un cuore disperato, un intralcio che voleva essere una carezza.”
“Papà scusami ma io qua sto male! Tu non c’entri, anzi, ho provato a rimanerci un po' di più proprio per poter stare con te, ma non ce la faccio…”
Si strinsero alla velocità della luce in un abbraccio che li fece aderire completamente. Rimasero lì, vicini, incollati in un’intesa che sarebbe diventata la stella polare del loro rapporto per tutta la vita.
Io non sentivo il bisogno di un saluto speciale con il mio amico, ci eravamo guardati fin troppo dentro quella notte.
“Ciao Ale…”
Gli occhi di Ricky avevano recuperato un po' di secchezza, ma la bocca era ancora un po’ tremolante.
“Ci vediamo al mare?”
“Certo! Ti voglio pronto perché questa volta quelli della Baia del sole devono vivere un inferno.”
Forse era lui ad avere bisogno di un saluto più significativo del nostro classico “cinque”, ma anche io ero in balia delle emozioni uscite da quel momento inatteso e non riuscii a fare di più.
Paola continuava a guardare tutti con un’espressione che facevo fatica ad associare a quella della madre prodiga. Sembrava volerci comunicare che, in qualche modo, ci riteneva responsabili per la tristezza del figlio.
L’uscita dall’appartamento di Paola e Ricky ci trasformò in un branco di cetacei che, di colpo, si ritrovano a sfiatare tutto quello che hanno dentro.
Carla sembrava quella meno scalfita, ed esattamente come aveva approntato quell’accoglienza inaspettata così ricominciò a sistemare l’appartamento in previsione di qualche altro inconveniente.
“Vabbè dai, poteva andare peggio…”
A parte Carla, ormai tornata ostaggio delle sue routine, tutti ci impegnammo ad ignorare quella frase surreale di mio padre.
“Mario, ma cosa dici? Che commenti fai?”
Tutti tranne una…
“Cos’ho detto? Non mi sembra di aver offeso nessuno!”
Per tanti anni ho creduto che il fastidio per la mancanza di sensibilità di mio padre accomunasse me e mia madre. Col tempo ho capito come il grado di adesione a quel patto critico nascondesse significati molto diversi. Per lei era come confermare tristemente ogni volta la fragilità di un contratto relazionale che per anni ho creduto coinvolgesse anche me. Io, invece, pensavo che il suo posizionarsi sempre tra me e mio padre fosse un modo per farci stare insieme mentre, in realtà, ha solo coperto distanze che forse avrei potuto percorrere prima.
Slacciare quell’alleanza tra me mia madre è stato molto doloroso, ma mi ha permesso di restituire il giusto ruolo ad ognuno di noi tre.
Mentre stavamo salutando Carla ed Enrico ci sorprese il quinto squillo di quel nero metronomo, il rintocco più surreale.
Dopo quella stilettata di mia madre mio padre si era praticamente liquefatto ed era scivolato via. Non riesco nemmeno a ricordarlo mentre saluta qualcuno. Vedo solo il volto esausto di mia madre che soleva indossare quando io e lei ci ritrovavamo
a ricucire gli strappi tra mio padre e il mondo.
Dall’altro capo del telefono c’era lui che aveva chiamato per ricordarci che ci stava aspettando alla macchina, intrappolato con la sua ansia in una cabina telefonica.
Ingoiai la voglia irrefrenabile di chiedere a mio padre se avesse una vaga idea di quanto lo avessi aspettato io e tirai il sipario della serata.
Quando la porta si serrò lasciandoci soli in quel lungo corridoio, ebbi quasi l’istinto di rientrare, tanta era l’incertezza per la destinazione che ci avrebbe atteso.
“Ale aspetta! Questa è tua, vero?”
Carla era ricomparsa dalla porta con in mano la mia cassetta che avevo fatto per Ricky.
Ebbi la sensazione che volesse espellere quell’oggetto con tutte le scori emotive di quella serata, piuttosto che regalarmi un po' di altruismo.
Ma il fatto che mi avesse evitato di lasciare quella preziosa memoria uditiva in un luogo ormai svuotato da qualsiasi significato mi portò ad enfatizzare il mio ringraziamento con un abbraccio altrimenti incomprensibile.
Non volevo che la colonna sonora di quella serata rimanesse lontano da chi l’avrebbe sentita con me per sempre.
Per un attimo rivedo me e Ricky seduti vicini sugli scogli mentre condividiamo le cuffie del walkman, è settembre e stiamo ascoltando “Movin’ on“dei Novecento. Sentiamo già la mancanza di un’emozione che non è ancora finita.
Mia madre, mio padre ed io ci ricongiungemmo pochi minuti dopo, rotolando fuori da quella valanga di emozioni. Ci sparpagliammo silenziosamente in quel breve tratto di strada milanese, come se ognuno di noi avesse bisogno di arrivare alla macchina attraverso solchi propri.
Io rallentai leggermente il passo e quelle luci gialle, zuppe di vapori metropolitana, mi mostrarono i miei genitori piegati dalla fatica e, per la prima volta, anche dal tempo.
Negli anni è stato un viaggio scandito da momenti di grande vicinanza, di adesioni idealizzate e strappi furiosi. Ho incollato tantissimi aggettivi vicino a mia madre e mio padre, molti dei quali negativi, pensando che quella fosse la sola strada verso la giusta distanza. La loro storia di persone diventate genitori loro malgrado mi ha sempre distolto da ciò che mi serviva. Ho capito, col passare del tempo, di essere nato su un compromesso che ha intrappolato più loro di me.
Buoni genitori, cattivi genitori, per me è stato importante riuscire a dare più importanza al sostantivo che all’aggettivo.
Sono rimasti lì rispondendo “presente” ad una chiamata complessissima, riempiendo un ruolo determinante aggrappati ad una flebile intesa di coppia e con i loro riferimenti genitoriali troppo distanti.
Nel concretizzarsi di questa decisione, più inconsapevole che coraggiosa, nell’esserci nonostante tutto, oggi sono riuscito a riconoscere tutto il loro amore.
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